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Radio Orwell: quando la realtà supera la fantasia





Radio Orwell (2016) è stato il primo libro in cui ho provato a sperimentare la semplice narrazione. Non ho scritto di getto, anche se l'idea originale (Radio Rabbia) era già definita nel 2012. Ho lavorato di cesello sul canovaccio iniziale e mi sono divertito nella caratterizzazione dei personaggi (Fiero Biondini, Bud Fulmicotone, Raniero Greve, il perfido Lucio). Fin dall'inizio avevo in mente la letteratura distopica, le mie letture da ragazzo (Orwell, Dick, Bradbury, Huxley), ma cercavo anche una cifra più ironica e disincantata. 

Radio Orwell racconta dell’instaurazione di un regime totalitario, populista e vigliaccamente manipolatorio, dominato da forme di giustizia sommaria e xenofoba. La copertina è stata pensata insieme a Stefano Rolli Rolli | Facebook. Raffigura il protagonista, immaginandolo come una sorta di Renzusconi: un matrimonio alchemico che avevamo intuito, con sorprendente preveggenza.

Radio Orwell non è un giallo, non è un thriller. I colpevoli e le vittime sono immediatamente riconoscibili, fin dalla prima pagina. Ci sono i cattivi, ma di quelli sono pieni i libri. I buoni sono pochi, mentre i brutti sono numerosi e tengono anche bene la scena, come ci si aspetterebbe da un vecchio film di Sergio Leone. Mentre la sospirata stagione delle riforme volge ad un cupo tramonto, costituendo la trama e l’intelaiatura del libro, i protagonisti di Radio Orwell si raccontano liberamente, si abbandonano alla memoria, intrecciando le loro vite, di indifferenti, di prepotenti, di vittime e di resistenti. Radio Orwell racconta venti anni di vicende di un paese mediterraneo, dislocato in un tempo e in un "dove" apparentemente simili al nostro. Vent’anni sono un periodo lungo e spesso le forme di regime che sviluppano il controllo delle opinioni hanno questo tipo di durata temporale. Qualche volta una rivoluzione popolare - il cui nome si può ispirare al “Pane”, alla “Giustizia” o ad altri valori gioiosamente evocativi - le mette a tacere, facendo emergere forme di democrazia più o meno efficaci, o curiose. Il tempo, comunque, si comporta da galantuomo e - col tempo - anche gli uomini di potere, anche i più resistenti, condividono il comune destino della polvere

A sei anni di distanza dalla pubblicazione, Radio Orwel è indubbiamente difficile da reperire in libreria. Come accade spesso, è un libro che non ha trovato l'Editore ideale. Ha ottenuto dei no secchi da parte di editori del tutto anonimi  e dei "mi piace, ma non posso" da illustri editori nazionali. Quando alla fine è stato pubblicato, non ha avuto grande promozione e distribuzione, anche se è stato sostenuto da una decina di presentazioni tra Liguria e Piemonte. 

Chi è semplicemente curioso può visitare la pagina https://www.facebook.com/RadioOrwellOfficial/
guardare i post meno recenti, leggere le recensioni e visionare il trailer realizzato da Lucio Basadonne.

Guarda il Promo di Radio Orwell

Quel che è certo è che, quando l’ho ideato e scritto, pensavo fosse solo fantascienza, ed era certamente un gioco con il lettore. Certi personaggi -il ministro Fiero Biondini, il giornalista Raniero Greve, Ezio il mastino della Milizia - erano assolutamente adatti ad un racconto distopico e surreale.

Ora mi guardo attorno, e non ne sono più convinto. La realtà ha superato la fantasia, ed è al potere.





Ho fatto un sogno



Ho fatto un sogno.
Mi trovavo per puro caso in una delle stanze in cui si decidevano le sorti del Paese. Tutti i presenti erano impegnati alacremente in una mangiata pantagruelica, solo che la chiamavano in un modo diverso.  Utilizzo il termine abbuffata, ma potrei dire trufle, senza che nessuno gridi allo scandalo. Trufle è in francese antico, forse deriva da trufa che in provenzale significa tartufo, ossia piccolo tubero. Il termine, col tempo, ha acquistato il medesimo significato di burla, di sciocchezzuola di poco conto. Qualche volta viene utilizzata con un’accezione molto negativa, ed equivale a frode, imbroglio. Per me era una trufle.

Il mio era solo un sogno, sullo sfondo si sentiva una canzone di Sting che parlava di tartarughe blu. Il sogno era popolato da un gruppo di giovani che si esprimevano usando un metalinguaggio ed erano seduti intorno ad un banco di cambio, insieme ad alcuni esponenti delle più antiche famiglie patrizie genovesi. Tra gli altri, c’erano i Piccamiglio, gli Embriaci e gli Squarciafico. Li vedevo impegnati a parlare di milioni di denari d’argento. La trattativa era serrata, proprio come poteva accadere un tempo nella Loggia della Mercanzia o nel Sala delle Grida del Palazzo della Borsa. Nel mio sogno assistevo a vibranti discussioni. Qualcuno si indignava, qualcuno negoziava il progresso. Io ero lì in mezzo, ma non riuscivo ad aprire bocca e ad esprimere parola: ero come muto. Sentivo tante parole, ma pochi contenuti. I presenti declamavano con voce quasi attoriale le formidabili rivoluzioni che sarebbero state introdotte nella città e nel districtus, ma tutto mi sembrava governato solo da una logica spartitoria tra maiores e mercatores.

Nel mezzo del sogno, mi è tornata, ma per un attimo, la facoltà di favella. Sentivo di avere pochissimo tempo e mi sono comportato come un tribuno del popolo. Ho fatto come Cola o Iacopo Bussolari. Ho chiesto a gran voce quali potessero essere le ricadute di un così grande progetto sui cittadini. Quanto coinvolgimento, che investimento, quanta consapevolezza ci sarebbe stata e, infine, chi l’avrebbe misurata e valutata. C’erano persone che mi ascoltavano e che sentivo miei sodali. C’erano uomini di scienza e sapere, ma non erano tanti. Ho fatto un sogno in cui facevo stupide domande e presto mi sono reso conto che nessuno mi dava retta, e che sarebbe stato meglio un buon tacere. Sarà capitato anche al lettore.

Nei sogni accade spesso di cercare di parlare e di non riuscire a catturare l’attenzione dei presenti. Proprio per questo, sentivo l’affanno nel petto e capivo che parlare era inutile, perché era come mescolare lacrime con la pioggia o con il mare. Alla fine, mi sono svegliato dal sogno. Il cuore mi batteva all’impazzata e sentivo ancora una forte angoscia. Mi sono guardato attorno. Ero in camera mia e tutto era perfettamente in ordine. Sono andato in cucina, ho bevuto un sorso d’acqua. Poi, ho acceso la televisione e sono stato travolto da un fiume di parole rassicuranti: innovazione, transizione, resilienza. Talvolta il suono delle parole supera il loro significato e la loro ripetizione sistematica ha l’effetto calmante di un mantra. Quindi, ho ascoltato e mi sono tranquillizzato. Sono tornato in camera, ho preso un libro e mi sono messo a leggere. Era “La fattoria degli animali”, quel bel racconto dove la vera innovazione sociale produce una nuova forma di governo, retto da tartarughe blu, o da altri animali longevi e simili.

Per fortuna, è stato solo un brutto sogno.

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