Fabrizio Benente intervista Massimo Zamboni (Genova 2022)



Condivido nel blog l'intervista registrata a Genova, il 15 aprile 2022, in occasione della tappa genovese del tour di Massimo Zamboni (CCCP, CSI): autore, artista, scrittore che ha profondamente influenzato, a partire dagli anni ’80, la scena musicale indipendente italiana e prosegue il suo lavoro con una sorprendente e originale capacità creativa e innovativa. Ho conosciuto Massimo durante il mio periodo come direttore del MuSel di Sestri Levante, ospitando le presentazioni di due suoi libri: L'eco di uno sparo  e  Anime galleggianti.  In seguito, Zamboni ha accettato di collaborare  alla realizzazione del documentario "Dove si posa il vento", realizzato da UniGe in occasione della Festa della Liberazione 2021. La recente pubblicazione dell’album "La mia patria attuale" (Universal Music Italia) ha offerto l’opportunità per rinnovare dialogo e riflessione con l'autore, affrontando i temi legati al significato che dobbiamo dare oggi alla parola Patria, al dovere, alla dignità e alla consolazione che derivano dall’esercizio del semplice atto del lavoro. La produzione UniGe per la Festa dei Lavoratori è stata ideata e curata da Fabrizio Benente e da Davide Colombino ed è stata realizzata grazie alle professionalità del Servizio e-learning, multimedia e strumenti web, dell'Università di Genova. 

Il video completo è visibile al seguente link: 
https://youtu.be/2kR1KhH4XAI

...il suo testo dimostra una buona conoscenza dell'italiano

 




Gentile Fabrizio,

per quanto la sua opera presenti spunti di interesse non la riteniamo adatta alla pubblicazione. Il suo è un testo che dimostra una buona conoscenza dell'italiano e della materia in generale, allo stesso tempo scritta in un modo - a nostro parere sia chiaro - desueto e quindi poco appetibile per i lettori nostrani. Le confermiamo, comunque, la bontà del testo e dell'idea che forse andrebbero resi in modo più moderno, ma questo sarebbe possibile solo riscrivendo l'interno testo con modalità differenti.


Mala morte a San Nicolao: un servizio del TG3 Liguria


Il ricordo di una bella serata d'estate a Moneglia, in una pausa di ritorno alla normalità, ai tempi della peste più recente. Un libro da capitani coraggiosi e uno splendido compagno di viaggio.

Mala morte a San Nicolao: recensione di Mondadori Store






'Mala morte a San Nicolao: Cosa ci fa quel morto ammazzato, sepolto diversamente dagli altri nel cimitero dell'antico Hospitale sopra Sestri Levante? Mala morte a San Nicolao, indagine archeologica e racconto di un omicidio medievale, è un libro doppio, per metà ricerca scientifica e per metà fantasia, pubblicato dalle sestresi Oltre Edizioni con tante illustrazioni, ben 22 a colori, a firma disgiunta...

Mala morte a San Nicolao: recensione di Economia Italiana







“Mala morte a San Nicolao”: un’indagine archeologica abbinata al racconto di un omicidio medievale: Strane storie scaturite, fra realtà e fantasia, dalla penna di Fabrizio Benente, professore di Archeologia cristiana presso l’Università di Genova (ha condotto scavi e ricerche in diversi Paesi del Mediterraneo), e Mario Dentone, scrittore e saggista, autore teatrale e giornalista

Archeologia e lavoro: tutto sbagliato, tutto da rifare?

 


Nota per il lettore 
 
Ho scritto questo articolo nel 2004, quando ero già dottorato, ero già stato assegnista di ricerca e lavoravo come libero professionista in archeologia. Era destinato ad una intelligente newsletter moderata da Stefano Costa e Gianluca Pesce.  Le norme, i livelli di retribuzione e la bibliografia che cito sono ormai vecchi di 18 anni
Molte cose sono cambiate in meglio, ma penso che il ragionamento "di fondo" conservi ancora una certa validità.
Oggi, ho spesso l'impressione che le nuove generazioni di archeologi abbiano una conoscenza (talora) marginale di quanto è stato detto e scritto a partire dagli anni '80 dalle generazioni che li hanno preceduti.  Ogni tanto mi sorprendo ad ascoltare opinioni o a leggere riflessioni che (in maniera del tutto incosciente e in totale  buona fede) vengono fatte passare come punti di vista originali e innovativi.
Rileggendo il testo scritto da un me stesso, archeologo, che (allora) aveva 38 anni ed era mediamente insoddisfatto e arrabbiato per la situazione professionale dell'archeologia italiana (statale, universitaria, professionale) trovo che alcuni aspetti sono sorpassati, altri si sono storicizzati e possono ancora generare discussione e confronto a distanza di tempo. 
E' un modo per comprendere i fenomeni e i cambiamenti, e il tempo necessario per materializzarli. Oggi, da archeologo e universitario che ha superato i 55 anni, scriverei cose diverse, ma vi assicuro che, rispetto al nostro mondo lavorativo, nutro ancora dubbi, perplessità e conservo la stessa acribia critica.

