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La “quarta missione” dell’Università: il feticcio della rendicontazione (pubblicato su Repubblica, Genova, 8 aprile 2024)






Chi insegna nelle Università pubbliche italiane svolge un lavoro notoriamente gratificante, ma gli ultimi anni hanno prodotto una crescita esponenziale dei doveri di rendicontazione e autovalutazione che sta cambiando il modo di lavorare dentro gli Atenei, introducendo una tendenza che sicuramente comporterà qualche effetto deleterio e di lunga durata. I doveri accademici del personale docente ricadono in tre categorie di attività: didattica, ricerca e gestionale, cui si aggiunge l’attività di divulgazione e di public engagement. In generale, la normativa di riferimento e i diversi regolamenti degli Atenei prevedono che una/un docente a tempo pieno abbia un tempo produttivo annuo di 1500 ore lavorative. Non meno di 350 ore devono essere destinate a compiti didattici e di servizio agli studenti, inclusi le lezioni, il tutorato, e tutte le forme di verifica dell’apprendimento.

Il tempo da dedicare alla ricerca deve essere garantito: è un dovere contrattuale, e si configura anche come un diritto di legge che comporta la “piena libertà di scelta dei temi e dei metodi delle ricerche”. Un ultimo dovere, non meno cogente, è costituito dagli obblighi partecipativi. Questo comporta la presenza nelle sedute degli organi collegiali, l’assunzione di compiti di direzione e gestione nei medesimi organi o in altri organi dell’Ateneo (Dipartimenti, Scuole, Centri, ecc.). Le regole di ingaggio sono, quindi, molto precise. Tuttavia, esiste un crescente e cogente impegno in una “quarta missione”: l’autovalutazione e la certificazione della quantità delle azioni realizzate. Questo aspetto potrebbe sembrare eticamente corretto e di poco impegno. Il vero nodo della questione è che le incombenze “amministrative” e di “rendicontazione” stanno crescendo in maniera esponenziale, anche per seguire una linea normativa nazionale sempre più orientata in tal senso. Questi doveri aggiuntivi assorbono ore di lavoro e stanno erodendo sensibilmente il tempo della ricerca e il tempo della didattica universitaria.

Quali sono i rischi? Un minore tempo per l’aggiornamento (mentre bisognerebbe continuare a studiare) e una mortificazione dell’insegnamento e della ricerca (quando bisognerebbe perseguire innovazione e originalità). Sono aspetti su cui occorre riflettere in una dimensione nazionale. Si sta, infatti, diffondendo a macchia d’olio una subdola cultura della performance che porta ad un rischio: “simulare” l’efficienza, anziché realizzare effettivamente la qualità. Mi spiego meglio: produrre la qualità è notoriamente un processo complesso: richiede tempo. Rendicontare la quantità è un percorso molto più facile, che può introdurre qualche scorciatoia, perché affida ogni valutazione all’utilizzo del pallottoliere.

Infine, occorre riflettere su un ultimo aspetto: la “quarta missione” sembra aver prodotto una mutazione genetica e ha generato due tipologie di docenti che sono sempre più presenti negli Atenei: il “ragioniere seriale” e il ”progettista di cruscotti”. Insospettabilmente, queste competenze stanno diventando un ascensore carrieristico, perché portano con sé incarichi e visibilità: due aspetti che spesso sono ambiti a dismisura in accademia. Solitamente si tratta di soggetti dai comportamenti riconoscibili e omologabili. Magari sono stati reclutati per insegnare scienze archeologiche (utilizzo il mio campo di studio, così evito riferimenti), ma diventano delle autorità indiscusse nell’elaborazione di algoritmi, nella compilazione di report, statistiche e protocolli di autovalutazione. Per paradosso: esercitano un mestiere diverso da quello per cui sono stati reclutati, e per cui sono mensilmente retribuiti.

L’unica speranza è che il santo protettore degli accademici si indigni, o che la società civile torni a chiederci di produrre qualità, senza il feticcio della “numerosità” di qualcosa. Penso che l’avvio di una riflessione possa servire, soprattutto, a coloro che si impegnano nelle discipline che hanno ricadute professionali, sociali ed economiche di grande impatto. Mi riferisco a chi lavora direttamente sulla salute e la sicurezza delle persone. Penso a tutti coloro che devono garantire progresso e innovazione. Penso alla vera missione dell’Università: fare crescere la nostra società e migliorare la qualità della vita di tutti.

Ricordare e saper distinguere... riflessioni sul Giorno della memoria

 
Ricordare e saper distinguere
 
La Giornata della Memoria cade in una congiuntura particolare in cui una parte della  storia del nostro Paese sembra scritta sulla sabbia. Ogni nuova generazione si comporta come un’onda che si riversa spumeggiante sulla battigia e - con il suo passaggio - cancella ogni segno, lasciando una tabula rasa. Si tratta di un processo naturale e le nuove generazioni non hanno colpe: quasi tutti i ricordi sono destinati ad affievolirsi o a perdersi, nel tempo.  Questo processo diventa un po' meno naturale quando le tracce e le memorie vengono cancellate da ondate di altra natura. È un fatto che – mai come quest’anno - la Giornata della Memoria cade in un contesto che abrade, erode, che è acrobaticamente elusivo in rapporto ai fatti, alle cose accadute, e a eventi che hanno contribuito a costruire l’identità collettiva di questo Paese. Eventi che sono stati centrali rispetto alla cultura di tre generazioni. Ovviamente mi riferisco alla generazione dei miei nonni, che hanno vissuto pienamente i fatti, a quella dei miei genitori, che sono nati negli anni della Seconda guerra mondiale e ne hanno un parziale, ma indelebile ricordo. Infine, c’è la generazione  che, negli anni Settanta e Ottanta, aveva circa vent’anni. In quegli anni, in famiglia, nelle scuole e sul posto di lavoro si discuteva  e si commentavano le notizie pubblicate sui quotidiani. Si cercava di interpretare il delirio omicida delle Brigate Rosse, lo stragismo nero, la posizione dei partiti politici italiani e della Chiesa nei confronti della crisi dell’Unione Sovietica e la diversità tra socialismo e comunismo, o tra democrazia e fascismo. Nei dialoghi tra ventenni di allora si costruiva una forma di coscienza collettiva, non di classe, ma di generazione.
Oggi si dialoga molto di meno, o si parla di altro. Tuttavia, sono ancora convinto che la conservazione della memoria e la corretta comprensione di tutte le "giornate del ricordo", sia un valore collettivo fondamentale, che non deve essere surrettiziamente modificato. Proprio per questo, occorre ribadire con fermezza che il 27 gennaio è la giornata in cui si commemorano lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico, ma anche dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. Occorre capire che si tratta  di una data simbolica, perché in quel preciso giorno del 1945 - quando le truppe dell'Armata Rossa entrarono ad Auschwitz, non cessarono  miracolosamente tutte le persecuzioni, ma il mondo cominciò a prendere coscienza del male assoluto che era stato perpetrato in quel luogo. Allo stesso modo, il 25 aprile si celebra la liberazione dell'Italia,  la fine dell'occupazione nazista  e la definitiva caduta del regime fascista. Anche questa è una data simbolica, perché in quel giorno del 1945, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l'insurrezione generale in tutti i territori occupati dai nazifascisti, ordinando alle forze partigiane del Nord Italia di attaccare e imporre la resa ai presìdi militari fascisti e tedeschi, ove possibile prima dell'arrivo delle truppe alleate. Per sua intima natura, quindi - la Festa della Liberazione non potrà mai essere una generica Festa della Libertà e, rispetto a coloro che scelsero Salò, rimarrà sempre una festa divisiva. In maniera non diversa, il Primo Maggio è il momento in cui si celebra l’avvenuto riconoscimento di alcuni diritti fondamentali dei lavoratori. Per noi, è anche la ricorrenza dell'eccidio di Portella della Ginestra, ossia quel giorno del 1947 in cui la banda armata di Salvatore Giuliano apri il fuoco su un corteo di circa duemila lavoratori siciliani. La Festa dei Lavoratori non può essere, quindi, trasformata  in una generica Festa “dal Lavoro”, ossia non deve diventare il giorno in cui - per un motivo che inspiegabilmente ci è diventato del tutto oscuro – siamo esentati dall’onere e dal diritto del lavoro. Nella giornata del 27 gennaio, ho scelto di riflettere su tre valori fondanti. Se perdono significato, se si inaridiscono, perde significato e diventa sterile molta della storia del nostro Paese. Le generazioni future avranno altre date, altri riferimenti, altri valori collettivi da commemorare. Tuttavia, per chi ha vissuto in una società che riconosceva questi valori come comuni, ogni tentativo di revisione, riscrittura e cancellazione è un’offesa recata direttamente alla storia di questa Patria, ossia del luogo in cui per nascita, o per adozione, tutti ci riconosciamo. Per questo occorre ricordare e – se serve – aiutare tutti a ricordare. La Giornata della Memoria ci aiuta a non dimenticare l’Olocausto del popolo ebraico, dei rom, dei neri europei, dei disabili, degli omosessuali, degli slavi e dei dissidenti, così come le persecuzioni subite dagli internati militari e dagli antifascisti italiani. Serve a non dimenticare il male assoluto di cui è stato capace l’uomo. Questo è il motivo principale per cui questo ricordo e questa giornata devono essere tenuti distinti e cronologicamente distanti da ogni legittima condanna delle scelte dannatamente scellerate che oggi colpiscono la popolazione di Gaza. Occorre ricordare, ma bisogna saper distinguere.


