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25 aprile 2026: liturgie

Condivido il testo della recente riflessione sul 25 aprile: Brigata ebraica, causa palestinese, critica a Netanyahu, antisemitismo, antifascismo costituzionale.
Anche questa volta ho firmato il pezzo, senza alcuna indicazione di appartenenza istituzionale. L’Università -tuttavia - resta il luogo da cui guardo il mondo: una casa di pensiero critico, responsabilità pubblica e memoria civile. Comunque lo si legga - il distacco dai ruoli e dalle "appatenenze" non è mai un arretramento: è il lavoro che prosegue su un percorso dove la riflessione culturale e l’impegno civile rimangono ferme. Aggiungo un punto: raramente ho ricevuto così tanti commenti, ma sono arrivati soprattutto tramite contatti privati. Cosa che fa riflettere. Il tema, in ogni caso, andava trattato pubblicamente.
Buona lettura.


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Un punto fermo: la Jewish Infantry Brigade Group, ossia la “Brigata ebraica”, fu una formazione ufficiale dell’esercito britannico, costituita nel settembre 1944 e composta in larga parte da volontari ebrei provenienti dalla Palestina sotto Mandato britannico. Giunse in Italia il 5 novembre e partecipò all’avanzata verso il Po, prendendo parte alla battaglia di Bologna, tra il 14 e il 21 aprile 1945. Non siamo quindi davanti a un’ invenzione identitaria postuma: fu una presenza militare formale nella guerra di liberazione dal nazifascismo.
Il problema nasce quando quel simbolo viene trascinato di peso nel conflitto israelo-palestinese contemporaneo. E qui occorre essere chiari: la “Brigata ebraica” ha diritto di stare nel 25 Aprile. Non rappresenta il governo israeliano, né Netanyahu, non rappresenta l’esercito israeliano impegnato oggi a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, che chiunque ha il diritto di condannare pubblicamente e senza ambiguità: per la devastazione prodotta sulla popolazione civile, per l’occupazione, per la colonizzazione, per le violazioni del diritto internazionale e per una logica della forza ormai trasformata in modalità del quotidiano.
È su questo che il 25 Aprile inciampa nelle sue tre liturgie. La prima è quella di chi aggiorna ogni anno la Resistenza sulla mappa geopolitica del presente. La seconda è quella opposta: leggere ogni contestazione alla bandiera israeliana come una forma di antisemitismo. L’antisemitismo esiste, cresce, si traveste, e va nominato senza cautele quando compare. Ma criticare Israele, Netanyahu e i coloni non è di per sé antisemitismo. Lo diventa quando ogni ebreo viene trasformato nel sostituto simbolico dell’attuale Stato d’Israele. E nulla cambia considerando lo scellerato gesto di questo ragazzo che ha sparato pallini sul corteo antifascista: il suo atto idiota va considerato per quel che è, un grave delitto che non attutisce il giudizio su Israele né la luce sulla “Brigata ebraica”.
La terza liturgia è quella salmodiata di una parte istituzionale e politica: «Il 25 Aprile deve unire» nel nome della libertà. È vero, ma non attorno alla rimozione dei conflitti, delle distinzioni e delle responsabilità. Deve unire attorno all’antifascismo costituzionale, che chiede memoria, rigore storico e capacità di continuare a distinguere.



 

La “quarta missione” dell’Università: il feticcio della rendicontazione (pubblicato su Repubblica, Genova, 8 aprile 2024)






Chi insegna nelle Università pubbliche italiane svolge un lavoro notoriamente gratificante, ma gli ultimi anni hanno prodotto una crescita esponenziale dei doveri di rendicontazione e autovalutazione che sta cambiando il modo di lavorare dentro gli Atenei, introducendo una tendenza che sicuramente comporterà qualche effetto deleterio e di lunga durata. I doveri accademici del personale docente ricadono in tre categorie di attività: didattica, ricerca e gestionale, cui si aggiunge l’attività di divulgazione e di public engagement. In generale, la normativa di riferimento e i diversi regolamenti degli Atenei prevedono che una/un docente a tempo pieno abbia un tempo produttivo annuo di 1500 ore lavorative. Non meno di 350 ore devono essere destinate a compiti didattici e di servizio agli studenti, inclusi le lezioni, il tutorato, e tutte le forme di verifica dell’apprendimento.

Il tempo da dedicare alla ricerca deve essere garantito: è un dovere contrattuale, e si configura anche come un diritto di legge che comporta la “piena libertà di scelta dei temi e dei metodi delle ricerche”. Un ultimo dovere, non meno cogente, è costituito dagli obblighi partecipativi. Questo comporta la presenza nelle sedute degli organi collegiali, l’assunzione di compiti di direzione e gestione nei medesimi organi o in altri organi dell’Ateneo (Dipartimenti, Scuole, Centri, ecc.). Le regole di ingaggio sono, quindi, molto precise. Tuttavia, esiste un crescente e cogente impegno in una “quarta missione”: l’autovalutazione e la certificazione della quantità delle azioni realizzate. Questo aspetto potrebbe sembrare eticamente corretto e di poco impegno. Il vero nodo della questione è che le incombenze “amministrative” e di “rendicontazione” stanno crescendo in maniera esponenziale, anche per seguire una linea normativa nazionale sempre più orientata in tal senso. Questi doveri aggiuntivi assorbono ore di lavoro e stanno erodendo sensibilmente il tempo della ricerca e il tempo della didattica universitaria.

Quali sono i rischi? Un minore tempo per l’aggiornamento (mentre bisognerebbe continuare a studiare) e una mortificazione dell’insegnamento e della ricerca (quando bisognerebbe perseguire innovazione e originalità). Sono aspetti su cui occorre riflettere in una dimensione nazionale. Si sta, infatti, diffondendo a macchia d’olio una subdola cultura della performance che porta ad un rischio: “simulare” l’efficienza, anziché realizzare effettivamente la qualità. Mi spiego meglio: produrre la qualità è notoriamente un processo complesso: richiede tempo. Rendicontare la quantità è un percorso molto più facile, che può introdurre qualche scorciatoia, perché affida ogni valutazione all’utilizzo del pallottoliere.

Infine, occorre riflettere su un ultimo aspetto: la “quarta missione” sembra aver prodotto una mutazione genetica e ha generato due tipologie di docenti che sono sempre più presenti negli Atenei: il “ragioniere seriale” e il ”progettista di cruscotti”. Insospettabilmente, queste competenze stanno diventando un ascensore carrieristico, perché portano con sé incarichi e visibilità: due aspetti che spesso sono ambiti a dismisura in accademia. Solitamente si tratta di soggetti dai comportamenti riconoscibili e omologabili. Magari sono stati reclutati per insegnare scienze archeologiche (utilizzo il mio campo di studio, così evito riferimenti), ma diventano delle autorità indiscusse nell’elaborazione di algoritmi, nella compilazione di report, statistiche e protocolli di autovalutazione. Per paradosso: esercitano un mestiere diverso da quello per cui sono stati reclutati, e per cui sono mensilmente retribuiti.

L’unica speranza è che il santo protettore degli accademici si indigni, o che la società civile torni a chiederci di produrre qualità, senza il feticcio della “numerosità” di qualcosa. Penso che l’avvio di una riflessione possa servire, soprattutto, a coloro che si impegnano nelle discipline che hanno ricadute professionali, sociali ed economiche di grande impatto. Mi riferisco a chi lavora direttamente sulla salute e la sicurezza delle persone. Penso a tutti coloro che devono garantire progresso e innovazione. Penso alla vera missione dell’Università: fare crescere la nostra società e migliorare la qualità della vita di tutti.

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