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Ricordare e saper distinguere... riflessioni sul Giorno della memoria

 
Ricordare e saper distinguere
 
La Giornata della Memoria cade in una congiuntura particolare in cui una parte della  storia del nostro Paese sembra scritta sulla sabbia. Ogni nuova generazione si comporta come un’onda che si riversa spumeggiante sulla battigia e - con il suo passaggio - cancella ogni segno, lasciando una tabula rasa. Si tratta di un processo naturale e le nuove generazioni non hanno colpe: quasi tutti i ricordi sono destinati ad affievolirsi o a perdersi, nel tempo.  Questo processo diventa un po' meno naturale quando le tracce e le memorie vengono cancellate da ondate di altra natura. È un fatto che – mai come quest’anno - la Giornata della Memoria cade in un contesto che abrade, erode, che è acrobaticamente elusivo in rapporto ai fatti, alle cose accadute, e a eventi che hanno contribuito a costruire l’identità collettiva di questo Paese. Eventi che sono stati centrali rispetto alla cultura di tre generazioni. Ovviamente mi riferisco alla generazione dei miei nonni, che hanno vissuto pienamente i fatti, a quella dei miei genitori, che sono nati negli anni della Seconda guerra mondiale e ne hanno un parziale, ma indelebile ricordo. Infine, c’è la generazione  che, negli anni Settanta e Ottanta, aveva circa vent’anni. In quegli anni, in famiglia, nelle scuole e sul posto di lavoro si discuteva  e si commentavano le notizie pubblicate sui quotidiani. Si cercava di interpretare il delirio omicida delle Brigate Rosse, lo stragismo nero, la posizione dei partiti politici italiani e della Chiesa nei confronti della crisi dell’Unione Sovietica e la diversità tra socialismo e comunismo, o tra democrazia e fascismo. Nei dialoghi tra ventenni di allora si costruiva una forma di coscienza collettiva, non di classe, ma di generazione.
Oggi si dialoga molto di meno, o si parla di altro. Tuttavia, sono ancora convinto che la conservazione della memoria e la corretta comprensione di tutte le "giornate del ricordo", sia un valore collettivo fondamentale, che non deve essere surrettiziamente modificato. Proprio per questo, occorre ribadire con fermezza che il 27 gennaio è la giornata in cui si commemorano lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico, ma anche dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. Occorre capire che si tratta  di una data simbolica, perché in quel preciso giorno del 1945 - quando le truppe dell'Armata Rossa entrarono ad Auschwitz, non cessarono  miracolosamente tutte le persecuzioni, ma il mondo cominciò a prendere coscienza del male assoluto che era stato perpetrato in quel luogo. Allo stesso modo, il 25 aprile si celebra la liberazione dell'Italia,  la fine dell'occupazione nazista  e la definitiva caduta del regime fascista. Anche questa è una data simbolica, perché in quel giorno del 1945, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l'insurrezione generale in tutti i territori occupati dai nazifascisti, ordinando alle forze partigiane del Nord Italia di attaccare e imporre la resa ai presìdi militari fascisti e tedeschi, ove possibile prima dell'arrivo delle truppe alleate. Per sua intima natura, quindi - la Festa della Liberazione non potrà mai essere una generica Festa della Libertà e, rispetto a coloro che scelsero Salò, rimarrà sempre una festa divisiva. In maniera non diversa, il Primo Maggio è il momento in cui si celebra l’avvenuto riconoscimento di alcuni diritti fondamentali dei lavoratori. Per noi, è anche la ricorrenza dell'eccidio di Portella della Ginestra, ossia quel giorno del 1947 in cui la banda armata di Salvatore Giuliano apri il fuoco su un corteo di circa duemila lavoratori siciliani. La Festa dei Lavoratori non può essere, quindi, trasformata  in una generica Festa “dal Lavoro”, ossia non deve diventare il giorno in cui - per un motivo che inspiegabilmente ci è diventato del tutto oscuro – siamo esentati dall’onere e dal diritto del lavoro. Nella giornata del 27 gennaio, ho scelto di riflettere su tre valori fondanti. Se perdono significato, se si inaridiscono, perde significato e diventa sterile molta della storia del nostro Paese. Le generazioni future avranno altre date, altri riferimenti, altri valori collettivi da commemorare. Tuttavia, per chi ha vissuto in una società che riconosceva questi valori come comuni, ogni tentativo di revisione, riscrittura e cancellazione è un’offesa recata direttamente alla storia di questa Patria, ossia del luogo in cui per nascita, o per adozione, tutti ci riconosciamo. Per questo occorre ricordare e – se serve – aiutare tutti a ricordare. La Giornata della Memoria ci aiuta a non dimenticare l’Olocausto del popolo ebraico, dei rom, dei neri europei, dei disabili, degli omosessuali, degli slavi e dei dissidenti, così come le persecuzioni subite dagli internati militari e dagli antifascisti italiani. Serve a non dimenticare il male assoluto di cui è stato capace l’uomo. Questo è il motivo principale per cui questo ricordo e questa giornata devono essere tenuti distinti e cronologicamente distanti da ogni legittima condanna delle scelte dannatamente scellerate che oggi colpiscono la popolazione di Gaza. Occorre ricordare, ma bisogna saper distinguere.


