La “quarta missione” dell’Università: il feticcio della rendicontazione (pubblicato su Repubblica, Genova, 8 aprile 2024)






Chi insegna nelle Università pubbliche italiane svolge un lavoro notoriamente gratificante, ma gli ultimi anni hanno prodotto una crescita esponenziale dei doveri di rendicontazione e autovalutazione che sta cambiando il modo di lavorare dentro gli Atenei, introducendo una tendenza che sicuramente comporterà qualche effetto deleterio e di lunga durata. I doveri accademici del personale docente ricadono in tre categorie di attività: didattica, ricerca e gestionale, cui si aggiunge l’attività di divulgazione e di public engagement. In generale, la normativa di riferimento e i diversi regolamenti degli Atenei prevedono che una/un docente a tempo pieno abbia un tempo produttivo annuo di 1500 ore lavorative. Non meno di 350 ore devono essere destinate a compiti didattici e di servizio agli studenti, inclusi le lezioni, il tutorato, e tutte le forme di verifica dell’apprendimento.

Il tempo da dedicare alla ricerca deve essere garantito: è un dovere contrattuale, e si configura anche come un diritto di legge che comporta la “piena libertà di scelta dei temi e dei metodi delle ricerche”. Un ultimo dovere, non meno cogente, è costituito dagli obblighi partecipativi. Questo comporta la presenza nelle sedute degli organi collegiali, l’assunzione di compiti di direzione e gestione nei medesimi organi o in altri organi dell’Ateneo (Dipartimenti, Scuole, Centri, ecc.). Le regole di ingaggio sono, quindi, molto precise. Tuttavia, esiste un crescente e cogente impegno in una “quarta missione”: l’autovalutazione e la certificazione della quantità delle azioni realizzate. Questo aspetto potrebbe sembrare eticamente corretto e di poco impegno. Il vero nodo della questione è che le incombenze “amministrative” e di “rendicontazione” stanno crescendo in maniera esponenziale, anche per seguire una linea normativa nazionale sempre più orientata in tal senso. Questi doveri aggiuntivi assorbono ore di lavoro e stanno erodendo sensibilmente il tempo della ricerca e il tempo della didattica universitaria.

Quali sono i rischi? Un minore tempo per l’aggiornamento (mentre bisognerebbe continuare a studiare) e una mortificazione dell’insegnamento e della ricerca (quando bisognerebbe perseguire innovazione e originalità). Sono aspetti su cui occorre riflettere in una dimensione nazionale. Si sta, infatti, diffondendo a macchia d’olio una subdola cultura della performance che porta ad un rischio: “simulare” l’efficienza, anziché realizzare effettivamente la qualità. Mi spiego meglio: produrre la qualità è notoriamente un processo complesso: richiede tempo. Rendicontare la quantità è un percorso molto più facile, che può introdurre qualche scorciatoia, perché affida ogni valutazione all’utilizzo del pallottoliere.

Infine, occorre riflettere su un ultimo aspetto: la “quarta missione” sembra aver prodotto una mutazione genetica e ha generato due tipologie di docenti che sono sempre più presenti negli Atenei: il “ragioniere seriale” e il ”progettista di cruscotti”. Insospettabilmente, queste competenze stanno diventando un ascensore carrieristico, perché portano con sé incarichi e visibilità: due aspetti che spesso sono ambiti a dismisura in accademia. Solitamente si tratta di soggetti dai comportamenti riconoscibili e omologabili. Magari sono stati reclutati per insegnare scienze archeologiche (utilizzo il mio campo di studio, così evito riferimenti), ma diventano delle autorità indiscusse nell’elaborazione di algoritmi, nella compilazione di report, statistiche e protocolli di autovalutazione. Per paradosso: esercitano un mestiere diverso da quello per cui sono stati reclutati, e per cui sono mensilmente retribuiti.

