Israele e Palestina: testo integrale Intervista Repubblica 17_10_2022

 


Quando è stata a la prima missione in Israele Chi ne faceva parte?

 Era il 2006, l’Università di Genova aveva ricevuto l’invito da Benjamin Kedar (grande maestro della storia del Mediterraneo medievale e con forti legami di studio genovesi) a provare a sviluppare un progetto di studio archeologico dedicato alla presenza genovese nell’Oriente latino e a San Giovanni d’Acri. A quel tempo non ero strutturato in Ateneo, ero un semplice ricercatore precario. Carlo Varaldo e Gabriella Airaldi, allora tra i principali referenti della medievistica universitaria genovese, mi offrirono l’opportunità di condurre una prima missione esplorativa e organizzativa. Non era la prima volta che mi recavo per lavoro in Oriente e Medio Oriente. Nel 1997, sotto la guida di Carlo Varaldo avevo partecipato alla missione di studio Italo Libanese a Gibelletto e Batroun. Dal 2001 al 2004, l’Ateneo genovese mi aveva offerto l’opportunità di partecipare a missioni in Cina. In sostanza, avevo accumulato una certa esperienza in quel tipo di operazioni di ricerca. La prima missione in Israele fu un incontro straordinario con la realtà di Akko e con i protagonisti della ricerca archeologica nel Nord di Israele. Fummo accolti da Beni Kedar, mentre la nostra guida principale fu Eliezer Stern, archeologo dell’Israel Antiquities Authority e autorità di riferimento per l’archeologia urbana di Akko e della Western Galilea. Il ridotto staff genovese era completato  da Gian Battista Garbarino e Alexander Parise, allora giovani ricercatori genovesi. Decidemmo di non risiedere in una struttura ricettiva, ma di essere ospitati in una sorta di bed & breakfast a gestione totalmente familiare. È stata una scelta di tipo immersivo, con lo scopo di vivere dentro la città, e la ho sempre ripetuta in seguito. Di quel soggiorno ricordo il primo approccio alla città Vecchia e alla sua realtà prevalentemente araba. La nostra presenza è stata ben percepita, probabilmente grazie alla scelta di attivare subito forti legami basati sulla fiducia e la piena collaborazione lavorativa.

 Che cosa hai potuto verificare lavorando in quei territori insieme a studiosi ricercatori israeliani e palestinesi?

Dopo il 2006, ho scavato ad Akko, con diverse interruzioni, dal 2007 al 2018, collaborando con gli archeologi della Israel Antiquities Authority. Sono stato Getty Fellow a Gerusalemme nel 2010, dove ho trascorso alcuni mesi di studio presso l’ Albright Institute of Archaeological Research. Nel periodo lungo ho percepito punti di forza e punti di debolezza della attuale società israeliana. Le diseguaglianze che spesso sono esplicite, quelle legate ai radicalismi religiosi e alle ortodossie, alle volontà politiche di espansione coloniale. La mia esperienza in West Bank  data 2010 e 2012. Non ho mai avuto occasione di recarmi a Gaza, ma ho soggiornato abbastanza a lungo a Sebastia, nella regione di Nablus. Qui abbiamo condotto una missione archeologica italo/palestinese, incentrata essenzialmente su un ampio survey della città e del suo territorio. Su questo versante non voglio nascondere le difficoltà, a partire dalla diffidenza dei colleghi e da un certo giustificato loro desiderio di continua legittimazione scientifica. In quelle settimane ho parlato raramente di questioni politiche e sociali, ma ricordo  una frase che mi è stata ripetuta spesso: “Voi  Occidentali non dovete mai dire ai Palestinesi cosa è meglio o non meglio fare per il nostro Paese”.  In Cisgiordania ho incontrato una realtà umana molto ricca, una popolazione sostanzialmente povera, ma generosa e aperta all’accoglienza. Ho anche incontrato un’amministrazione intrisa di interessi economici, molto lontani dalla valorizzazione del patrimonio culturale. Da quel soggiorno è nata una mostra fotografica, curata insieme a Roberto Frasca, e diverse conferenze divulgative. A posteriori ritengo significativo il fatto di non avere pubblicato nulla in sede scientifica di quell’esperienza. Infine, ricordo come elementi di disturbo ambientale e di relativa ingerenza sulle nostre attività scientifiche alcune presenze della cooperazione, forse troppo  legate al contesto politico interno. 

La cultura e l'archeologia sono veramente dei collanti che possono permettere di superare le divisioni politiche sociali e religiose.

La cultura dovrebbe saper muovere le coscienze, esercitando la capacità di compensare e negoziare le supposte differenze etniche che, viste attraverso la prospettiva “genetica”, risultano essere esclusivamente una costruzione sociale e culturale. Ovviamente Intendo una cultura di impostazione laica, non fideistica, ma anche tutte le culture che si basano sul principio ecumenico del dialogo interreligioso. Il problema, per chi opera nel mondo dei saperi, è la capacità effettiva di ricevere ascolto, muovere le opinioni e incidere sulle scelte della società. Altro problema sono gli interessi personali e l’autorappresentazione dei “supposti” portatori di saperi. Alcune presenze ai recenti talk show televisivi sono un degno esempio di questo diffuso fenomeno.

Quando tornerete con una nuova campagna di scavo in Israele per conto dell'Università di Genova e di che cosa si tratta?

In questo momento non ho un programma di scavi che mi riporti ad Akko o nei territori che ho studiato in un recente passato. Certo, sto continuando a lavorare  con i colleghi del Levante su una proposta di progetto sul tema della mobilità umana nel Mediterraneo medievale. Si tratta di un altro modo per affrontare culturalmente e scientificamente il tema delle migrazioni umane e “mitigare” il timore di un impatto sociale a lungo termine sulle società mediterranee e la paura della perdita delle identità locali.

Con chi farai questo è questo intervento? Ci sono dei problemi al momento e perché?

Questo avvio di progetto coinvolge colleghi della Penisola Iberica e del Levante. Per questi ultimi le difficoltà ci sono state e si saranno nelle settimane a venire. Non voglio prendere posizioni, perché qualunque posizione – in questo frangente - sarebbe mal interpretata. La guerra è – in assoluto - un orrore umano e irrazionale.  Quando ci sono due popoli, ci possono essere due Stati. È un’osservazione talmente  banale che – oggi - può sembrare rivoluzionaria. Certamente in un Europa e in un mondo dominati dalla crescita di diverse forme di neo nazionalismo identitario, risulta più facile tracciare confini, gonfiare il petto e imbracciare il fucile, con tutto ciò che ne può conseguire.

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