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Colori d'estunno a tavola

Vivere la campagna è molto diverso dal semplice abitare in campagna. Significa imparare a conoscere la natura più intima dei luoghi, dei ritmi, delle stagioni e saperne catturare le sorprendenti possibilità. Quest'anno, ad esempio, il clima mite di settembre e ottobre ha fatto vivere l'orto oltre il suo tempo consueto. A fine novembre posso ancora raccogliere pomodori e peperoni, posso attingere alle insalate più resistenti e ho già finocchi e cavoli rigogliosi. Ho conservato in cantina cipolle e aglio estivi e ho disponibilità di origano e maggiorana, freschi oppure essiccati. La molitura delle olive è cosa fatta in queste settimane e ho abbondanza di legumi secchi, conservati nei sacchetti di "papè mattu" che, poi, è la carta matta o la carta paglia. 
In un tempo che ci vede tutti cuochi e chef, noi non abbiamo particolari stelle, ma cerchiamo di alimentarci bene e in maniera naturale. Per il semplice piacere di condividere, ecco a voi il nostro pranzo di domenica 20 novembre.




Cominciamo con una "entrée" a colori. Pomodori, peperoni verdi dolci e peperoncini piccanti viola (solo perché non arrivano più a maturazione). Tutto è stato colto questa mattina nell'orto. A coprire, legumi secchi, spezzati e tostati. Origano e aglio sono estivi. Olio nuovo e verde, come se non ci fosse un domani.




La seconda portata è nuovamente frutto dell'orto. Cavolfiori fatti scottare in acqua bollente  e funghi secchi, a rilasciare sapore. Gratinati al forno con pan grattato, misto a parmigiano (poco) e pecorino (tanto) grattugiati. Poi ho aggiunto a crudo, olio nuovo e pistacchi tritati (unico ingrediente del tutto alloctono).

Buon appetito, e perdonate il mancato "impiattamento" e la mancata osservanza alle regole auree.
Siamo liguri montani...poco abituati all'eleganza.

Il pane del bosco delle Lame

 



Volete sapere come si faceva il pane nei boschi ?

Era il ’56 ed ero andato a tagliare la legna, in un bosco vicino al Lago delle Lame (in Valle Sturla). C’era un toscano che si chiamava Marino. Era uno che faceva il capomacchia: erano chiamati così i capoccia, quelli che comandavano il taglio del legname. Bisognava fare il pane, perché era un po’ troppo scomodo portarlo su nel bosco e poi veniva molto buono, proprio in quel punto lì.

Per fare la cottura di questo pane, ho visto prima fare il forno.

Iniziavano raccogliendo dei rami di legna del diametro di cinque o sei centimetri e costruivano un castelletto centrale di forma quadrata. Fatto il castello centrale, aggiungevano la legna più piccola, incastrando bene le ramaglie, cercando di dare una forma arrotondata, proprio come una cupola di forno. Poi prendevano delle foglie secche, foglie che magari erano lì da due anni, però che fossero ben umide sotto, e le disponevano sopra ai rami, per creare una superficie regolare, in modo che non rimanessero dei vuoti.

Come argilla si usava la creia, ossia una terra che era simile a quella che c’è sotto i ceppi dei castagni. Se provate a scavare sotto una pianta di castagno, troverete un tipo di terra rossa creta, che somiglia a quella con cui si fanno i mattoni per l’edilizia. È quasi uguale, ma non si trova da tutte le parti, perché se ci sono troppe foglie di faggio, la terra marcisce e diventa nera. Loro la cercavano rossa, come l’argilla e se era troppo asciutta prendevano un po’ d’acqua e la impastavano come si fa con la calce, ma doveva rimanere molto più consistente. Una volta impastata, la lasciavano per un po’ di tempo stesa al sole. Poi disponevano la terra creia sulla forma fatta con le ramaglie e rivestita di foglie umide, la battendola bene con le mani e lisciandola, poi all’esterno.

Sul davanti, realizzavano un’apertura alta trenta o quaranta centimetri, utilizzando un pezzo di lamiera, piegato in modo da fare un arco, ma non un cerchio regolare, piuttosto un’elisse. Si dice così, vero ? Dalla parte opposta predisponevano una sorta di camino, sempre utilizzando un pezzo di lamiera. In questo modo il fuoco e il calore, prima salgono verso la volta della cupola e poi fanno il giro, ed escono dall’apertura del camino, che è posta dietro, ma in basso.

Una volta rivestita di argilla la forma e dopo averla ben lisciata in superficie, accendevano all’interno il primo fuoco. Questo incendiava i rametti più sottili e poi il castello centrale e le foglie, ma pian piano. Quel fuoco bruciava lento, come quello di una carbonaia. L’argilla diventava lentamente terra cotta e così si preparava il forno. Una volta finito, era pronto per iniziare a produrre il pane e veniva usato per tutta la stagione del taglio del bosco.

Per cuocere il pane prendevano delle foglie secche e della legna fine e cominciavano ad alimentare il fuoco all’interno del forno di terra cotta. Mentre la legna bruciava e calava, si continuava ad aggiungerne dell'altra. Mettevano anche legna più grossa. Durante l’attesa avevano preparato la paletta per infornare il pane, usando il legno di faggio, lavorandolo con le roncole e con  l’accetta. Preparavano delle pagnotte, un po’ affusolate, ci facevano un taglio nel mezzo, ed erano di mezzo chilo ognuna, perché lo sapevano stimare ad occhio… e perché lo vendevano per mezzo chilo.

Quando il forno era fuogato, cioè avevano fatto tanto fuoco che le pareti erano diventate rosse, allora con la paletta di legno di faggio prendevano una decina di queste pagnotte crude e le infornavano. Le lasciavano cuocere per quaranta minuti.  Facevano il pane per circa quattro ore al giorno, perché era per i boscaioli che facevano la legna: gente che tagliava e che faticava, gente che si trovava di passaggio, anche mulattieri. Il pane lo vendevano nel bosco, così appena fatto… ed era buonissimo quel pane lì, credetemi.

Il fornetto, se stavi attento, se lo coprivi bene e non lo facevi bagnare, durava tutta la stagione. Si iniziava a lavorare verso il venti di aprile e si andava via dal bosco ai Santi, certo a seconda delle annate e del freddo che faceva, perché a mille o millecinquecento metri si cominciava a stare mica tanto bene, e quando veniva la brutta stagione se ne andavano proprio tutti. Il mese di ottobre i Veneti e i Toscani - erano bravissimi a tagliare il bosco - cominciavano ad andare via, perché la loro stagione ormai era finita. Rimanevano cinque o sei squadre di mulattieri, perché la legna era tagliata, ma era ancora sparsa nel bosco e andava portata tutta giù a valle. C’erano anche le teleferiche, con il cavo d’acciaio teso, che scendeva giù fino a valle. Appendevi la fascina tramite un gancio di ferro e poi la lasciavi andare a valle, prendeva velocità e, passando giù nel bosco, fischiava fortissimo. L’attrito tra il cavo e il gancio, qualche volta, produceva scintille (continua).

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