L’unica speranza è che il santo protettore degli accademici si indigni, o che la società civile torni a chiederci di produrre qualità, senza il feticcio della “numerosità” di qualcosa. Penso che l’avvio di una riflessione possa servire, soprattutto, a coloro che si impegnano nelle discipline che hanno ricadute professionali, sociali ed economiche di grande impatto. Mi riferisco a chi lavora direttamente sulla salute e la sicurezza delle persone. Penso a tutti coloro che devono garantire progresso e innovazione. Penso alla vera missione dell’Università: fare crescere la nostra società e migliorare la qualità della vita di tutti.

Ricordare e saper distinguere... riflessioni sul Giorno della memoria

 
Ricordare e saper distinguere
 
La Giornata della Memoria cade in una congiuntura particolare in cui una parte della  storia del nostro Paese sembra scritta sulla sabbia. Ogni nuova generazione si comporta come un’onda che si riversa spumeggiante sulla battigia e - con il suo passaggio - cancella ogni segno, lasciando una tabula rasa. Si tratta di un processo naturale e le nuove generazioni non hanno colpe: quasi tutti i ricordi sono destinati ad affievolirsi o a perdersi, nel tempo.  Questo processo diventa un po' meno naturale quando le tracce e le memorie vengono cancellate da ondate di altra natura. È un fatto che – mai come quest’anno - la Giornata della Memoria cade in un contesto che abrade, erode, che è acrobaticamente elusivo in rapporto ai fatti, alle cose accadute, e a eventi che hanno contribuito a costruire l’identità collettiva di questo Paese. Eventi che sono stati centrali rispetto alla cultura di tre generazioni. Ovviamente mi riferisco alla generazione dei miei nonni, che hanno vissuto pienamente i fatti, a quella dei miei genitori, che sono nati negli anni della Seconda guerra mondiale e ne hanno un parziale, ma indelebile ricordo. Infine, c’è la generazione  che, negli anni Settanta e Ottanta, aveva circa vent’anni. In quegli anni, in famiglia, nelle scuole e sul posto di lavoro si discuteva  e si commentavano le notizie pubblicate sui quotidiani. Si cercava di interpretare il delirio omicida delle Brigate Rosse, lo stragismo nero, la posizione dei partiti politici italiani e della Chiesa nei confronti della crisi dell’Unione Sovietica e la diversità tra socialismo e comunismo, o tra democrazia e fascismo. Nei dialoghi tra ventenni di allora si costruiva una forma di coscienza collettiva, non di classe, ma di generazione.
Oggi si dialoga molto di meno, o si parla di altro. Tuttavia, sono ancora convinto che la conservazione della memoria e la corretta comprensione di tutte le "giornate del ricordo", sia un valore collettivo fondamentale, che non deve essere surrettiziamente modificato. Proprio per questo, occorre ribadire con fermezza che il 27 gennaio è la giornata in cui si commemorano lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico, ma anche dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. Occorre capire che si tratta  di una data simbolica, perché in quel preciso giorno del 1945 - quando le truppe dell'Armata Rossa entrarono ad Auschwitz, non cessarono  miracolosamente tutte le persecuzioni, ma il mondo cominciò a prendere coscienza del male assoluto che era stato perpetrato in quel luogo. Allo stesso modo, il 25 aprile si celebra la liberazione dell'Italia,  la fine dell'occupazione nazista  e la definitiva caduta del regime fascista. Anche questa è una data simbolica, perché in quel giorno del 1945, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamò l'insurrezione generale in tutti i territori occupati dai nazifascisti, ordinando alle forze partigiane del Nord Italia di attaccare e imporre la resa ai presìdi militari fascisti e tedeschi, ove possibile prima dell'arrivo delle truppe alleate. Per sua intima natura, quindi - la Festa della Liberazione non potrà mai essere una generica Festa della Libertà e, rispetto a coloro che scelsero Salò, rimarrà sempre una festa divisiva. In maniera non diversa, il Primo Maggio è il momento in cui si celebra l’avvenuto riconoscimento di alcuni diritti fondamentali dei lavoratori. Per noi, è anche la ricorrenza dell'eccidio di Portella della Ginestra, ossia quel giorno del 1947 in cui la banda armata di Salvatore Giuliano apri il fuoco su un corteo di circa duemila lavoratori siciliani. La Festa dei Lavoratori non può essere, quindi, trasformata  in una generica Festa “dal Lavoro”, ossia non deve diventare il giorno in cui - per un motivo che inspiegabilmente ci è diventato del tutto oscuro – siamo esentati dall’onere e dal diritto del lavoro. Nella giornata del 27 gennaio, ho scelto di riflettere su tre valori fondanti. Se perdono significato, se si inaridiscono, perde significato e diventa sterile molta della storia del nostro Paese. Le generazioni future avranno altre date, altri riferimenti, altri valori collettivi da commemorare. Tuttavia, per chi ha vissuto in una società che riconosceva questi valori come comuni, ogni tentativo di revisione, riscrittura e cancellazione è un’offesa recata direttamente alla storia di questa Patria, ossia del luogo in cui per nascita, o per adozione, tutti ci riconosciamo. Per questo occorre ricordare e – se serve – aiutare tutti a ricordare. La Giornata della Memoria ci aiuta a non dimenticare l’Olocausto del popolo ebraico, dei rom, dei neri europei, dei disabili, degli omosessuali, degli slavi e dei dissidenti, così come le persecuzioni subite dagli internati militari e dagli antifascisti italiani. Serve a non dimenticare il male assoluto di cui è stato capace l’uomo. Questo è il motivo principale per cui questo ricordo e questa giornata devono essere tenuti distinti e cronologicamente distanti da ogni legittima condanna delle scelte dannatamente scellerate che oggi colpiscono la popolazione di Gaza. Occorre ricordare, ma bisogna saper distinguere.