Aldo Gastaldi... prima di Bisagno (2022)


Condivido anche nel blog il documentario "Aldo Gastaldi... prima di Bisagno", promosso dall’Università di Genova nel 2022, per celebrare la Festa di Liberazione e ricordare il 25 aprile 1945. Tutto è partito da una proposta di Massimo Minella e da una ricerca d'archivio nel passato dello studente universitario Aldo Gastaldi. Il racconto prosegue fino alla decisione di prendere la via dei monti e abbracciare l'esperienza della guerra di resistenza. L'intervento di Gian Piero Alloisio impreziosisce il documentario. 

L'ideazione e i contenuti sono a cura di Fabrizio Benente e Massimo Minella. Contributi video di: Fabrizio Benente, Massimo Minella, Giorgio "Getto" Viarengo, Gian Piero Alloisio, Matteo Brugnoli, Franco Piccolo. Realizzazione: Servizio e-learning, multimedia e strumenti web, Settore eventi e Settore relazioni esterne dell'Università di Genova. Regia e postproduzione: Lucio Basadonne Riprese: Davide Colombino, Giancarlo Galante, Valeria Piras Si ringrazia: ANPI Lavagna e Valli Aveto, Sturla, Graveglia, Archivio Cinematografico Nazionale della Resistenza di Torino, Archivio Università di Genova, Eliana Ruffoni, Chiara Colella, Elisa Salomoni, Massimo Cerro, Anna Rapallo, Simonetta Cerrini, Chiara Alloisio.


Buona visione

Pian di Coreglia, Campo 52: Un recupero della memoria locale e un'espressione di antirazzismo

Condivido questo video per sollecitare attenzione ai luoghi della memoria del nostro territorio. Lo condivido - anche - per esprimere una piccola ma sentita solidarietà a Liliana Segre, sperando che gli algoritmi dei social me lo consentano. Mi permetto di invitarvi a fare la stessa cosa, facendo argine alle più ignobili e vili espressioni di razzismo, fascismo e intolleranza, maldestramente sdoganate dai tempi in cui ci troviamo a vivere.


Campo 52: Tracce per il giorno della memoria

Fabrizio Benente e Massimo Minella tornano a Pian di Coreglia per narrare la memoria dei luoghi da cui, il 21 gennaio 1944, 20 cittadini ebrei italiani furono deportati ad Auschwitz. Da un'idea di Fabrizio Benente e Massimo Minella Con Giorgio "Getto" Viarengo Regia: Lucio Basadonne Riprese: Alberto Baschiera, Davide Colombino, Giancarlo Galante Produzione: UniGe Terza missione Servizio e-learning, multimedia e strumenti web Settore Relazioni esterne Settore Eventi

Confesso di “aver molto reato”

 




Confesso di “aver molto reato”, soprattutto in pensieri e parole, ma è accaduto nel passato, quando in questo paese c’erano altre leggi, altri delitti, altre pene e tante altre ragioni. Spesso si è trattato di un concorso morale con i colpevoli del possibile reato. Non sono mai stato punito. Confesso anche questo. Qualche volta le autorità di polizia mi hanno chiesto le generalità. Una volta mi hanno rimproverato severamente a causa di un’improvvisata partita a pallone. Una disfida notturna in Piazza Roma, a Chiavari. Succedeva così, tanto tempo fa, quando avevo quindici anni. Ho sicuramente commesso reato quando avevo meno di vent’anni. Ho partecipato ad assemblee liceali autoconvocate, a cortei studenteschi non troppo autorizzati. Non ero un manifestante, non ero uno arrabbiato. Ero un apprendista, ossia cercavo di capire e comprendere, ascoltare le ragioni, mentre mi impegnavo a costruire un pensiero autonomo da post adolescente e da adulto in formazione. Contestare razionalmente ed essere scientemente disubbidiente, ma solo quando c’erano le giuste ragioni per farlo, prendendo sempre il fardello delle scelte compiute. In testa c’era un mantra: la libertà personale finisce nel punto di confine con la libertà di tutti e con rispetto di cosa è giusto fare e cosa non si deve mai fare. Confesso, quindi, di aver scorrettamente festeggiato la vittoria dell’Italia ai mondiali di Spagna. Eravamo in sette, stipati su una Fiat 127 verdolina, inglobati in un corteo festante da Sestri Levante a Chiavari. La manifestazione non era autorizzata, invademmo case, vicoli, piazze e luoghi pubblici. Chi guidava aveva solo il foglio rosa, e qualcuno aveva distribuito birra in lattina.

