Ho fatto un sogno.
Mi trovavo per puro caso in una delle stanze in cui si decidevano le sorti del Paese. Tutti i presenti erano impegnati alacremente in una mangiata pantagruelica, solo che la chiamavano in un modo diverso. Utilizzo il termine abbuffata, ma potrei dire trufle, senza che nessuno gridi allo scandalo. Trufle è in francese antico, forse deriva da trufa che in provenzale significa tartufo, ossia piccolo tubero. Il termine, col tempo, ha acquistato il medesimo significato di burla, di sciocchezzuola di poco conto. Qualche volta viene utilizzata con un’accezione molto negativa, ed equivale a frode, imbroglio. Per me era una trufle.
Il mio era solo un sogno, sullo sfondo si sentiva una canzone di Sting che parlava di tartarughe blu. Il sogno era popolato da un gruppo di giovani che si esprimevano usando un metalinguaggio ed erano seduti intorno ad un banco di cambio, insieme ad alcuni esponenti delle più antiche famiglie patrizie genovesi. Tra gli altri, c’erano i Piccamiglio, gli Embriaci e gli Squarciafico. Li vedevo impegnati a parlare di milioni di denari d’argento. La trattativa era serrata, proprio come poteva accadere un tempo nella Loggia della Mercanzia o nel Sala delle Grida del Palazzo della Borsa. Nel mio sogno assistevo a vibranti discussioni. Qualcuno si indignava, qualcuno negoziava il progresso. Io ero lì in mezzo, ma non riuscivo ad aprire bocca e ad esprimere parola: ero come muto. Sentivo tante parole, ma pochi contenuti. I presenti declamavano con voce quasi attoriale le formidabili rivoluzioni che sarebbero state introdotte nella città e nel districtus, ma tutto mi sembrava governato solo da una logica spartitoria tra maiores e mercatores.
Nel mezzo del sogno, mi è tornata, ma per un attimo, la facoltà di favella. Sentivo di avere pochissimo tempo e mi sono comportato come un tribuno del popolo. Ho fatto come Cola o Iacopo Bussolari. Ho chiesto a gran voce quali potessero essere le ricadute di un così grande progetto sui cittadini. Quanto coinvolgimento, che investimento, quanta consapevolezza ci sarebbe stata e, infine, chi l’avrebbe misurata e valutata. C’erano persone che mi ascoltavano e che sentivo miei sodali. C’erano uomini di scienza e sapere, ma non erano tanti. Ho fatto un sogno in cui facevo stupide domande e presto mi sono reso conto che nessuno mi dava retta, e che sarebbe stato meglio un buon tacere. Sarà capitato anche al lettore.
Nei sogni accade spesso di cercare di parlare e di non riuscire a catturare l’attenzione dei presenti. Proprio per questo, sentivo l’affanno nel petto e capivo che parlare era inutile, perché era come mescolare lacrime con la pioggia o con il mare. Alla fine, mi sono svegliato dal sogno. Il cuore mi batteva all’impazzata e sentivo ancora una forte angoscia. Mi sono guardato attorno. Ero in camera mia e tutto era perfettamente in ordine. Sono andato in cucina, ho bevuto un sorso d’acqua. Poi, ho acceso la televisione e sono stato travolto da un fiume di parole rassicuranti: innovazione, transizione, resilienza. Talvolta il suono delle parole supera il loro significato e la loro ripetizione sistematica ha l’effetto calmante di un mantra. Quindi, ho ascoltato e mi sono tranquillizzato. Sono tornato in camera, ho preso un libro e mi sono messo a leggere. Era “La fattoria degli animali”, quel bel racconto dove la vera innovazione sociale produce una nuova forma di governo, retto da tartarughe blu, o da altri animali longevi e simili.
Per fortuna, è stato solo un brutto sogno.