Israele e Palestina: testo integrale Intervista Repubblica 17_10_2022

 


Quando è stata a la prima missione in Israele Chi ne faceva parte?

 Era il 2006, l’Università di Genova aveva ricevuto l’invito da Benjamin Kedar (grande maestro della storia del Mediterraneo medievale e con forti legami di studio genovesi) a provare a sviluppare un progetto di studio archeologico dedicato alla presenza genovese nell’Oriente latino e a San Giovanni d’Acri. A quel tempo non ero strutturato in Ateneo, ero un semplice ricercatore precario. Carlo Varaldo e Gabriella Airaldi, allora tra i principali referenti della medievistica universitaria genovese, mi offrirono l’opportunità di condurre una prima missione esplorativa e organizzativa. Non era la prima volta che mi recavo per lavoro in Oriente e Medio Oriente. Nel 1997, sotto la guida di Carlo Varaldo avevo partecipato alla missione di studio Italo Libanese a Gibelletto e Batroun. Dal 2001 al 2004, l’Ateneo genovese mi aveva offerto l’opportunità di partecipare a missioni in Cina. In sostanza, avevo accumulato una certa esperienza in quel tipo di operazioni di ricerca. La prima missione in Israele fu un incontro straordinario con la realtà di Akko e con i protagonisti della ricerca archeologica nel Nord di Israele. Fummo accolti da Beni Kedar, mentre la nostra guida principale fu Eliezer Stern, archeologo dell’Israel Antiquities Authority e autorità di riferimento per l’archeologia urbana di Akko e della Western Galilea. Il ridotto staff genovese era completato  da Gian Battista Garbarino e Alexander Parise, allora giovani ricercatori genovesi. Decidemmo di non risiedere in una struttura ricettiva, ma di essere ospitati in una sorta di bed & breakfast a gestione totalmente familiare. È stata una scelta di tipo immersivo, con lo scopo di vivere dentro la città, e la ho sempre ripetuta in seguito. Di quel soggiorno ricordo il primo approccio alla città Vecchia e alla sua realtà prevalentemente araba. La nostra presenza è stata ben percepita, probabilmente grazie alla scelta di attivare subito forti legami basati sulla fiducia e la piena collaborazione lavorativa.