Buona lettura


Archeologia e lavoro: tutto sbagliato, tutto da rifare?

Premessa
La riflessione che mi è stata richiesta dai ricercatori genovesi per questa Newsletter avrebbe necessitato di maggior tempo di elaborazione e di una strutturazione sotto forma di articolo che tenesse in qualche modo conto di esperienze e di riflessioni già edite e ne affrontasse la discussione, portando un contributo in qualche modo innovativo. L’archeologia italiana e soprattutto l’archeologia medievale hanno già fornito dettagliati ed interessanti esempi di 
ponderate riflessioni sullo “stato dell’arte” e sui complessi e mutevoli rapporti tra archeologia e lavoro, libera professione e lavoro dipendente, Università e Soprintendenze. Alcuni dei passaggi più lucidi, con analisi critiche ed elementi propositivi si devono a Gian Pietro Brogiolo (1) e molti contributi sono confluiti in
forum di discussione disponibili sul Web (2).
Alcune scadenze ed una precisa volontà di arrivare alla stesura di
riflessioni aperte e svincolate dalla struttura propria del saggio o dell’articolo mi hanno suggerito di limitarmi a raccogliere alcuni pensieri ed alcune convinzioni,  maturate nel corso di diversi anni di presenza e lavoro nell’ambiente (universitario e professionale) dell’archeologia. Ne sono risultate una serie di osservazioni, una presentazione di problemi aperti, ancora privi di una gerarchia 
interna e spesso lasciati senza risposta, come quesiti espressi per poi esser posti in discussione. Tuttavia, se ho potuto ben comprendere lo scopo di questa Newsletter, forse il contributo assume valore in questa precisa direzione: sviluppare il dialogo ed il confronto su problemi concreti.

Università e lavoro: la scelta del precariatoL’Università dovrebbe essere la sede naturale per la sperimentazione e l’applicazione delle metodologie, in un solido quadro di ricerca storica ed è, quindi, nel quadro della riforma universitaria che si dovrebbero creare gli spazi didattici, ma soprattutto nuovi spazi di ricerca e di sperimentazione per una definizione della professionalità e degli sbocchi lavorativi delle nuove generazioni di archeologi.
Oggi si può vincere un dottorato di ricerca in archeologia intorno ai 25-30 anni, spesso senza avere accesso alla borsa di studio, ma con tutti gli oneri e i costi che il triennio di studio comporta (3). 
Dopo i 30 anni, ma spesso dopo i 35 si può vincere un assegno di ricerca che consente di rimanere con un precario piede nell’ambiente accademico, magari proprio sulla soglia. Lo scopo di questo tipo di finanziamento è la pura ricerca e il 
titolare di assegno si dedica solo alla realizzazione del suo progetto di studio. Il ricercatore “assegnista” viene inquadrato nel personale “non strutturato” dell’Ateneo, rimanendo di fatto "esterno" rispetto alla struttura in cui opera. La possibilità di avere a disposizione servizi e strumenti di lavoro - che altrimenti non sarebbero previsti - dipende solo dalla buona capacità gestionale del Dipartimento o dalla direzione della struttura in cui ci si trova ad operare.
Un’altra forma di assunzione precaria, che non è specifica per gli aspiranti ricercatori è quella delle “docenze a contratto”, con uno stipendio mensile che viene stabilito di volta in volta, con sostanziali differenze tra le diverse Università. Queste forme di assunzione sono state ideate per portare negli atenei personale di alta qualificazione e con sviluppi professionali e carriere esterne al mondo universitario. Con la proliferazione dei corsi della riforma universitaria si è creata l’esigenza di istituire nuove  insegnamenti e spesso si è ricorso a personale già attivo nel mondo archeologico, soprattutto nelle Soprintendenze, con il risultato di non aprire finestre di carriera o possibilità di impiego per i ricercatori (prevalentemente sotto i 40 anni) che non sono già inquadrati nelle strutture di ricerca o di tutela dello Stato.
La possibilità del passaggio ad un impiego a tempo indeterminato è tutta legata al concorso che consente di accedere al posto fisso e diventare ricercatori a pieno titolo. Anche in caso di vincita del concorso ed assunzione (Leggi Finanziarie permettendo), il ricercatore - che avrà percorso tutte le tappe oggi previste e che avrà un’età tra 35 e i 40 anni - avrà uno stipendio medio, in attesa di passare di livello come ricercatore confermato e proseguire la sua carriera (4).
Se si tiene un minimo di attenzione al dibattito sulla vertiginosa crescita del costo della vita e alle odierne rivendicazioni dei lavoratori in materia di contratto di lavoro, risulta ovvio che borse di dottorato (ca. 800 euro mensili), assegni di ricerca (ca. 1000 euro mensili) e stipendio da ricercatore non confermato (ca. 1100 euro mensili), che costituiscono la risorsa economica per chi – tra i 30 e i 40 anni - tenta una minima carriera negli ambiti universitari, consentono una soglia minima e soprattutto diventano inefficaci di fronte alla massa di materiale (libri articoli, partecipazioni a convegni), strumenti di lavoro (personal computer, software, macchine digitali e altro), che per altro sono richiesti per il continuo
aggiornamento della propria preparazione.

