Quando è stata a la
prima missione in Israele Chi ne faceva parte?
Era
il 2006, l’Università di Genova aveva ricevuto l’invito da Benjamin Kedar
(grande maestro della storia del Mediterraneo medievale e con forti legami di
studio genovesi) a provare a sviluppare un progetto di studio archeologico
dedicato alla presenza genovese nell’Oriente latino e a San Giovanni d’Acri. A
quel tempo non ero strutturato in Ateneo, ero un semplice ricercatore precario.
Carlo Varaldo e Gabriella Airaldi, allora tra i principali referenti della
medievistica universitaria genovese, mi offrirono l’opportunità di condurre una
prima missione esplorativa e organizzativa. Non era la prima volta che mi
recavo per lavoro in Oriente e Medio Oriente. Nel 1997, sotto la guida di Carlo
Varaldo avevo partecipato alla missione di studio Italo Libanese a Gibelletto e
Batroun. Dal 2001 al 2004, l’Ateneo genovese mi aveva offerto l’opportunità di partecipare
a missioni in Cina. In sostanza, avevo accumulato una certa esperienza in quel
tipo di operazioni di ricerca. La
prima missione in Israele fu un incontro straordinario con la realtà di Akko e
con i protagonisti della ricerca archeologica nel Nord di Israele. Fummo
accolti da Beni Kedar, mentre la nostra guida principale fu Eliezer Stern,
archeologo dell’Israel Antiquities Authority e autorità di riferimento per
l’archeologia urbana di Akko e della Western Galilea. Il ridotto staff genovese
era completato da Gian Battista
Garbarino e Alexander Parise, allora giovani ricercatori genovesi. Decidemmo di
non risiedere in una struttura ricettiva, ma di essere ospitati in una sorta di
bed & breakfast a gestione totalmente familiare. È stata una scelta di tipo
immersivo, con lo scopo di vivere dentro la città, e la ho sempre ripetuta in
seguito. Di quel soggiorno ricordo il primo approccio alla città Vecchia e alla
sua realtà prevalentemente araba. La nostra presenza è stata ben percepita,
probabilmente grazie alla scelta di attivare subito forti legami basati sulla
fiducia e la piena collaborazione lavorativa.
Che cosa hai potuto verificare lavorando in quei territori insieme a studiosi ricercatori
israeliani e palestinesi?
Dopo il 2006, ho scavato ad Akko, con diverse interruzioni,
dal 2007 al 2018, collaborando con gli archeologi della Israel Antiquities
Authority. Sono stato Getty Fellow a Gerusalemme nel 2010, dove ho trascorso
alcuni mesi di studio presso l’ Albright Institute of Archaeological Research. Nel
periodo lungo ho percepito punti di forza e punti di debolezza della attuale società
israeliana. Le diseguaglianze che spesso sono esplicite, quelle legate ai
radicalismi religiosi e alle ortodossie, alle volontà politiche di espansione coloniale.
La mia esperienza in West Bank data 2010
e 2012. Non ho mai avuto occasione di recarmi a Gaza, ma ho soggiornato
abbastanza a lungo a Sebastia, nella regione di Nablus. Qui abbiamo condotto
una missione archeologica italo/palestinese, incentrata essenzialmente su un
ampio survey della città e del suo territorio. Su questo versante non voglio nascondere
le difficoltà, a partire dalla diffidenza dei colleghi e da un certo
giustificato loro desiderio di continua legittimazione scientifica. In quelle
settimane ho parlato raramente di questioni politiche e sociali, ma ricordo una frase che mi è stata ripetuta spesso: “Voi
Occidentali non dovete mai dire ai
Palestinesi cosa è meglio o non meglio fare per il nostro Paese”. In Cisgiordania ho incontrato una realtà umana
molto ricca, una popolazione sostanzialmente povera, ma generosa e aperta
all’accoglienza. Ho anche incontrato un’amministrazione intrisa di interessi
economici, molto lontani dalla valorizzazione del patrimonio culturale. Da quel
soggiorno è nata una mostra fotografica, curata insieme a Roberto Frasca, e
diverse conferenze divulgative. A posteriori ritengo significativo il fatto di
non avere pubblicato nulla in sede scientifica di quell’esperienza. Infine, ricordo
come elementi di disturbo ambientale e di relativa ingerenza sulle nostre
attività scientifiche alcune presenze della cooperazione, forse troppo legate al contesto politico interno.
La cultura e l'archeologia sono veramente dei collanti che
possono permettere di superare le divisioni politiche sociali e religiose.
La cultura dovrebbe saper muovere le coscienze, esercitando
la capacità di compensare e negoziare le supposte differenze etniche che, viste
attraverso la prospettiva “genetica”, risultano essere esclusivamente una
costruzione sociale e culturale. Ovviamente Intendo una cultura di impostazione
laica, non fideistica, ma anche tutte le culture che si basano sul principio ecumenico
del dialogo interreligioso. Il problema, per chi opera nel mondo dei saperi, è
la capacità effettiva di ricevere ascolto, muovere le opinioni e incidere sulle
scelte della società. Altro problema sono gli interessi personali e l’autorappresentazione
dei “supposti” portatori di saperi. Alcune presenze ai recenti talk show
televisivi sono un degno esempio di questo diffuso fenomeno.
Quando tornerete con una nuova campagna di scavo in Israele
per conto dell'Università di Genova e di che cosa si tratta?
In questo momento non ho un programma di scavi che mi riporti
ad Akko o nei territori che ho studiato in un recente passato. Certo, sto
continuando a lavorare con i colleghi del
Levante su una proposta di progetto sul tema della mobilità umana nel
Mediterraneo medievale. Si tratta di un altro modo per affrontare culturalmente
e scientificamente il tema delle migrazioni umane e “mitigare” il timore di un
impatto sociale a lungo termine sulle società mediterranee e la paura della
perdita delle identità locali.
Con chi farai questo è questo intervento? Ci sono dei
problemi al momento e perché?
Questo avvio di progetto coinvolge colleghi della Penisola
Iberica e del Levante. Per questi ultimi le difficoltà ci sono state e si
saranno nelle settimane a venire. Non voglio prendere posizioni, perché
qualunque posizione – in questo frangente - sarebbe mal interpretata. La guerra
è – in assoluto - un orrore umano e irrazionale. Quando ci sono due popoli, ci possono essere
due Stati. È un’osservazione talmente banale che – oggi - può sembrare
rivoluzionaria. Certamente in un Europa e in un mondo dominati dalla crescita
di diverse forme di neo nazionalismo identitario, risulta più facile tracciare confini,
gonfiare il petto e imbracciare il fucile, con tutto ciò che ne può conseguire.