 Che cosa hai potuto verificare lavorando in quei territori insieme a studiosi ricercatori israeliani e palestinesi?

Dopo il 2006, ho scavato ad Akko, con diverse interruzioni, dal 2007 al 2018, collaborando con gli archeologi della Israel Antiquities Authority. Sono stato Getty Fellow a Gerusalemme nel 2010, dove ho trascorso alcuni mesi di studio presso l’ Albright Institute of Archaeological Research. Nel periodo lungo ho percepito punti di forza e punti di debolezza della attuale società israeliana. Le diseguaglianze che spesso sono esplicite, quelle legate ai radicalismi religiosi e alle ortodossie, alle volontà politiche di espansione coloniale. La mia esperienza in West Bank  data 2010 e 2012. Non ho mai avuto occasione di recarmi a Gaza, ma ho soggiornato abbastanza a lungo a Sebastia, nella regione di Nablus. Qui abbiamo condotto una missione archeologica italo/palestinese, incentrata essenzialmente su un ampio survey della città e del suo territorio. Su questo versante non voglio nascondere le difficoltà, a partire dalla diffidenza dei colleghi e da un certo giustificato loro desiderio di continua legittimazione scientifica. In quelle settimane ho parlato raramente di questioni politiche e sociali, ma ricordo  una frase che mi è stata ripetuta spesso: “Voi  Occidentali non dovete mai dire ai Palestinesi cosa è meglio o non meglio fare per il nostro Paese”.  In Cisgiordania ho incontrato una realtà umana molto ricca, una popolazione sostanzialmente povera, ma generosa e aperta all’accoglienza. Ho anche incontrato un’amministrazione intrisa di interessi economici, molto lontani dalla valorizzazione del patrimonio culturale. Da quel soggiorno è nata una mostra fotografica, curata insieme a Roberto Frasca, e diverse conferenze divulgative. A posteriori ritengo significativo il fatto di non avere pubblicato nulla in sede scientifica di quell’esperienza. Infine, ricordo come elementi di disturbo ambientale e di relativa ingerenza sulle nostre attività scientifiche alcune presenze della cooperazione, forse troppo  legate al contesto politico interno. 

La cultura e l'archeologia sono veramente dei collanti che possono permettere di superare le divisioni politiche sociali e religiose.

La cultura dovrebbe saper muovere le coscienze, esercitando la capacità di compensare e negoziare le supposte differenze etniche che, viste attraverso la prospettiva “genetica”, risultano essere esclusivamente una costruzione sociale e culturale. Ovviamente Intendo una cultura di impostazione laica, non fideistica, ma anche tutte le culture che si basano sul principio ecumenico del dialogo interreligioso. Il problema, per chi opera nel mondo dei saperi, è la capacità effettiva di ricevere ascolto, muovere le opinioni e incidere sulle scelte della società. Altro problema sono gli interessi personali e l’autorappresentazione dei “supposti” portatori di saperi. Alcune presenze ai recenti talk show televisivi sono un degno esempio di questo diffuso fenomeno.

Quando tornerete con una nuova campagna di scavo in Israele per conto dell'Università di Genova e di che cosa si tratta?

In questo momento non ho un programma di scavi che mi riporti ad Akko o nei territori che ho studiato in un recente passato. Certo, sto continuando a lavorare  con i colleghi del Levante su una proposta di progetto sul tema della mobilità umana nel Mediterraneo medievale. Si tratta di un altro modo per affrontare culturalmente e scientificamente il tema delle migrazioni umane e “mitigare” il timore di un impatto sociale a lungo termine sulle società mediterranee e la paura della perdita delle identità locali.

Con chi farai questo è questo intervento? Ci sono dei problemi al momento e perché?