Ed ero già vecchio quando da Sestri Levante, scendemmo a Mestre e invademmo a piedi Venezia, per avvicinarci al mito Pink Floyd che celebrava l’ultima liturgia laica nel giorno della festa del Redentore. Era arrivata gente da tutta Europa, e noi con loro, salendo su uno dei tanti treni. I mezzi furono fermati da uno sciopero dei trasporti pubblici locali. Raggiungere Venezia fu un’impresa. Il concerto era finanziato dal servizio televisivo pubblico, ma le autorità locali non avevano ancora autorizzato lo svolgimento. Incoscienti di tutto, sapevamo che ci sarebbe stato. Mentre invadevamo Piazza San Marco, calli e campielli ci accorgemmo che i negozianti avevano chiuso le serrande, ma qualche crumiro vendeva le bottiglie d’acqua a diecimila lire. Non c’erano i bagni pubblici, per motivi estetici e di decoro urbano. Ascoltammo il concerto seduti sul tetto di un imbarcadero. Il volume era basso, c’era un incredibile gioco di luci, ma non c’era magia. Ce ne tornammo a Sestri con i pensieri infranti. Invadere Venezia era stato solo tempo perso, e non sentire veramente i Pink Floyd era stato il vero peccato. Ho memoria di altri fatti.

Non ho commesso reato tanti anni dopo, quando una folla di manifestanti invase la mia città. C’erano uomini neri e c’erano uomini in divisa e c’era tanta gente che manifestava pacifica le sue opinioni. Poi avvenne un corto circuito, o qualcuno decise che bisognava far saltare i fusibili. Era uno strano paese, con un vicepremier in doppiopetto d’ordinanza. Quella volta ero lontano, impegnato a fare il mio mestiere, ma tutto mi raggiunse tramite televisione e tante telefonate di amici. Genova fu invasa e in parte distrutta. Se in quell’occasione ho commesso reato, è solo perché ho odiato anarchici devastatori e picchiatori in divisa, ma ho condiviso le ragioni dei manifestanti pacifici. In quei giorni qualcuno violò le norme sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti”. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo. Non credo che chi ha commesso quel particolare reato sia stato punito.

Infine, e per concludere, confesso che non parteciperò mai ad un rave party. Non mi incuriosisce e, poi, sarebbe banale e piuttosto ridicolo alla mia età. Tuttavia, commetterò presto reato, e sarà ancora una volta di opinione. Lo farò il prossimo 25 aprile. Celebrerò la Festa della Liberazione, non confondendola e non chiamandola Festa della Libertà. Se ci saranno manifestazioni, parteciperò come ho fatto in passato. Renderò onore alla memoria nel giorno della liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista. Lo farò perché riesco ancora a discernere le ragioni dei pacificatori, rispetto a quelle che animarono gli sconfitti. Questi ultimi - è ovvio - fanno parte del passato e vanno consegnati alla storia. È pur ben vero che in giro c’è qualche nostalgico che celebra ancora la Mascella a Predappio.

Toulì, sono cose che accadono, cose di tutti i giorni, ma è solo folclore.
Non sarà mica reato!?