Medioevo demolito e perduto

 



Medioevo demolito e perduto

Il titolo costituisce un omaggio alla  memoria di Colette Bozzo Dufour, che è stata titolare degli insegnamenti di Archeologia cristiana e di Storia dell’arte medievale, e guida magistrale per tantissimi allievi.

Un piccolo passo indietro nel tempo consente di raccontare due vicende di un medioevo genovese, demolito e perduto per sempre. Mi riferisco a scelte assolutamente remote, quando l’esigenza di sviluppo della Genova ottocentesca ha spianato, coperto, eroso interi quartieri che appartenevano al tessuto urbano della città medievale e del suo suburbio. Parlo di spazi che – agli amministratori e ai cittadini della fine del XIX secolo – potevano sembrare inadeguati, fatiscenti, pericolanti, inutili o semplicemente perché – nel fervore post unitario - dominavano le logiche del progresso (“Il secolo è nostro…”) o le supposte ragioni dell’incolumità pubblica: un’ottima giustificazione per nascondere le motivazioni reali di scelte amministrative scellerate. Anche allora, si levarono le voci del mondo dei saperi e della tutela, ma risultarono troppo flebili per contrastare il coro del qualunquismo (…un popolo manomesso nel più caro dei suoi diritti: la vita e l’incolumità), la voce opportunista della burocrazia (…il cattivo stato di conservazione …dipende dalla vetustà delle murature, le quali accennano a sgretolarsi e a sfasciarsi), il tutto accompagnato dall’assordante e ritmico battere del piccone demolitore. In questo modo – nel 1905 - la chiesa di San Siro fu privata della maggior parte del suo campanile medievale, con corredo di petizioni popolari (…giù il campanile che attenta ai nostri giorni). Alfredo d’Andrade si sforzò di dimostrare che i costi di demolizione e ricostruzione sarebbero stati superiori a quelli di restauro e conservazione. Le foto d’archivio e i disegni ci restituiscono immagine e memoria della torre campanaria del XII secolo. Posta sul lato meridionale della chiesa seicentesca, alta cinquanta metri, fino alla cuspide ottagonale, sovrastava le case del borgo di San Siro e costituiva indubbiamente un segnale visibile dal mare. La torre era del tutto simile a quelle - oggi ancora conservate - di San Giovanni di Prè e di Santa Maria delle Vigne. Per il lettore interessato, tutta la vicenda è stata esaustivamente ricostruita da Rita Cavalli. Se vogliamo proseguire in un itinerario ideale nel “medioevo demolito”, possiamo attraversare la città, spostandoci nel suburbio orientale, nella zona del colle di S. Andrea, che coincideva con l’area dell’attuale Via Dante e della parte più alta di Via XX Settembre. Il colle aveva un tessuto insediativo di origine medievale, era innervato da un’impervia viabilità, ed era indubbiamente un ostacolo allo sviluppo del nuovo assetto monumentale della città, realizzato tra fine Ottocento e inizi del Novecento. Porta Soprana e le mura del XII secolo separavano i quartieri interni dal suburbio. La chiesa e il monastero di S. Andrea de Porta erano ubicati sul colle, ad una quota che dobbiamo immaginare più alta di almeno quindici metri rispetto all’attuale piano di calpestio di Via Dante. Nella zona dell’attuale piazza (Raffaele) De Ferrari (Duca di Galliera), era ubicata la chiesa medievale di San Domenico, con una piazza antistante. Tra XVII e XVIII secolo furono realizzati i primi interventi sulla viabilità antica, per migliorare il collegamento tra la città e i nuclei del suburbio orientale. Dopo il 1642, fu tracciata la via Giulia, che univa la piazza di San Domenico alla chiesa di Santo Stefano. Il colle di S. Andrea fu progressivamente sbancato e sacrificato in nome della “pubblica utilità”, con l’esigenza di risolvere il problema della “viabilità orientale” e supportare la crescita economica della città. Il monastero di S. Andrea era già stato trasformato in carcere e, dopo un dibattito piuttosto articolato - ben ricostruito da Anna Dagnino - nel 1903 si arrivò alla decisione della demolizione dell’intero complesso, con il solo vincolo di smontare il chiostro medievale, per una sua futura ricomposizione. La stampa cittadina di quegli anni alterna celebrazioni entusiastiche dei “primi colpi di piccone” e una moderata coscienza delle demolizioni. Ovviamente, durante i lavori, emersero nuove strutture dal sottosuolo: una chiesa (…che pare appartenga al secolo XI), una torre circolare e resti dell’acquedotto romano. Le foto, i rilievi e le annotazioni hanno suggerito a Piera Melli di ipotizzare che la torre circolare fosse anteriore al tratto di acquedotto romano. Nulla fu preservato. Dopo le demolizioni, si pose il problema della ricollocazione del chiostro: accanto alla chiesa di S. Stefano, nei giardini di Palazzo Bianco o di Palazzo Tursi, a Villetta Di Negro o in un magazzino comunale. Le scelte dell’amministrazione fecero prevalere quest’ultima collocazione, e gli elementi furono ricoverati nell’ex chiesa di S. Agostino. Il chiostro fu portato a nuova vita soltanto nel 1922, quando se ne decise la ricomposizione vicino a Porta Soprana, “sul terreno sistemato a giardino circostante la casa di Colombo”, andando a formare ”una pittorica veduta di un interessantissimo gruppo di monumenti”. La potremmo definire la reinvenzione di un paesaggio urbano, tramite la creazione di un recinto artificiale di memorie patrie. Il visitatore odierno può percepire una formidabile porta urbana isolata e monca della prosecuzione delle mura settentrionali, un inspiegabile piccolo chiostro privato del suo contesto originale, un’improbabile casa di Colombo. Sono tracce di una memoria scivolosa, di un medioevo demolito, reinventato, e ricollocato nello spazio urbano. Sono due storie del passato di Genova, e tante altre se ne potrebbero raccontare (S. Margherita in Carignano, vico Dritto di Ponticello, Morcento, Porta Aurea, ecc.). Credo che il lettore possa valutare l’impatto perenne delle scelte politiche sulla “forma” della città, soprattutto quando i portatori di conoscenza sono stati messi a tacere, o quando chi amministrava ha scelto di ascoltare solo la parte più disposta ai compromessi.