Questo avvio di progetto coinvolge colleghi della Penisola Iberica e del Levante. Per questi ultimi le difficoltà ci sono state e si saranno nelle settimane a venire. Non voglio prendere posizioni, perché qualunque posizione – in questo frangente - sarebbe mal interpretata. La guerra è – in assoluto - un orrore umano e irrazionale.  Quando ci sono due popoli, ci possono essere due Stati. È un’osservazione talmente  banale che – oggi - può sembrare rivoluzionaria. Certamente in un Europa e in un mondo dominati dalla crescita di diverse forme di neo nazionalismo identitario, risulta più facile tracciare confini, gonfiare il petto e imbracciare il fucile, con tutto ciò che ne può conseguire.

Medioevo demolito e perduto

 



Medioevo demolito e perduto

Il titolo costituisce un omaggio alla  memoria di Colette Bozzo Dufour, che è stata titolare degli insegnamenti di Archeologia cristiana e di Storia dell’arte medievale, e guida magistrale per tantissimi allievi.

Un piccolo passo indietro nel tempo consente di raccontare due vicende di un medioevo genovese, demolito e perduto per sempre. Mi riferisco a scelte assolutamente remote, quando l’esigenza di sviluppo della Genova ottocentesca ha spianato, coperto, eroso interi quartieri che appartenevano al tessuto urbano della città medievale e del suo suburbio. Parlo di spazi che – agli amministratori e ai cittadini della fine del XIX secolo – potevano sembrare inadeguati, fatiscenti, pericolanti, inutili o semplicemente perché – nel fervore post unitario - dominavano le logiche del progresso (“Il secolo è nostro…”) o le supposte ragioni dell’incolumità pubblica: un’ottima giustificazione per nascondere le motivazioni reali di scelte amministrative scellerate. Anche allora, si levarono le voci del mondo dei saperi e della tutela, ma risultarono troppo flebili per contrastare il coro del qualunquismo (…un popolo manomesso nel più caro dei suoi diritti: la vita e l’incolumità), la voce opportunista della burocrazia (…il cattivo stato di conservazione …dipende dalla vetustà delle murature, le quali accennano a sgretolarsi e a sfasciarsi), il tutto accompagnato dall’assordante e ritmico battere del piccone demolitore. In questo modo – nel 1905 - la chiesa di San Siro fu privata della maggior parte del suo campanile medievale, con corredo di petizioni popolari (…giù il campanile che attenta ai nostri giorni). Alfredo d’Andrade si sforzò di dimostrare che i costi di demolizione e ricostruzione sarebbero stati superiori a quelli di restauro e conservazione. Le foto d’archivio e i disegni ci restituiscono immagine e memoria della torre campanaria del XII secolo. Posta sul lato meridionale della chiesa seicentesca, alta cinquanta metri, fino alla cuspide ottagonale, sovrastava le case del borgo di San Siro e costituiva indubbiamente un segnale visibile dal mare. La torre era del tutto simile a quelle - oggi ancora conservate - di San Giovanni di Prè e di Santa Maria delle Vigne. Per il lettore interessato, tutta la vicenda è stata esaustivamente ricostruita da Rita Cavalli. Se vogliamo proseguire in un itinerario ideale nel “medioevo demolito”, possiamo attraversare la città, spostandoci nel suburbio orientale, nella zona del colle di S. Andrea, che coincideva con l’area dell’attuale Via Dante e della parte più alta di Via XX Settembre. Il colle aveva un tessuto insediativo di origine medievale, era innervato da un’impervia viabilità, ed era indubbiamente un ostacolo allo