Il rapporto con un cane è esclusivo, breve e definitivo. Questo è il punto di partenza per il ragionamento, e mi scuso con coloro che non hanno mai sperimentato questa unicità, o con coloro che si infastidiscono perché i cani manifestano territorialità, abbaiano agli estranei, alle macchine, agli altri cani e ululano alla luna, disturbando il placido riposo dei turisti estivi. Vivere con un cane non è un dovere, non è un obbligo, è un’opportunità che l’uomo ha potuto decidere di cogliere, almeno da 15.000 anni a questa parte. La mia famiglia è attualmente composta da Daniela, Filippo e Neslie. In sostanza, siamo due coppie conviventi. La prima afferisce distrattamente e poco sapientemente all’unica specie vivente del genere homo (ma noi tutti abbiamo curiose affinità genetiche con bonobo e scipanzè comuni). La seconda è una coppia creativamente afferente al canis lupus familiaris. Filippo e Neslie non hanno un pedigree nobile e non provengono da allevamenti prestigiosi, sono stati rigorosamente adottati da canile, dopo storie di maltrattamento e abbandono. Entrambi sanno manifestare una nobiltà d’affetti che è impagabile e non è misurabile. Dopo aver presentato famiglia e principali protagonisti, è il momento di introdurre il ragionamento. Impegni istituzionali e lavoro crescente, legati all’insostenibile accelerazione prodotta nelle nostre vite da suoni ripetitivi e suadenti come Next new normal, Pnrr, New European Bauhaus limitano drammaticamente il mio tempo personale. Intendo quel tempo che ognuno vorrebbe dedicare alla sua sfera vitale extralavorativa e privata. Immagino accada anche al lettore. Spesso mi ritrovo immerso in una sorta di frullatore sociale, globale e postpandemico. È un fatto che la politica europea e italiana stiano usando le parole solo per il loro suono, per il loro valore evocativo e propagandistico, ma non certo per il senso. È stridente sentire il mantra quotidiano di green deal, innovazione, transizione, resilienza e, contemporaneamente, avere a che fare con la peggiore crisi economica e politica pensabile. Appare evidente che ci sia una realtà con riflessi drammatici sulle nostre vite, a cui si contrappongono slogan che mirano scientemente a mitigarne e annullarne la percezione comune. Recentemente ho dibattuto con una stimatissima collega sulla differenza tra il piacere di seguire il mainstream e il dovere di portare originalità nel mainstream. Sono convinto che chi opera nel mondo dei saperi debba impegnarsi a “indirizzare” il mainstream, e sono altrettanto convinto che la politica (nella sua accezione più pragmatica e meno nobile) stia chiamando il mondo dei saperi ad una sorta di “servizio di leva”, basato sull’obbligatorietà, sull’allineamento e sulla subordinazione. Sono argomenti che meriterebbero ampia discussione e maggiore spazio. Tuttavia, esiste un preciso momento in cui ognuno di noi è riportato alla realtà ed è chiamato all’esercizio della coscienza critica. Volendo rimanere molto basso, a me accade quando il mio cane, per cui sono involontariamente un riferimento esclusivo, mi fa capire con un gesto innocente che sto sprecando il "suo" tempo breve. In quel preciso momento comprendo che vivo quotidianamente come una formica frenetica e impazzita, sono condizionato da slogan e propaganda e sto buttando via un tempo unico e prezioso, che non tornerà mai più. Allora capisco che la vera saggezza è rallentare, cogliere il "suo" tempo, condividere il tempo breve di Filippo: un tempo veramente unico. La vera saggezza è decidere di non essere (sempre) smart, senza alcun rimpianto per ciò che si sceglie di tralasciare o di ignorare. Abbiamo vite troppo brevi per ubriacarci di una promessa impalpabile di velocità, efficienza e propaganda e allinearci a un mainstream sostanzialmente ripetitivo e ingannatore. Qualche esempio: geniale l’idea di rigenerazione della montagna, purché chi la progetta ne abbia conoscenza esperienziale e sappia percepire e conservare l’intima identità. Bellissima la visione della città smart, tecnologica ed efficiente, ma io vorrei poterla vivere anche con un tempo diverso, scelto esclusivamente da me. Le parole non possono essere solo suoni rassicuranti e propaganda. Evocare continuamente resilienza, rigenerazione, transizione ecologica non materializza e non rende reale il cambiamento e, purtroppo, non può mitigare il senso di vorticosa vertigine prodotto dalla realtà quotidiana incombente. Per quanto ci si possa sentire rassicurati, moralmente assolti o del tutto indifferenti, siamo tutti attori protagonisti e tutti condividiamo il medesimo palcoscenico
Io ho riflettuto e ho fatto le mie scelte, scelgo il tempo di Filippo e della mia famiglia. Voi che tipo di tempo vorreste scegliere?
C’è qualcuno che sceglie per voi?
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