DEFRAG - Appunti di Viaggio (2012)


Condivido le immagini del promo realizzato nel 2012 per il format Defrag - Appunti di Viaggio

Dopo la pubblicazione di Appunti di Viaggio (Oltre Edizioni 2011), l'irrefrenabile editore, Paolo Paganetto, propose di promuovere il libro, inserendolo in un format itinerante che associava cinema, racconto e musica. Ci furono diverse tappe, tra cui Genova (Commenda di Prè), Imperia (DAMS), Savona (Film Studio) Bonassola. Inizialmente, il mio ruolo era quello di guida e voce narrante e trovammo buona accoglienza di stampa e pubblico. L'idea di "percorrere e testardamente unire attraverso la letteratura, il cinema e la musica, la terra di Liguria”, era - indubbiamente - velleitaria e la formula adottata, comprensiva anche di un momento di degustazione, rendeva lunghi (e pesanti) i tempi dei singoli eventi.
Dopo poche tappe, mi resi conto che la vera ricchezza di Defrag era la musica del trio Malacorda, con la sua particolare formula acustica. I film proposti erano ben selezionati e d'autore, ma non incontravano il mio gusto personale. Sicuramente, la parte del racconto si rivelò la più debole, anche perché il mio nome e il mio libro non erano sufficienti e validi per catturare l'interesse del pubblico. Ne presi atto, e feci un passo indietro. Il progetto andò avanti per un altro paio di tappe e poi si arrestò.
Non mi sono mai pentito della scelta di partecipare e della scelta di ritirarmi: è stata una bella esperienza culturale, creata "dal basso".

Linda e la scatola della Maglieria Alpina (da "Appunti di Viaggio", Oltre Edizioni 2011)




Eravamo nel marzo 2020, durante il lockdown e, per curiosità e per l'esigenza di tenere vivi i miei contatti, avviai l'esperienza dei racconti live. Ripropongo il primo della serie dei dieci reading live. 
La storia dell'archivio di mia zia Linda ebbe un migliaio di visualizzazioni e un sorprendente numero di presenze e ascolti 
in diretta.

Il reading tratta della vita vissuta a distanza nel secolo scorso. La migrazione verso la "Merica", le due guerre, la fortuna, la nascita di nipoti che non si incontreranno mai. Ricostruisco e racconto la memoria e le "radici", con le foto, le lettere, le cartoline conservate da Linda di Nascio in una "Scatola della Maglieria alpina".


Genova e il Medioevo. Una capitale del Mediterraneo (Rep. Genova cultura)


 Genova e il Medioevo: una capitale del Mediterraneo

Lo spunto per questa riflessione nasce da alcune recenti dichiarazioni di chi ha il compito di amministrare Genova, mentre parte del titolo è un prestito da un libro pubblicato da Geo Pistarino, esattamente trent’anni or sono. In un’intervista apparsa su questo quotidiano è stato prospettato che - nel 2024 - il medioevo potrà essere al centro degli eventi culturali cittadini. Sono un medievista e non posso che dichiararmi entusiasta della scelta, in attesa di avere maggiori dettagli. Appare, comunque, legittimo domandare quale medioevo e quale Genova medievale si vorrà mettere al centro dell’interesse culturale dei cittadini e dei visitatori. Risulta altrettanto chiaro che ci dovranno essere contenuti certificati, competenze progettuali e di divulgazione. Certamente, in una città come Genova, non si può parlare di medioevo sulla base di una semplice suggestione propagandistica, ed è facile cadere in trabocchetti evocativi di tipo folcloristico e commerciale. La città non ha (ancora) un assessore alla cultura, ma sono note le competenze dei consulenti che collaborano con il Sindaco. Posso immaginare che si penserà a un itinerario dei luoghi materiali, alla scoperta delle cospicue tracce della Genova dei secoli centrali del medioevo. Posso pensare alla città della ripa, delle raibe e dei traffici commerciali mediterranei, oppure alla città delle torri, dei palazzi e delle enclave insediative delle aristocrazie mercantili del comune consolare. Esiste, poi, una civitas christiana, fatta di edifici, di reliquie e di tesori di arte sacra. Sono stati riferimenti ideologici fondamentali e perenni per la vita della comunità genovese. Mi piacerebbe fosse proposto un itinerario urbano, alla scoperta dei magistri e delle murature antelamiche. Le porte urbane genovesi, le iscrizioni e le scritture esposte, le pitture stesse (ad esempio in San Lorenzo) sono state un mezzo di comunicazione, capace di costruire progressivamente il mito collettivo e identitario delle origini del Comune. Come è stato fatto in passato, si potrebbe proporre un itinerario archivistico. L’archivio di Stato di Genova è un autentico patrimonio culturale del Mediterraneo, ed è una fonte unica al mondo per tipologia e consistenza, se si intende studiare la vita quotidiana dell’età di mezzo, in tutti i suoi aspetti. Genova è città universitaria, e ha un Ateneo che si affaccia sul mare e che dialoga con tutto il Mediterraneo. Se è possibile ragionare pubblicamente sulle proposte culturali per il 2024, forse uno dei punti di partenza può essere proprio questo. Progettare iniziative ed eventi comporta anche un investimento sul futuro degli studi e della scuola medievistica genovese. La mia generazione ha avuto la fortuna di avere maestri di formidabile autorevolezza. In un cursorio elenco, e facendo torto a molti, posso ricordare Geo Pistarino e Gabriella Airaldi per la storia; Carlo Varaldo e Colette Bozzo Dufour, rispettivamente per l’archeologia e la storia dell’arte; Dino Puncuh e Antonella Rovere per la paleografia e le scienze archivistiche. Oggi, i Palazzi di via Balbi ospitano una compagine molto più ridotta di docenti e di giovani medievisti. Per le materie che ho appena citato, esiste il prezioso lavoro di Paola Guglielmotti e Maria Elena Cortese, di Clario di Fabio e Gianluca Ameri, di Stefano Gardini e Valeria Ruzzin. Altri validissimi colleghi operano nella Scuola politecnica. Esiste poi un significativo numero di studiosi che hanno trovato collocazione in altre sedi universitarie. Eppure, ci sono aspetti della storia della città medievale che sono stati appena sfiorati. Gli interventi di restauro consentono di aggiornare costantemente le conoscenze storico artistiche. Un numero infinito di documenti di archivio deve ancora essere analizzato e studiato. Non esiste un progetto di ricerca per l’archeologia della città medievale, anche se è in atto un’ottima gestione dell’archeologia preventiva. In prospettiva, uno degli investimenti può essere utilizzare le iniziative culturali di Genova 2024 come un volano per rigenerare didattica, ricerca e divulgazione, facendo nuovamente di Genova il luogo di eccellenza per gli studi dedicati al Mediterraneo medievale. Questo significa rendere la città un punto di riferimento internazionale per la medievistica e lavorare per far confluire in città studenti da tutto il bacino del Mediterraneo. Non è un’opera impossibile: si tratta di progettare una corretta campagna di comunicazione, coniugandola ad un’offerta formativa adeguata e multidisciplinare, e a buone pratiche di gestione degli spazi residenziali per gli studenti. Non è sufficiente l’impegno della sola Università, occorre coinvolgere tutte le Istituzioni locali e sono indispensabili gli specialisti che – a diverso titolo - operano negli Enti di tutela, nei Musei, nelle associazioni culturali (una tra tutte, la Società ligure di Storia Patria). Pensate a quale incredibile opportunità è in campo: studiare il Medioevo mediterraneo, vivendo quotidianamente immersi negli spazi e nei volumi del medioevo genovese. Analizzare quotidianamente i monumenti con un approccio autoptico e diretto; sfruttare pienamente il patrimonio immenso dell’Archivio di Stato; percepire la storia millenaria della città attraverso le stratificazioni archeologiche e lo studio dei reperti; utilizzare biblioteche e musei come spazi permanenti della didattica e del sapere. S. Agostino, opportunamente rigenerato, potrebbe diventare proprio questo: un incredibile abaco dell’arte medievale. Esiste. infine, tutto il capitolo della condivisione dei saperi con i cittadini e con coloro che visitano Genova e la Liguria. Qui mi devo fermare. Forse ho aperto il libro personale dei sogni. Mettere il medioevo al centro deli eventi culturali (non solo) del 2024 è un’idea eccellente. La ricetta vincente è la sinergia, l’unione delle forze, accompagnata dalla corretta conoscenza e dalla piena condivisione degli obiettivi.