sviluppo del nuovo assetto monumentale della città, realizzato tra fine Ottocento e inizi del Novecento. Porta Soprana e le mura del XII secolo separavano i quartieri interni dal suburbio. La chiesa e il monastero di S. Andrea de Porta erano ubicati sul colle, ad una quota che dobbiamo immaginare più alta di almeno quindici metri rispetto all’attuale piano di calpestio di Via Dante. Nella zona dell’attuale piazza (Raffaele) De Ferrari (Duca di Galliera), era ubicata la chiesa medievale di San Domenico, con una piazza antistante. Tra XVII e XVIII secolo furono realizzati i primi interventi sulla viabilità antica, per migliorare il collegamento tra la città e i nuclei del suburbio orientale. Dopo il 1642, fu tracciata la via Giulia, che univa la piazza di San Domenico alla chiesa di Santo Stefano. Il colle di S. Andrea fu progressivamente sbancato e sacrificato in nome della “pubblica utilità”, con l’esigenza di risolvere il problema della “viabilità orientale” e supportare la crescita economica della città. Il monastero di S. Andrea era già stato trasformato in carcere e, dopo un dibattito piuttosto articolato - ben ricostruito da Anna Dagnino - nel 1903 si arrivò alla decisione della demolizione dell’intero complesso, con il solo vincolo di smontare il chiostro medievale, per una sua futura ricomposizione. La stampa cittadina di quegli anni alterna celebrazioni entusiastiche dei “primi colpi di piccone” e una moderata coscienza delle demolizioni. Ovviamente, durante i lavori, emersero nuove strutture dal sottosuolo: una chiesa (…che pare appartenga al secolo XI), una torre circolare e resti dell’acquedotto romano. Le foto, i rilievi e le annotazioni hanno suggerito a Piera Melli di ipotizzare che la torre circolare fosse anteriore al tratto di acquedotto romano. Nulla fu preservato. Dopo le demolizioni, si pose il problema della ricollocazione del chiostro: accanto alla chiesa di S. Stefano, nei giardini di Palazzo Bianco o di Palazzo Tursi, a Villetta Di Negro o in un magazzino comunale. Le scelte dell’amministrazione fecero prevalere quest’ultima collocazione, e gli elementi furono ricoverati nell’ex chiesa di S. Agostino. Il chiostro fu portato a nuova vita soltanto nel 1922, quando se ne decise la ricomposizione vicino a Porta Soprana, “sul terreno sistemato a giardino circostante la casa di Colombo”, andando a formare ”una pittorica veduta di un interessantissimo gruppo di monumenti”. La potremmo definire la reinvenzione di un paesaggio urbano, tramite la creazione di un recinto artificiale di memorie patrie. Il visitatore odierno può percepire una formidabile porta urbana isolata e monca della prosecuzione delle mura settentrionali, un inspiegabile piccolo chiostro privato del suo contesto originale, un’improbabile casa di Colombo. Sono tracce di una memoria scivolosa, di un medioevo demolito, reinventato, e ricollocato nello spazio urbano. Sono due storie del passato di Genova, e tante altre se ne potrebbero raccontare (S. Margherita in Carignano, vico Dritto di Ponticello, Morcento, Porta Aurea, ecc.). Credo che il lettore possa valutare l’impatto perenne delle scelte politiche sulla “forma” della città, soprattutto quando i portatori di conoscenza sono stati messi a tacere, o quando chi amministrava ha scelto di ascoltare solo la parte più disposta ai compromessi.







DEFRAG - Appunti di Viaggio (2012)


Condivido le immagini del promo realizzato nel 2012 per il format Defrag - Appunti di Viaggio

