La nostra regione ha un’alta incidenza di territorio
“montano”. Possiede una stretta fascia costiera, ad alta densità abitativa, che
lascia subito spazio ad un entroterra molto meno abitato, caratterizzato da
versanti ripidi, addomesticati storicamente da sistemi di terrazzamento e da
antiche pratiche di gestione delle risorse boschive.
Questi ultimi anni di “paura” virale hanno cambiato, in qualche
modo, la percezione della “montagna”. Le case “di campagna” e l’eredità semi
abbandonata “dei vecchi” sono improvvisamente diventati il luogo del rifugio, a
volte scomodo per la mancanza di servizi, ma certamente “sicuro”, anche adatto
al lavoro remoto e a replicare le modalità sociali che la città non poteva più garantire,
a causa delle regole del distanziamento.
Tuttavia, l’entroterra vallivo e montano non può essere uno
spazio da frequentare temporaneamente, sempre che si dimostri ben attrezzato di
tutte le comodità della vita cittadina. Non è il luogo dove turisti e cittadini
possano trasferire “nel verde” le loro consuetudini, compresa la festosa movida
estiva.
L’incipit può sembrare offensivo. A mia discolpa, confesso di
aver scelto di tornare a vivere, da quasi vent’anni, tra i Liguri dei Monti, assumendone
qualche asprezza, ma perfettamente consapevole dell’esigenza di proteggere
qualità del vivere, tipicità e biodiversità.
Ho un altro grave difetto: diffido della insostenibile
leggerezza di chi, amministrando dai bei palazzi di città, pensa allo spazio
rurale esclusivamente in termini di sviluppo di forme di turismo, tra costa ed
entroterra, possibilmente favorite dall’accesso a contributi europei e supportate
da attività di “ripristino naturalistico e miglioramento ambientale”,
genericamente rubricate come progetti di “rinaturalizzazione”. La Liguria
montana è un territorio che non si presta a generalizzazioni, perché è “diverso”,
da Levante a Ponente, governato da tante identità. Non è uno spazio che
necessariamente deve essere adattato al turismo, o che deve tornare
incontaminato e spopolato per sollecitare il godimento di una minoranza
contemplativa che non saprebbe mai costruire un rapporto materiale e prolungato
con la terra. La montagna ligure è uno spazio che deve essere gestito soprattutto
da chi sceglie di viverci in maniera permanente, garantendone la sopravvivenza
identitaria. Appartenere alla montagna
non è un’eredità basata sul diritto di nascita e sulla sopravvivenza assistita.
Scegliere di vivere la montagna vuol dire prendere completamente in carico la
quotidianità, l’addomesticamento delle asprezze, sapendo diventare attori
consapevoli e rispettosi di un paesaggio che per secoli è stato rimodellato
dall’uomo, con pratiche collettive che si possono ancora riprodurre,
aggiornandole. In tutto questo non c’è
nulla di “eroico”. Si tratta di un aggettivo sdrucciolevole e abusato, fino a
diventare uno specchietto commerciale per allodole (agricoltura eroica, vini
eroici, ecc.).
L’entroterra e la montagna potrebbero essere il luogo ideale
per la sperimentazione di una nuova mobilità verticale, non turistica, ma
legata ad una rinnovata attitudine nomade a lavorare in città e presidiare
attivamente l’entroterra, recuperando con vigore lo spazio abitato, lo spazio
coltivato e il bosco.
Cosa servirebbe?
Per prima cosa una profonda conoscenza diretta della realtà
rurale da parte di chi oggi si candida ad amministrare la nostra Regione. I
tour elettorali in campagna sono brevi parentesi di promesse verbali, talora
scritte sulla carta velina dei programmi elettorali. Occorrono semplificazione
amministrativa, accesso al digitale, infrastrutture e servizi essenziali
(scuole locali, garanzia di trasporto pubblico, presenza di presidi ambulatoriali).
Occorrono interventi per favorire l’economia della tipicità, e il
consolidamento di buone pratiche che garantiscano un utilizzo durevole delle
risorse. Si tratta di aver il coraggio di affidare nuovamente agli attori
locali e alle loro micro-istituzioni la gestione diretta dei paesaggi e del patrimonio
rurale. Occorre passare dall’economia assistenziale del “contributo” a quella
premiale dello sgravio fiscale, ma concesso a soggetti e a progetti ben
identificati. Altrimenti, entro pochi anni, ci resteranno pochi e ameni luoghi
di villeggiatura montana, vissuti come spazi di compensazione della vita urbana,
dove turisti e bambini guarderanno con stupore gli “animali vivi”, muoversi liberi
in mezzo a tante vecchie case e alle “cose verdi con le foglie”.