Fabrizio Benente
Ordinario di Archeologia medievale e prorettore UniGE

Andrea e Guglielmo di Nascio, dal Catai ad Avignone




1338: Andrea e Guglielmo di Nascio, dal Catai ad Avignone

Le fonti avignonesi relative ad Andrea “Franco” da Nascio sono state ben segnalate, negli anni ’70, da Benjamin Kedar. Abbiamo un pugno di testimonianze che ci narrano la vicenda di Andrea e Guglielmo. Nasci, Naxi, Nassio è il nome con cui nei documenti d’archivio genovesi viene definita Nascio, in Val Graveglia, a partire dall’XI secolo. Sulla mobilità degli uomini di Nascio nel Mediterraneo medievale ha scritto poche e chiare pagine Geo Pistarino.

Vai al video racconto


Fabrizio Benente intervista Massimo Zamboni (Genova 2022)



Condivido nel blog l'intervista registrata a Genova, il 15 aprile 2022, in occasione della tappa genovese del tour di Massimo Zamboni (CCCP, CSI): autore, artista, scrittore che ha profondamente influenzato, a partire dagli anni ’80, la scena musicale indipendente italiana e prosegue il suo lavoro con una sorprendente e originale capacità creativa e innovativa. Ho conosciuto Massimo durante il mio periodo come direttore del MuSel di Sestri Levante, ospitando le presentazioni di due suoi libri: L'eco di uno sparo  e  Anime galleggianti.  In seguito, Zamboni ha accettato di collaborare  alla realizzazione del documentario "Dove si posa il vento", realizzato da UniGe in occasione della Festa della Liberazione 2021. La recente pubblicazione dell’album "La mia patria attuale" (Universal Music Italia) ha offerto l’opportunità per rinnovare dialogo e riflessione con l'autore, affrontando i temi legati al significato che dobbiamo dare oggi alla parola Patria, al dovere, alla dignità e alla consolazione che derivano dall’esercizio del semplice atto del lavoro. La produzione UniGe per la Festa dei Lavoratori è stata ideata e curata da Fabrizio Benente e da Davide Colombino ed è stata realizzata grazie alle professionalità del Servizio e-learning, multimedia e strumenti web, dell'Università di Genova. 

Il video completo è visibile al seguente link: 
https://youtu.be/2kR1KhH4XAI

...il suo testo dimostra una buona conoscenza dell'italiano

 




Gentile Fabrizio,

per quanto la sua opera presenti spunti di interesse non la riteniamo adatta alla pubblicazione. Il suo è un testo che dimostra una buona conoscenza dell'italiano e della materia in generale, allo stesso tempo scritta in un modo - a nostro parere sia chiaro - desueto e quindi poco appetibile per i lettori nostrani. Le confermiamo, comunque, la bontà del testo e dell'idea che forse andrebbero resi in modo più moderno, ma questo sarebbe possibile solo riscrivendo l'interno testo con modalità differenti.


Archeologia e lavoro: tutto sbagliato, tutto da rifare?

 


Nota per il lettore 
 
Ho scritto questo articolo nel 2004, quando ero già dottorato, ero già stato assegnista di ricerca e lavoravo come libero professionista in archeologia. Era destinato ad una intelligente newsletter moderata da Stefano Costa e Gianluca Pesce.  Le norme, i livelli di retribuzione e la bibliografia che cito sono ormai vecchi di 18 anni
Molte cose sono cambiate in meglio, ma penso che il ragionamento "di fondo" conservi ancora una certa validità.
Oggi, ho spesso l'impressione che le nuove generazioni di archeologi abbiano una conoscenza (talora) marginale di quanto è stato detto e scritto a partire dagli anni '80 dalle generazioni che li hanno preceduti.  Ogni tanto mi sorprendo ad ascoltare opinioni o a leggere riflessioni che (in maniera del tutto incosciente e in totale  buona fede) vengono fatte passare come punti di vista originali e innovativi.
Rileggendo il testo scritto da un me stesso, archeologo, che (allora) aveva 38 anni ed era mediamente insoddisfatto e arrabbiato per la situazione professionale dell'archeologia italiana (statale, universitaria, professionale) trovo che alcuni aspetti sono sorpassati, altri si sono storicizzati e possono ancora generare discussione e confronto a distanza di tempo. 
E' un modo per comprendere i fenomeni e i cambiamenti, e il tempo necessario per materializzarli. Oggi, da archeologo e universitario che ha superato i 55 anni, scriverei cose diverse, ma vi assicuro che, rispetto al nostro mondo lavorativo, nutro ancora dubbi, perplessità e conservo la stessa acribia critica.

Buona lettura


Archeologia e lavoro: tutto sbagliato, tutto da rifare?

Premessa
La riflessione che mi è stata richiesta dai ricercatori genovesi per questa Newsletter avrebbe necessitato di maggior tempo di elaborazione e di una strutturazione sotto forma di articolo che tenesse in qualche modo conto di esperienze e di riflessioni già edite e ne affrontasse la discussione, portando un contributo in qualche modo innovativo. L’archeologia italiana e soprattutto l’archeologia medievale hanno già fornito dettagliati ed interessanti esempi di 
ponderate riflessioni sullo “stato dell’arte” e sui complessi e mutevoli rapporti tra archeologia e lavoro, libera professione e lavoro dipendente, Università e Soprintendenze. Alcuni dei passaggi più lucidi, con analisi critiche ed elementi propositivi si devono a Gian Pietro Brogiolo (1) e molti contributi sono confluiti in
forum di discussione disponibili sul Web (2).
Alcune scadenze ed una precisa volontà di arrivare alla stesura di
riflessioni aperte e svincolate dalla struttura propria del saggio o dell’articolo mi hanno suggerito di limitarmi a raccogliere alcuni pensieri ed alcune convinzioni,  maturate nel corso di diversi anni di presenza e lavoro nell’ambiente (universitario e professionale) dell’archeologia. Ne sono risultate una serie di osservazioni, una presentazione di problemi aperti, ancora privi di una gerarchia 
interna e spesso lasciati senza risposta, come quesiti espressi per poi esser posti in discussione. Tuttavia, se ho potuto ben comprendere lo scopo di questa Newsletter, forse il contributo assume valore in questa precisa direzione: sviluppare il dialogo ed il confronto su problemi concreti.

Università e lavoro: la scelta del precariatoL’Università dovrebbe essere la sede naturale per la sperimentazione e l’applicazione delle metodologie, in un solido quadro di ricerca storica ed è, quindi, nel quadro della riforma universitaria che si dovrebbero creare gli spazi didattici, ma soprattutto nuovi spazi di ricerca e di sperimentazione per una definizione della professionalità e degli sbocchi lavorativi delle nuove generazioni di archeologi.
Oggi si può vincere un dottorato di ricerca in archeologia intorno ai 25-30 anni, spesso senza avere accesso alla borsa di studio, ma con tutti gli oneri e i costi che il triennio di studio comporta (3). 
Dopo i 30 anni, ma spesso dopo i 35 si può vincere un assegno di ricerca che consente di rimanere con un precario piede nell’ambiente accademico, magari proprio sulla soglia. Lo scopo di questo tipo di finanziamento è la pura ricerca e il 
titolare di assegno si dedica solo alla realizzazione del suo progetto di studio. Il ricercatore “assegnista” viene inquadrato nel personale “non strutturato” dell’Ateneo, rimanendo di fatto "esterno" rispetto alla struttura in cui opera. La possibilità di avere a disposizione servizi e strumenti di lavoro - che altrimenti non sarebbero previsti - dipende solo dalla buona capacità gestionale del Dipartimento o dalla direzione della struttura in cui ci si trova ad operare.
Un’altra forma di assunzione precaria, che non è specifica per gli aspiranti ricercatori è quella delle “docenze a contratto”, con uno stipendio mensile che viene stabilito di volta in volta, con sostanziali differenze tra le diverse Università. Queste forme di assunzione sono state ideate per portare negli atenei personale di alta qualificazione e con sviluppi professionali e carriere esterne al mondo universitario. Con la proliferazione dei corsi della riforma universitaria si è creata l’esigenza di istituire nuove  insegnamenti e spesso si è ricorso a personale già attivo nel mondo archeologico, soprattutto nelle Soprintendenze, con il risultato di non aprire finestre di carriera o possibilità di impiego per i ricercatori (prevalentemente sotto i 40 anni) che non sono già inquadrati nelle strutture di ricerca o di tutela dello Stato.
La possibilità del passaggio ad un impiego a tempo indeterminato è tutta legata al concorso che consente di accedere al posto fisso e diventare ricercatori a pieno titolo. Anche in caso di vincita del concorso ed assunzione (Leggi Finanziarie permettendo), il ricercatore - che avrà percorso tutte le tappe oggi previste e che avrà un’età tra 35 e i 40 anni - avrà uno stipendio medio, in attesa di passare di livello come ricercatore confermato e proseguire la sua carriera (4).
Se si tiene un minimo di attenzione al dibattito sulla vertiginosa crescita del costo della vita e alle odierne rivendicazioni dei lavoratori in materia di contratto di lavoro, risulta ovvio che borse di dottorato (ca. 800 euro mensili), assegni di ricerca (ca. 1000 euro mensili) e stipendio da ricercatore non confermato (ca. 1100 euro mensili), che costituiscono la risorsa economica per chi – tra i 30 e i 40 anni - tenta una minima carriera negli ambiti universitari, consentono una soglia minima e soprattutto diventano inefficaci di fronte alla massa di materiale (libri articoli, partecipazioni a convegni), strumenti di lavoro (personal computer, software, macchine digitali e altro), che per altro sono richiesti per il continuo
aggiornamento della propria preparazione.