Dopo la pubblicazione di Appunti di Viaggio (Oltre Edizioni 2011), l'irrefrenabile editore, Paolo Paganetto, propose di promuovere il libro, inserendolo in un format itinerante che associava cinema, racconto e musica. Ci furono diverse tappe, tra cui Genova (Commenda di Prè), Imperia (DAMS), Savona (Film Studio) Bonassola. Inizialmente, il mio ruolo era quello di guida e voce narrante e trovammo buona accoglienza di stampa e pubblico. L'idea di "percorrere e testardamente unire attraverso la letteratura, il cinema e la musica, la terra di Liguria”, era - indubbiamente - velleitaria e la formula adottata, comprensiva anche di un momento di degustazione, rendeva lunghi (e pesanti) i tempi dei singoli eventi.
Dopo poche tappe, mi resi conto che la vera ricchezza di Defrag era la musica del trio Malacorda, con la sua particolare formula acustica. I film proposti erano ben selezionati e d'autore, ma non incontravano il mio gusto personale. Sicuramente, la parte del racconto si rivelò la più debole, anche perché il mio nome e il mio libro non erano sufficienti e validi per catturare l'interesse del pubblico. Ne presi atto, e feci un passo indietro. Il progetto andò avanti per un altro paio di tappe e poi si arrestò.
Non mi sono mai pentito della scelta di partecipare e della scelta di ritirarmi: è stata una bella esperienza culturale, creata "dal basso".

Linda e la scatola della Maglieria Alpina (da "Appunti di Viaggio", Oltre Edizioni 2011)




Eravamo nel marzo 2020, durante il lockdown e, per curiosità e per l'esigenza di tenere vivi i miei contatti, avviai l'esperienza dei racconti live. Ripropongo il primo della serie dei dieci reading live. 
La storia dell'archivio di mia zia Linda ebbe un migliaio di visualizzazioni e un sorprendente numero di presenze e ascolti 
in diretta.

Il reading tratta della vita vissuta a distanza nel secolo scorso. La migrazione verso la "Merica", le due guerre, la fortuna, la nascita di nipoti che non si incontreranno mai. Ricostruisco e racconto la memoria e le "radici", con le foto, le lettere, le cartoline conservate da Linda di Nascio in una "Scatola della Maglieria alpina".


Genova e il Medioevo. Una capitale del Mediterraneo (Rep. Genova cultura)