N.B. La vignetta è di Stefano Rolli. Realizzata per il video
Dove si posa il vento

La parola "Patria": alla maniera di Sandro Pertini

 





L'utilizzo della parola "Patria" sta diventando sempre più rischioso e scivoloso. È l'equivalente di correre forte in discesa su un sentiero ghiaioso e sdrucciolevole. Chiunque pratichi il trail running può spiegare che basta perdere un appoggio, spostare erroneamente il baricentro, calzare la scarpa sbagliata e si rischia di ruzzolare rovinosamente a terra. Lo stesso vale oggi per l'utilizzo della parola "patria", soprattutto da quando è stata nuovamente e ampiamente integrata nella retorica e nella strategia di comunicazione di una ben precisa parte politica. Ci sono altri sostantivi e aggettivi il cui uso sta diventando sempre più sdrucciolevole, in quanto può essere percepito come indicativo di appartenenza. È il caso, ad esempio, del sostantivo femminile "identità" o dell'aggettivo "cristiano". Questo avviene quando sono utilizzati dialetticamente per sottolineare una contrapposizione alla cultura e alla religione degli "altri", degli "estranei", dei "foresti", di coloro che dovremmo percepire emotivamente e in maniera convincente come "diversi" e "devianti", rispetto a noi "patrioti".
L'uso politico del linguaggio non deve scandalizzare e non è certamente una novità, ma - come sempre - quando si avverte nell'aria l'avvento dell'uomo o della donna apparentemente forte, ossia di coloro che aspirano e chiedono ampi poteri, allora occorre stare molto attenti alle parole, precisarne il senso, rivendicarne l'utilizzo, e evitarne l'espropriazione o la patrimonializzazione.
La parola "patria" ha ovviamente un significato diverso da "Stato" o da "Nazione". Non indica una mera delimitazione geografica e non è solo una confinazione politico/amministrativa. Si tratta, piuttosto, di un ambito di riferimento sociale e culturale collettivo, in cui si condividono valori, tradizioni, morale, e istanze di sincero affetto. La Patria è il luogo dove scegliamo di condividere regole e libertà.
Questo vuol dire che l'utilizzo politico del termine Patria non deve essere mai lasciato nell'esclusiva disponibilità di una sola delle parti in gioco.
In ogni caso, e nel confuso caos di questa inopportuna kermesse elettorale di fine estate, sarebbe utile chiarire che la Patria è il luogo identitario in cui ci riconosciamo totalmente (a prescindere da dove siamo nati, dalla nostra identità di genere, dalla religione che professiamo, ecc.); La Patria è il luogo dove vengono riconosciuti i diritti di tutti, e dove tutti hanno la garanzia delle libertà di opinione e di scelta. La Patria è il contesto comune dove tutti sono chiamati ad esercitare il diritto di voto, e a fare scelte precise. La Patria dovrebbe essere lo spazio politico dove i cittadini, e non i segretari dei partiti politici, scelgono chi li rappresenterà in parlamento e nelle assemblee amministrative. Ovviamente, sentire appartenenza alla Patria comporta capacità di discernimento e, per fare scelte precise, ci vuole attenzione, lucidità e consapevolezza... questo, forse, è il vero problema attuale.
Ho affiancato al mio contributo la foto di un ligure celeberrimo. Non è stata una scelta casuale. La persona al centro della fotografia potrà apparire sconosciuta a molti, soprattutto ai più giovani. Se guardiamo con attenzione la foto, lo vediamo impegnato a incitare la folla, alza il pugno al cielo, ed è circondato da uomini in divisa.
Non è un reazionario o un facinoroso rivoluzionario. Era certamente uno statista, un antifascista e un patriota. Il tempo riesce sempre a far sbiadire la memoria. La persona nella fotografia è Sandro Pertini, che è stato nostro presidente ed è stato garante dei migliori valori di questa Patria, quando è emersa dall'errore della guerra e dall'orrore delle leggi razziali.
Quando vedo rivendicare certi simboli ardenti e certi valori mai domiti, il mio pensiero corre a Sandro Pertini, a Camilla Ravera, a Carla Capponi, a Tina Anselmi, a Franca Viola, a quella generazione di donne e uomini che avevano ben chiaro il significato della parola Patria, del sostantivo femminile "identità", del supremo valore della laicità dello Stato, della lotta alle disuguaglianze, dell'antirazzismo e dell'antifascismo. Tutte donne e uomini che sapevano intuire e prevenire l'uso politico e propagandistico delle parole, e che si sarebbero indignati di fronte alla veemenza di un qualsiasi comiziante plurilingue impegnato a utilizzare in pubblico astuti richiami a "Dio, patria, famiglia e identità". Si sarebbero indignati, o - forse - avrebbero sorriso, disincantati e disillusi, ma erano donne e uomini di una forza morale cristallina e vivevano in un tempo che è passato.

  La “quarta missione” dell’Università: il feticcio della rendicontazione  (pubblicato su Repubblica, Genova, 8 aprile 2024) Chi insegna nel...