Soprintendenze e lavoro: vivere nella speranza di un concorso
Tra i problemi più sentiti, la mancanza e/o la periodicità decennale dei concorsi nazionali per l’assunzione del personale tecnico e scientifico nelle Soprintendenze, unita alla limitata presenza di tecnici e specialisti per la Preistoria e per il Medioevo o, ad esempio per le tematiche dell’archeologia dell’architettura. Anche dopo gli ultimi concorsi, che in parte hanno compensato la fuga verso altri orizzonti lavorativi,  l’Università, l’età media dei funzionari scientifici si colloca tra i 40 e i 50 anni (5). L’Università Italiana produce a ritmo serrato e con regolare cadenza annuale laureati, diplomati di scuola di specializzazione. Si viene a creare annualmente una massa di specialisti di buona e spesso raffinata preparazione (4) che non hanno la possibilità di affrontare un concorso - non si pretende immediato, ma almeno in tempi brevi - per l’ingresso negli organi di tutela statali.
Paradossale – come è noto – che si possa acquisire un diploma di specializzazione con uno specifico indirizzo (archeologia preistorica, archeologia tardo antica e medievale, ecc), ma che i requisiti richiesti dagli ultimi concorsi nazionali per Ispettore Archeologo siano stati - quasi esclusivamente - quelli previsti dalla formazione in “archeologia classica”.
L’attesa e l’aspettativa per la possibilità di un concorso si possono 
prolungare oltre dieci anni, intercalati da collaborazioni, stage, contratti, incarichi che tengono di fatto un archeologo permanentemente dinnanzi alla soglia dell’ambito posto lavorativo, senza che si maturi una minima certezza della futura assunzione. A questa attesa, quand’anche si risolva positivamente con la vincita
di un concorso e con l’assunzione, non corrisponde in seguito una minima soddisfazione economica, a fronte di un lavoro – quello dell’archeologo di soprintendenza – che impone sacrifici, doveri e responsabilità deontologiche e scientifiche.
Resta da aggiungere, parlando del rapporto tra formazione universitaria e concorsi per l’accesso alle Soprintendenze, che manca ancora una normativa che stabilisca chiaramente le diverse possibilità di accesso alle carriere statali con i nuovi titoli di studio, acquisiti dopo i quattro livelli dell'istruzione universitaria: i 
tre anni di base, il biennio, la scuola di specializzazione, il dottorato di ricerca. Questa discrasia non contribuisce certo ad avvicinare uno studente, un laureato o un archeologo già formato al mondo del lavoro statale. 

Musei e parchi archeologici: progettare la valorizzazione
Musei civici, fondazioni, istituzioni non statali e istituti di ricerca non universitari costituiscono certamente una possibile fonte di occupazione per le nuove leve di archeologi. Nel quadro ligure, meglio noto a chi scrive, l’Istituto Internazionale di Studi Liguri offre diverse opportunità di lavoro nella sua sede centrale di Bordighera e nei diversi musei, gestiti per conto delle amministrazioni comunali. Allo stesso modo, si possono annoverare archeologi assunti a ruolo nei musei civici genovesi. Le soluzioni dei contratti di lavoro, in questa situazione regionale, sono abbastanza varie, con prevalenza dell’impiego a tempo determinato o part-time legato alle modalità di gestione ed alla disponibilità economica della struttura in cui ci si trova ad operare.
Diverso il caso dei parchi archeologici. L’esperienza portata avanti 
dall’Università di Siena nei siti di Rocca San Silvestro e Poggibonsi ha contribuito a delineare le linee del dibattito, prospettando le soluzioni di progettazione e a sperimentando direttamente la gestione di questo tipo di strutture6. Inquadrare la prospettiva della valorizzazione tra le finalità della ricerca archeologica costituisce 
– secondo R. Francovich e A. Ziffereno una delle prossime sfide della formazione universitaria, pur restando ben presenti “le perplessità e le resistenze degli addetti ai lavori circa la possibilità di ampliare il mercato del lavoro archeologico, finalizzando gli obiettivi della ricerca” (7).


Società, cooperative archeologiche, libera professione ed archeologia

L’esperienza del lavoro professionale in Italia – com’è noto - ha alle sue origini un forte debito con le esperienze del lavoro professionale in Inghilterra ed ha sviluppato - nell’ultimo decennio - un numero considerevole di società, ditte, cooperative pienamente attive, prevalentemente nei cantieri di archeologia urbana, ma anche nelle grandi appalti delle opere pubbliche nazionali. Sicuramente crescente e notevole è il numero della forza lavoro impegnata, ma non condivido il benevolo giudizio di Gian Pietro Brogiolo sul generale alto livello della formazione professionale e sulle buone condizioni di tutela del lavoratore.
Il lavoro dell’archeologo dipendente è generalmente inquadrato nel contratto nazionale degli Edili (8) e esiste un’attenzione alla definizione di nuove piattaforme professionali per gli archeologi non dipendenti, inquadrati nelle cosiddette “Nuove Identità di Lavoro” (9). Problema aperto è la mancanza di una precisa definizione
professionale dell’archeologo, ossia il noto irrisolto problema dell’albo professionale, la mancanza di una gerarchia che definisca precise qualifiche, compiti e competenze e che consenta una minima differenziazione tra tecnici ed operatori di scavo e – più in generale, tra il personale impiegato su uno scavo. Il risultato è una casualità totale di processi non regolamentati nella scelta degli operatori archeologi, dei responsabili di saggio, di area o di scavo. 
Da una parte si offre possibilità di sperimentazione pratica del mestiere di archeologo ad un notevole numero di studenti, laureandi, e neolaureati, proiettati nel mondo archeologico tra i 20 e i 25 anni, dall’altra parte accade spesso che siano precocemente gravati da responsabilità scientifiche, senza che però sia compiuto per loro il percorso di formazione teorica e di preparazione tecnica sul campo.
Un altro aspetto è quello della tutela sindacale e del livello di retribuzione. La prima praticamente è quasi inesistente, o meglio non si è approdati ad una precisa coscienza dei diritti del lavoratore, quando la stessa possibilità di lavorare in una cantiere di scavo archeologico viene - nella pratica quotidiana - fatta passare per un privilegio.
La stessa esperienza della sistematica applicazione dei contratti Co.Co.Co in ambito archeologico - se vogliamo portare un esempio efficace - è stata discutibile. Si tratta – come è noto - di un rapporto che ha consentito per alcuni anni di sfuggire alle rigidità del lavoro subordinato e di eludere in parte le normative del lavoro, fiscali e soprattutto previdenziali. Gli elementi identificativi di questa tipologia di rapporto, sulla base della normativa, possono essere sinteticamente individuati in:
a) Mancanza del vincolo di subordinazione nei confronti del soggetto
destinatario della prestazione lavorativa. Il prestatore era quindi svincolato dall'inserimento nell'organizzazione gerarchica dell'impresa e godeva di autonomia circa le modalità, il tempo ed il luogo dell'adempimento. 
b) Tipologia di coordinamento. Il prestatore era vincolato ad un rapporto consensuale di costante coordinamento con la struttura organizzativa del destinatario della prestazione.
c) Continuità della prestazione. La prestazione non doveva essere meramente occasionale, bensì continuativa e resa in misura apprezzabile nel tempo.
d) Natura prevalentemente personale dell’opera. Tale requisito consiste nella necessaria prevalenza del carattere personale dell’apporto lavorativo del prestatore. Ne risulta che la collaborazione Co.co.co si inseriva molte volte in maniera scorretta in un quadro – quello dello scavo archeologico stratigrafico - che prevede una gerarchia interna al cantiere, un preciso orario di lavoro (soprattutto quando si tratta di un intervento d’emergenza in un contesto di cantiere urbano), un’esigenza di lavoro d’èquipe e una subordinazione ai diversi responsabili delle varie fasi dell’attività di cantiere. Si aggiunga la totale non regolamentazione dei diritti su lavori fuori sede, con spese di alloggio e viaggio che spesso incidevano direttamente sul lavoratore, andando a ridurre uno stipendio mensile già assai magro.
Con la nuova legislazione, (D.Lgs 276 del 10 settembre 2003), si è inteso portare le collaborazioni coordinate e continuative all’interno dei lavori tipici, restringendo il campo di attività ed istituendo le nuove “Collaborazioni a progetto”. Il rapporto deve essere, ora riconducibile “a uno o più progetti specifici, programmi di lavoro….determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato”, nel rispetto del coordinamento dell’organizzazione committente e indipendentemente dal tempo impiegato.
Rimane, quindi, un rapporto prevalentemente personale e di natura indipendente e senza vincolo di subordinazione. Nell’ottica della regolamentazione di questo rapporto, tutti quei contratti di Co.Co.Co. instaurati senza lo specifico progetto, programma di lavoro o fase devono oggi essere considerati rapporti di lavoro 
subordinato a tempo indeterminato fin dalla data di costituzione del rapporto.
Sono state, inoltre, inserite alcune garanzie per il lavoratore a progetto che non erano presenti nelle Co.co.co. come la sospensione del rapporto in caso di gravidanza, infortunio o malattia. Per quanto attiene ai contributi INPS il collaboratore a progetto è iscritto alla gestione separata con un versamento del 18%, di cui 1/3 a carico del lavoratore e 2/3 a carico del datore di lavoro, le stesse proporzioni sono da considerare per la posizione Inail. Credo, più in generale, che sia doverosa una precisa informazione su questi aspetti, nel momento in cui si firma (il lavoratore), o si propone (il committente)
un contratto di collaborazione a progetto.