 Genova e il Medioevo: una capitale del Mediterraneo

Lo spunto per questa riflessione nasce da alcune recenti dichiarazioni di chi ha il compito di amministrare Genova, mentre parte del titolo è un prestito da un libro pubblicato da Geo Pistarino, esattamente trent’anni or sono. In un’intervista apparsa su questo quotidiano è stato prospettato che - nel 2024 - il medioevo potrà essere al centro degli eventi culturali cittadini. Sono un medievista e non posso che dichiararmi entusiasta della scelta, in attesa di avere maggiori dettagli. Appare, comunque, legittimo domandare quale medioevo e quale Genova medievale si vorrà mettere al centro dell’interesse culturale dei cittadini e dei visitatori. Risulta altrettanto chiaro che ci dovranno essere contenuti certificati, competenze progettuali e di divulgazione. Certamente, in una città come Genova, non si può parlare di medioevo sulla base di una semplice suggestione propagandistica, ed è facile cadere in trabocchetti evocativi di tipo folcloristico e commerciale. La città non ha (ancora) un assessore alla cultura, ma sono note le competenze dei consulenti che collaborano con il Sindaco. Posso immaginare che si penserà a un itinerario dei luoghi materiali, alla scoperta delle cospicue tracce della Genova dei secoli centrali del medioevo. Posso pensare alla città della ripa, delle raibe e dei traffici commerciali mediterranei, oppure alla città delle torri, dei palazzi e delle enclave insediative delle aristocrazie mercantili del comune consolare. Esiste, poi, una civitas christiana, fatta di edifici, di reliquie e di tesori di arte sacra. Sono stati riferimenti ideologici fondamentali e perenni per la vita della comunità genovese. Mi piacerebbe fosse proposto un itinerario urbano, alla scoperta dei magistri e delle murature antelamiche. Le porte urbane genovesi, le iscrizioni e le scritture esposte, le pitture stesse (ad esempio in San Lorenzo) sono state un mezzo di comunicazione, capace di costruire progressivamente il mito collettivo e identitario delle origini del Comune. Come è stato fatto in passato, si potrebbe proporre un itinerario archivistico. L’archivio di Stato di Genova è un autentico patrimonio culturale del Mediterraneo, ed è una fonte unica al mondo per tipologia e consistenza, se si intende studiare la vita quotidiana dell’età di mezzo, in tutti i suoi aspetti. Genova è città universitaria, e ha un Ateneo che si affaccia sul mare e che dialoga con tutto il Mediterraneo. Se è possibile ragionare pubblicamente sulle proposte culturali per il 2024, forse uno dei punti di partenza può essere proprio questo. Progettare iniziative ed eventi comporta anche un investimento sul futuro degli studi e della scuola medievistica genovese. La mia generazione ha avuto la fortuna di avere maestri di formidabile autorevolezza. In un cursorio elenco, e facendo torto a molti, posso ricordare Geo Pistarino e Gabriella Airaldi per la storia; Carlo Varaldo e Colette Bozzo Dufour, rispettivamente per l’archeologia e la storia dell’arte; Dino Puncuh e Antonella Rovere per la paleografia e le scienze archivistiche. Oggi, i Palazzi di via Balbi ospitano una compagine molto più ridotta di docenti e di giovani medievisti. Per le materie che ho appena citato, esiste il prezioso lavoro di Paola Guglielmotti e Maria Elena Cortese, di Clario di Fabio e Gianluca Ameri, di Stefano Gardini e Valeria Ruzzin. Altri validissimi colleghi operano nella Scuola politecnica. Esiste poi un significativo numero di studiosi che hanno trovato collocazione in altre sedi universitarie. Eppure, ci sono aspetti della storia della città medievale che sono stati appena sfiorati. Gli interventi di restauro consentono di aggiornare costantemente le conoscenze storico artistiche. Un numero infinito di documenti di archivio deve ancora essere analizzato e studiato. Non esiste un progetto di ricerca per l’archeologia della città medievale, anche se è in atto un’ottima gestione dell’archeologia preventiva. In prospettiva, uno degli investimenti può essere utilizzare le iniziative culturali di Genova 2024 come un volano per rigenerare didattica, ricerca e divulgazione, facendo nuovamente di Genova il luogo di eccellenza per gli studi dedicati al Mediterraneo medievale. Questo significa rendere la città un punto di riferimento internazionale per la medievistica e lavorare per far confluire in città studenti da tutto il bacino del Mediterraneo. Non è un’opera impossibile: si tratta di progettare una corretta campagna di comunicazione, coniugandola ad un’offerta formativa adeguata e multidisciplinare, e a buone pratiche di gestione degli spazi residenziali per gli studenti. Non è sufficiente l’impegno della sola Università, occorre coinvolgere tutte le Istituzioni locali e sono indispensabili gli specialisti che – a diverso titolo - operano negli Enti di tutela, nei Musei, nelle associazioni culturali (una tra tutte, la Società ligure di Storia Patria). Pensate a quale incredibile opportunità è in campo: studiare il Medioevo mediterraneo, vivendo quotidianamente immersi negli spazi e nei volumi del medioevo genovese. Analizzare quotidianamente i monumenti con un approccio autoptico e diretto; sfruttare pienamente il patrimonio immenso dell’Archivio di Stato; percepire la storia millenaria della città attraverso le stratificazioni archeologiche e lo studio dei reperti; utilizzare biblioteche e musei come spazi permanenti della didattica e del sapere. S. Agostino, opportunamente rigenerato, potrebbe diventare proprio questo: un incredibile abaco dell’arte medievale. Esiste. infine, tutto il capitolo della condivisione dei saperi con i cittadini e con coloro che visitano Genova e la Liguria. Qui mi devo fermare. Forse ho aperto il libro personale dei sogni. Mettere il medioevo al centro deli eventi culturali (non solo) del 2024 è un’idea eccellente. La ricetta vincente è la sinergia, l’unione delle forze, accompagnata dalla corretta conoscenza e dalla piena condivisione degli obiettivi.

Fabrizio Benente
Ordinario di Archeologia medievale e prorettore UniGE

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