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I fear “decision makers,” even when they bring gifts.




I fear “decision makers,” even when they bring gifts. Sometimes, I look to the future and I hope it will not be a vortex of technology and consumption, but a systematic action to reduce inequality, in the balance between ecological, cultural and digital transition. I'm curious about the new smart cities, and I imagine they will be able to regenerate social spaces and habits. I imagine that we will have to make informed choices, identifying personal milestones. If someone asks me what I will take with me in the coming year, I answer that I will keep with me the legacy of memories, the identity of the places and I will protect the original ideas. They are solid milestones, they help me understand where I'm coming from and the road I've traveled. I find them suitable for living in a society where everything is liquid and risks slipping away quickly.


Lettera ad un amico, sul tempo che sta passando

 


Si dice che gli archeologi abbiano le chiavi della macchina del tempo, ma per accedere al passato sono sufficienti pochi ricordi. In questi giorni, ad esempio, ricorre una data che mi riporta a quarant’anni fa: è un bel passaggio di tempo, di luoghi e di linguaggi. L’appuntamento pomeridiano era alla “Casetta”, il luogo di ritrovo parrocchiale e di quelli che giocavano al “Campetto”. Sono posti perduti nella memoria, ma allora erano centri di gravitazione permanente. Quarant’anni fa non esistevano i “telefoni intelligenti”. Non avremmo potuto nemmeno immaginare un aggeggio così diabolico. Eravamo diversamente connessi. Ci si chiamava alla sera, usando il telefono fisso a rotella, di solito posizionato nell’ingresso di casa. L’unica speranza era che non rispondessero le madri, severe vestali delle telecomunicazioni. Al telefono ci si comportava in maniera buffa. Se riconoscevi la voce, usavi un tono amicale, altrimenti declinavi le generalità, come se ti trovassi davanti alle forze dell’ordine. Chiamare alla sera era l’unico modo per concordare l’appuntamento del giorno successivo. L’alternativa era prendere il motorino e cominciare a fare “vasche”, finché non ti imbattevi nel gruppo degli amici. Era impensabile non passare del tempo “in presenza”. Parlavamo tantissimo: sport, politica, musica…relazioni. Siamo stati una generazione di adolescenti malati di parole e affascinati dalle relazioni interpersonali. Non intendo il “sesso”, ma “relazioni” basate sull’attenzione verso gli altri, sul rispetto e, quando capitava, generate dalla naturale infatuazione. 

La partita a pallone era l’appuntamento obbligatorio. Qualcuno era bravissimo e magari giocava nelle giovanili di una squadra locale. L’aspettativa massima, allora, era una carriera in Promozione o nelle tre categorie. Io non amavo il calcio, ma giocarlo era d’obbligo. Ogni tanto il pallone incontrava le mie gambe, talora i piedi, ma era una libera scelta del pallone. L’altra nostra abitudine era ascoltare insieme dischi in vinile, quando possibile sfruttando l’impianto stereo del padre o dei fratelli più grandi. Ci si trovava nel tardo pomeriggio, e insieme si riscoprivano l’hard rock, il rock sinfonico o il prog italiano. Lo facevamo con la medesima convinzione con cui ci passavamo una copia de Il Muro di Sartre o i libri di Tondelli. Nei bar erano appena comparsi i videogiochi e il juke box proponeva disco music. Noi gettonavamo solo la sfrenata corsa verso le colline degli Iron Maiden e facevamo il tifo per i nativi americani. Avevamo sviluppato l’assurda convinzione che fosse possibile realizzare i sogni. Io vagheggiavo di giornalismo, qualcuno aveva attese da professionista, altri progettavano un lavoro in officina. Poi, due minuti prima dello scoccare dell’età adulta, arrivarono chitarre elettriche, bassi e batterie. Compravamo tutto da “Jimi Hendrix”, un geniale rigeneratore dell’usato. Fu una brevissima parentesi: il servizio militare e la vita da adulti non lasciavano scampo. 

Iniziata l’Università, andai a vivere a Genova: camera in affitto a casa di Marina, un’insegnante in pensione. Alla sera cenavamo assieme: c’erano i commenti alle notizie del telegiornale e il racconto della sua passeggiata pomeridiana. Potrei raccontare ancora di quegli anni, ma devo tornare al presente. Ora, viviamo nel tempo della transizione, della resilienza, degli hub attuatori, degli spoke esecutori e dei milestone verificabili. È un tempo dannatamente anglofilo, pieno di parole nuove, di suoni ripetuti come dei mantra. Sicuramente è necessaria un’etica del cambiamento, una formula per discernere le innovazioni fasulle da quelle strategiche. 

Diffido dei “decisori”, anche quando promettono doni. Se voglio comprendere l’innovazione, ascolto con attenzione i miei colleghi. Guardo al futuro e mi auguro che non sia un vortice di tecnologia e consumo, ma una sistematica azione di riduzione delle diseguaglianze, nell’equilibrio tra transizione ecologica e digitale. Sono curioso delle nuove città intelligenti, e immagino che sapranno rigenerare spazi e consuetudini sociali. Immagino che dovremo fare scelte consapevoli, individuando milestones personali. Se qualcuno mi chiede cosa porterò con me nell’anno che verrà, rispondo che terrò con me l’eredità dei ricordi, l’identità dei luoghi e proteggerò le idee originali. Sono pietre miliari solide, mi aiutano a capire da dove arrivo e la strada che ho percorso. Le trovo adatte per vivere in una società dove tutto è liquido e rischia di scivolare via veloce.

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