Alcune conclusioni, poche soluzioni
L’ultimo decennio ha visto la formazione creazione di una corposa massa di lavoratori, con una media ampiamente sotto i trent’anni, spesso con diploma di laurea o titolo di specializzazione, che non sono tutelati sindacalmente, che non usufruiscono di forme contrattuali che garantiscano equi trattamenti, che non hanno maturato – questo è importante – una minima coscienza dei diritti minimi (contributi pensionistici, soglia retributiva, diritti a permessi e ferie, trattamenti di trasferta) e che ritengono generalmente che lavorare in archeologia sia “un privilegio” o che, nella più rosea delle visioni, sono perfettamente coscienti di accettare sacrifici, in virtù di una forma di vocazione laica per la ricerca scientifica. Certamente l’avvio di piattaforme di discussione sui lavoratori archeologi non dipendenti mi sembra un’utile via verso l’affermarsi di un mercato
della libera professione, certamente garantita da solidi requisiti professionali.
Così come è auspicabile un ritorno alle cooperative di archeologi, maggiormente legate all’ambiente universitario con precisi requisiti di formazione ed in qualche modo svincolati dalla pura imprenditoria.
Esperimenti positivi per la futura qualificazione della libera professione in archeologia sono stati tentati in Veneto, dove con l’autorevole ausilio dell’Avvocatura dello Stato, si è tentata la sperimentazione di convenzioni tra Soprintendenza e committenza privata, sancendo il principio della co-direzione scientifica tra Soprintendenza e Direzione di scavo, affidata ad un archeologo professionista (10).
Qui io mi fermo, perché le soluzioni da offrire sono poche e – anche se nonè un mio compito preciso – desidero lasciare campo aperto alla discussione e – se serve – alla presa di coscienza. Per quanto mi riguarda, se devo esprimere un’opinione che valga da sunto a quanto scritto e all’esperienza maturata, mi limito ad osservare che - citando non uno storico, ma un faticatore consegnato alla storia - mi sembra “tutto sbagliato, tutto da rifare”.

Fabrizio Benente

* Ringrazio Monica Baldassarri, Paola Guglielmotti e Carlo Varaldo per la lettura critica del testo e per le utili osservazioni. Per comodità del lettore e considerando che questo è destinato ad una newsletter, la maggioranza dei riferimenti critici sono disponibili sul web e vengono citati in nota i rimandi alle pagine on line.

1) G.P. BROGIOLO, Archeologia ed istituzioni: statalismo o policentrismo, in Archeologia Medievale
XXIV, 1997, 7-30. Anche in http://192.167.112.135/NewPages/TESTIAM/AM97/01.97.pdf

2) Si confrontino ad esempio i contributi ospitati dal Portale di Archeologia Medievale dell’Università
degli Studi di Siena: http://192.167.112.135/NewPages/benicult/home.html

3) Per chi voglia approfondire sulla normativa e la legislazione in materia di dottorati di ricerca ed università si rimanda al sito dell’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani – ADI ed in particolare alla pagina: http://www.dottorato.it/leggi/index.html

4) Per gli sviluppi di carriera ed il quadro economico delle retribuzioni universitarie, cfr.: http://www.mat.uniroma2.it/~fbracci/conf/bozza.doc

5) L. MALNATI, Problemi di archeologia urbana e tutela: le sfide dei prossimi anni, in Dalla carta di rischio archeologico di Cesena alla tutela preventiva urbana in Europa", a cura di S.Gelichi,
Cesena, 5-6 marzo 1999, Firenze, p. 23.

6) Cfr. M. Valenti, Il progetto del Parco Poggio Imperiale a Poggibonsi (Siena). L'impiego della ricerca archeologica come strumento di politica culturale, in in R. Francovich – A. Zifferero (a cura di), Musei e Parchi Archeologici, Firenze, Edizioni all’Insegna del Giglio, 1999, anche in 
http://192.167.112.135/NewPages/COLLANE/TESTIQDS/parchi/12.rtf

7) R. Francovich, A. Zifferero, Premessa, in R. Francovich – A. Zifferero (a cura di), Musei e Parchi Archeologici, Firenze, Edizioni all’Insegna del Giglio, 1999, anche in 
http://archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/COLLANE/QDS45-461.html

8) Si veda: Rinnovo contratto degli Edili http://www.rassegna.it/2003/contratti/articoli/edili2.htm

9) Sembra utile la lettura del Contributo per la definizione di una piattaforma nazionale relativa alle prestazioni professionali degli archeologi non dipendenti in http://www.nidilnapoli.
it/documenti.asp

La cassa processionale e il culto di Santa Caterina di Alessandria a Sestri Levante



Ripesco dagli hard disk di casa il master originale del documentario che ho curato con Lucio Basadonne nel 2015.

Realizzato per il Musel di Sestri Levante, in occasione del restauro e del ritorno nella chiesa di San Pietro "in vincoli" della cassa processionale di Santa Caterina di Alessandria.

Le riprese di Lucio Basadonne e Andrea Bertero, testi di Fabrizio Benente, montaggio Lucio Basadonne, consulenza musicale Carola Lambruschini, voce narrante Alberto Bergamini. Un ringraziamento al gruppo delle restauratrici e alla Confraternita di Santa Caterina V.M. di Sestri Levante.

Buona visione

Aldo Gastaldi... prima di Bisagno (2022)


Condivido anche nel blog il documentario "Aldo Gastaldi... prima di Bisagno", promosso dall’Università di Genova nel 2022, per celebrare la Festa di Liberazione e ricordare il 25 aprile 1945. Tutto è partito da una proposta di Massimo Minella e da una ricerca d'archivio nel passato dello studente universitario Aldo Gastaldi. Il racconto prosegue fino alla decisione di prendere la via dei monti e abbracciare l'esperienza della guerra di resistenza. L'intervento di Gian Piero Alloisio impreziosisce il documentario. 

L'ideazione e i contenuti sono a cura di Fabrizio Benente e Massimo Minella. Contributi video di: Fabrizio Benente, Massimo Minella, Giorgio "Getto" Viarengo, Gian Piero Alloisio, Matteo Brugnoli, Franco Piccolo. Realizzazione: Servizio e-learning, multimedia e strumenti web, Settore eventi e Settore relazioni esterne dell'Università di Genova. Regia e postproduzione: Lucio Basadonne Riprese: Davide Colombino, Giancarlo Galante, Valeria Piras Si ringrazia: ANPI Lavagna e Valli Aveto, Sturla, Graveglia, Archivio Cinematografico Nazionale della Resistenza di Torino, Archivio Università di Genova, Eliana Ruffoni, Chiara Colella, Elisa Salomoni, Massimo Cerro, Anna Rapallo, Simonetta Cerrini, Chiara Alloisio.


Buona visione

Alla Casina nuova (Nascio 2009)



Questo video è stato realizzato nel 2009, come parte di chiusura del documentario "Oro liquido del Mediterraneo". A cura di Fabrizio Benente, con riprese di Andrea Bertero e post produzione di Lucio Basadonne. I musicisti sono Laura Merione (violino), Stefano Rolli (ghironda e voce), Pierluigi Giachino (Ghironda e voce) e Giancarlo Piccitto (chitarra e voce).

Quando è stato il momento di dare voce musicale alla storia dell’olio, abbiamo scelto la mia casa di Nascio, per semplice comodità dei luoghi, perché è sempre stata casa di contadini, dove domina il legno e perché storicamente ospitava un frantoio famigliare, una “suppressa”. I musicisti sono arrivati una domenica mattina, un po’ alla chetichella, poco inclini alla confidenza o forse un pochino diffidenti rispetto alle riprese. Nelle settimane prima avevamo concordato le scelte dei brani…o meglio Laura, Stefano, Pierluigi e Giancarlo avevano operato una libera scelta nel loro vasto repertorio. 

Io e Daniela abbiamo cercato di metterli a loro agio, prossimi al calore del fuoco della stufa, loro in cerchio e noi a circondarli per riprenderli ed ascoltarli. Per nulla spaventati, i gatti di casa hanno assistito curiosi, dall’alto di un pensile. La registrazione è stata lunga, meticolosa. Andrea Bertero ha colto sguardi espressioni, sensazioni che accompagnavano i quattro musicisti nella faticosa costruzione del tappeto sonoro, nella miscela delle voci. In qualche modo e in presa diretta, è nata la colonna sonora del documentario.

Pian di Coreglia, Campo 52: Un recupero della memoria locale e un'espressione di antirazzismo

Condivido questo video per sollecitare attenzione ai luoghi della memoria del nostro territorio. Lo condivido - anche - per esprimere una piccola ma sentita solidarietà a Liliana Segre, sperando che gli algoritmi dei social me lo consentano. Mi permetto di invitarvi a fare la stessa cosa, facendo argine alle più ignobili e vili espressioni di razzismo, fascismo e intolleranza, maldestramente sdoganate dai tempi in cui ci troviamo a vivere.


Campo 52: Tracce per il giorno della memoria

Fabrizio Benente e Massimo Minella tornano a Pian di Coreglia per narrare la memoria dei luoghi da cui, il 21 gennaio 1944, 20 cittadini ebrei italiani furono deportati ad Auschwitz. Da un'idea di Fabrizio Benente e Massimo Minella Con Giorgio "Getto" Viarengo Regia: Lucio Basadonne Riprese: Alberto Baschiera, Davide Colombino, Giancarlo Galante Produzione: UniGe Terza missione Servizio e-learning, multimedia e strumenti web Settore Relazioni esterne Settore Eventi

Sebastia e la Palestina (missione 2012/2013)






Nel 2012/2013 ho diretto una breve missione archeologica a Sebastia, in Palestina, collaborando con i colleghi di Al Quds University e con la cooperazione italiana nei Territori.

Sebastia (Palestina) è l’antica Samaria della tradizione biblica, poi città romana (Sebaste), bizantina, islanica, crociata (Casalis Sancti Johannis) e ancora islamica (Sebastiya). Si tratta di un centro pellegrinale di prima importanza per la presenza della tomba di San Giovanni Battista (che per l’Islam è il profeta Yahia). Testimoniata dalle fonti paleocristiane e menzionato negli itinerari dei pellegrini dal XII fino alla fine del XVII secolo. Sebastia è anche un sito archeologico mal conservato e piuttosto abbandonato a se stesso.

L'obbiettivo del progetto era individuare i limiti e le tracce archeologiche, monumentali e materiali dell'occupazione d'età islamica, crociata e cristiana (XI-XIII secolo) a Sebastia e nel suo territorio. Il breve survey archeologico fu anche esteso a diversi siti della valle di Sebastia, posti sulla direttrice viaria tra Gerusalemme/Nablus e Jenin. Il progetto prevedeva anche la realizzazione di un itinerario di visita virtuale alla città, curato da Roberto Frasca, per conto di ETT.

Come (talora) accade, il progetto ebbe precoce termine, soprattutto per la difficoltà di condividere effettivi obbiettivi scientifici e per problemi più "politici" con il mondo della cooperazione italo/palestinese. Potevo proseguire, insistere, ma decisi di troncare la collaborazione e chiudere il progetto.

Ho sempre avuto il dubbio di essere stato coinvolto in un gioco tra le parti, senza avere sufficiente esperienza ed elementi per capire le regole, e interpretando (probabilmente) il ruolo dell'utile idiota. Per questo, ricordo molto più volentieri gli studenti, le serate a parlare, le persone incontrate, i luoghi, il cibo e l'ospitalità delle persone comuni.

Non ho mai pubblicato nulla dei dati raccolti, anche perché fu veramente un survey preliminare. Il video montato da Roberto Frasca raccoglie indubbiamente la parte più positiva ed emotiva dell'esperienza.

Mi piacerebbe tornare, non come archeologo, come semplice viaggiatore.

I fear “decision makers,” even when they bring gifts.




I fear “decision makers,” even when they bring gifts. Sometimes, I look to the future and I hope it will not be a vortex of technology and consumption, but a systematic action to reduce inequality, in the balance between ecological, cultural and digital transition. I'm curious about the new smart cities, and I imagine they will be able to regenerate social spaces and habits. I imagine that we will have to make informed choices, identifying personal milestones. If someone asks me what I will take with me in the coming year, I answer that I will keep with me the legacy of memories, the identity of the places and I will protect the original ideas. They are solid milestones, they help me understand where I'm coming from and the road I've traveled. I find them suitable for living in a society where everything is liquid and risks slipping away quickly.


Riabitare la montagna ligure

 



La nostra regione ha un’alta incidenza di territorio “montano”. Possiede una stretta fascia costiera, ad alta densità abitativa, che lascia subito spazio ad un entroterra molto meno abitato, caratterizzato da versanti ripidi, addomesticati storicamente da sistemi di terrazzamento e da antiche pratiche di gestione delle risorse boschive.

Questi ultimi anni di “paura” virale hanno cambiato, in qualche modo, la percezione della “montagna”. Le case “di campagna” e l’eredità semi abbandonata “dei vecchi” sono improvvisamente diventati il luogo del rifugio, a volte scomodo per la mancanza di servizi, ma certamente “sicuro”, anche adatto al lavoro remoto e a replicare le modalità sociali che la città non poteva più garantire, a causa delle regole del distanziamento.

Tuttavia, l’entroterra vallivo e montano non può essere uno spazio da frequentare temporaneamente, sempre che si dimostri ben attrezzato di tutte le comodità della vita cittadina. Non è il luogo dove turisti e cittadini possano trasferire “nel verde” le loro consuetudini, compresa la festosa movida estiva.

L’incipit può sembrare offensivo. A mia discolpa, confesso di aver scelto di tornare a vivere, da quasi vent’anni, tra i Liguri dei Monti, assumendone qualche asprezza, ma perfettamente consapevole dell’esigenza di proteggere qualità del vivere, tipicità e biodiversità.

Ho un altro grave difetto: diffido della insostenibile leggerezza di chi, amministrando dai bei palazzi di città, pensa allo spazio rurale esclusivamente in termini di sviluppo di forme di turismo, tra costa ed entroterra, possibilmente favorite dall’accesso a contributi europei e supportate da attività di “ripristino naturalistico e miglioramento ambientale”, genericamente rubricate come progetti di “rinaturalizzazione”. La Liguria montana è un territorio che non si presta a generalizzazioni, perché è “diverso”, da Levante a Ponente, governato da tante identità. Non è uno spazio che necessariamente deve essere adattato al turismo, o che deve tornare incontaminato e spopolato per sollecitare il godimento di una minoranza contemplativa che non saprebbe mai costruire un rapporto materiale e prolungato con la terra. La montagna ligure è uno spazio che deve essere gestito soprattutto da chi sceglie di viverci in maniera permanente, garantendone la sopravvivenza identitaria.  Appartenere alla montagna non è un’eredità basata sul diritto di nascita e sulla sopravvivenza assistita. Scegliere di vivere la montagna vuol dire prendere completamente in carico la quotidianità, l’addomesticamento delle asprezze, sapendo diventare attori consapevoli e rispettosi di un paesaggio che per secoli è stato rimodellato dall’uomo, con pratiche collettive che si possono ancora riprodurre, aggiornandole.  In tutto questo non c’è nulla di “eroico”. Si tratta di un aggettivo sdrucciolevole e abusato, fino a diventare uno specchietto commerciale per allodole (agricoltura eroica, vini eroici, ecc.).

L’entroterra e la montagna potrebbero essere il luogo ideale per la sperimentazione di una nuova mobilità verticale, non turistica, ma legata ad una rinnovata attitudine nomade a lavorare in città e presidiare attivamente l’entroterra, recuperando con vigore lo spazio abitato, lo spazio coltivato e il bosco.

Cosa servirebbe?

Per prima cosa una profonda conoscenza diretta della realtà rurale da parte di chi oggi si candida ad amministrare la nostra Regione. I tour elettorali in campagna sono brevi parentesi di promesse verbali, talora scritte sulla carta velina dei programmi elettorali. Occorrono semplificazione amministrativa, accesso al digitale, infrastrutture e servizi essenziali (scuole locali, garanzia di trasporto pubblico, presenza di presidi ambulatoriali). Occorrono interventi per favorire l’economia della tipicità, e il consolidamento di buone pratiche che garantiscano un utilizzo durevole delle risorse. Si tratta di aver il coraggio di affidare nuovamente agli attori locali e alle loro micro-istituzioni la gestione diretta dei paesaggi e del patrimonio rurale. Occorre passare dall’economia assistenziale del “contributo” a quella premiale dello sgravio fiscale, ma concesso a soggetti e a progetti ben identificati. Altrimenti, entro pochi anni, ci resteranno pochi e ameni luoghi di villeggiatura montana, vissuti come spazi di compensazione della vita urbana, dove turisti e bambini guarderanno con stupore gli “animali vivi”, muoversi liberi in mezzo a tante vecchie case e alle “cose verdi con le foglie”.

Parlando di occhi chiusi e proiettili vaganti (Deep Purple - Child in Time)




"... Ian Gillan canta "See the blind man shooting at the world. Bullets flying, ooh taking toll". Con una traduzione un pò libera, ma oggi molto attuale potremmo renderla: "Guarda l'uomo cieco mentre è impegnato a sparare al mondo. I proiettili vaganti esigono (sempre) un tributo (di vite umane)". Nei versi successivi della canzone (And you've not been hit by flying lead You'd better close your eyes you'd better bow your head Wait for the ricochet) qualche critico musicale ha letto un riferimento diretto alla teoria della Mutual Assured Destruction (MAD). Tra il primo attacco nucleare e la sua immediata risposta "di riflesso" passerebbero pochi minuti. Nessuno dei contendenti ne uscirebbe vincitore, ma tutti sarebbero distrutti, o colpiti dagli effetti collaterali del fall out. Per questo, Gillan canta "se non sei stato colpito dal piombo vagante, chiudi gli occhi, abbassa la testa e aspetta il colpo di rimbalzo del proiettile". Comunque sia, il colpo è destinato a arrivare".
#paroleinterraincognita
#fabriziobenente

L'ITALIAchiAMÒ – Contributi da Genova per la Festa dei Lavoratori





Ho conosciuto Massimo Zamboni nel periodo in cui ero direttore del Museo di Sestri Levante e, in quella veste, lo invitai a presentare il film Breviario Partigiano (Post CSI). Un paio di anni dopo, Massimo tornò ad essere ospite delle nostre serate estive, sotto la Torre dei Doganieri, e presentò "Anime galleggianti". In anni più recenti, diventato prorettore dell'Ateneo, genovese, ho chiesto a Zamboni di partecipare al documentario "Dove si posa il vento", realizzato in occasione della Festa della Liberazione 2021. Dati i precedenti, non è stato difficile convincerlo a registrare una riflessione sul significato che dobbiamo dare oggi alla parola Patria, al dovere, alla dignità e alla consolazione che derivano dall’esercizio del semplice atto del lavoro. La riflessione, insieme ad alcuni pezzi del suo ultimo album, è diventata un prezioso contributo di UniGE, in occasione della Festa dei Lavoratori 2022.

Il video è stato registrato a La Claque, il 15 aprile 2022, in occasione della tappa genovese del tour di Massimo Zamboni. La produzione UniGe per la Festa dei Lavoratori è stata ideata e curata da chi scrive, e da Davide Colombino ed è stata realizzata grazie alle professionalità del Servizio e-learning, multimedia e strumenti web, con la collaborazione del Settore relazioni esterne dell'Università di Genova.

Buon ascolto e buona visione

Decadi di Decadenza (5 di 5)







Alla mia età i compleanni non si festeggiano, si subiscono, come una diabolica sottrazione di tempo. Ti guardi allo specchio, devi necessariamente accettare il cambiamento, trovando le migliori strategie di costante adattamento. Vivi nel tempo presente, anche perché il futuro è una piccola parte, e appartiene ad altri. Il mio 55° anno di vita non è stato così male e - a tratti e con palpitazione tenue - mi sono divertito un sacco. Contributi, eventi, musica, narrazione, sport, orto e vigneto: sono riuscito a fare quasi tutto. Magari in un continuo e magnifico equilibrio instabile e precario, ma tutto è a posto.
In cantiere c'è un'Opera Buffa, ma non so ancora se vedrà la luce. Ci sono idee e progetti già scritti. Continuo ad amare il mio lavoro sul campo, ossia subisco ancora la fascinazione dell'archeologia. Tuttavia, sono sempre più convinto che il lato peggiore dell'archeologia siano...gli archeologi. Sono certo che sorriderete, passandomi la battuta, anche perché la ripeto da oltre 30 anni.
Amo il posto dove vivo, vorrei che fosse ancora più montano, aspro, solitario, duro e isolato. La Liguria montana non è un paese per comodi pensionati, placidi trasfertisti e ilari turisti domenicali. Il nostro appennino è una terra che necessita di cura e comprensione, ossia di continua perseveranza e puntuale consapevolezza. Oggi ho una famiglia allargata. Oltre ai due bipedi sapiens, ci sono Filippo (il primogenito), Neslie, Axel, Rudy, Linda, Thea (l'ultimogenita), Diablo e Leo. Insomma, per veneranda età e numerosa prole, sono diventato una sorta di patriarca biblico, circondato da amore puro.
Per salutarvi, ho messo le foto della mia famiglia. E' tutto quello che ho, ed è quello che mi rende ciò che sono.

  La “quarta missione” dell’Università: il feticcio della rendicontazione  (pubblicato su Repubblica, Genova, 8 aprile 2024) Chi insegna nel...