Soprintendenze e lavoro: vivere nella speranza di un concorso
Tra i problemi più sentiti, la mancanza e/o la periodicità decennale dei concorsi nazionali per l’assunzione del personale tecnico e scientifico nelle Soprintendenze, unita alla limitata presenza di tecnici e specialisti per la Preistoria e per il Medioevo o, ad esempio per le tematiche dell’archeologia dell’architettura. Anche dopo gli ultimi concorsi, che in parte hanno compensato la fuga verso altri orizzonti lavorativi,  l’Università, l’età media dei funzionari scientifici si colloca tra i 40 e i 50 anni (5). L’Università Italiana produce a ritmo serrato e con regolare cadenza annuale laureati, diplomati di scuola di specializzazione. Si viene a creare annualmente una massa di specialisti di buona e spesso raffinata preparazione (4) che non hanno la possibilità di affrontare un concorso - non si pretende immediato, ma almeno in tempi brevi - per l’ingresso negli organi di tutela statali.
Paradossale – come è noto – che si possa acquisire un diploma di specializzazione con uno specifico indirizzo (archeologia preistorica, archeologia tardo antica e medievale, ecc), ma che i requisiti richiesti dagli ultimi concorsi nazionali per Ispettore Archeologo siano stati - quasi esclusivamente - quelli previsti dalla formazione in “archeologia classica”.
L’attesa e l’aspettativa per la possibilità di un concorso si possono 
prolungare oltre dieci anni, intercalati da collaborazioni, stage, contratti, incarichi che tengono di fatto un archeologo permanentemente dinnanzi alla soglia dell’ambito posto lavorativo, senza che si maturi una minima certezza della futura assunzione. A questa attesa, quand’anche si risolva positivamente con la vincita
di un concorso e con l’assunzione, non corrisponde in seguito una minima soddisfazione economica, a fronte di un lavoro – quello dell’archeologo di soprintendenza – che impone sacrifici, doveri e responsabilità deontologiche e scientifiche.
Resta da aggiungere, parlando del rapporto tra formazione universitaria e concorsi per l’accesso alle Soprintendenze, che manca ancora una normativa che stabilisca chiaramente le diverse possibilità di accesso alle carriere statali con i nuovi titoli di studio, acquisiti dopo i quattro livelli dell'istruzione universitaria: i 
tre anni di base, il biennio, la scuola di specializzazione, il dottorato di ricerca. Questa discrasia non contribuisce certo ad avvicinare uno studente, un laureato o un archeologo già formato al mondo del lavoro statale. 

Musei e parchi archeologici: progettare la valorizzazione
Musei civici, fondazioni, istituzioni non statali e istituti di ricerca non universitari costituiscono certamente una possibile fonte di occupazione per le nuove leve di archeologi. Nel quadro ligure, meglio noto a chi scrive, l’Istituto Internazionale di Studi Liguri offre diverse opportunità di lavoro nella sua sede centrale di Bordighera e nei diversi musei, gestiti per conto delle amministrazioni comunali. Allo stesso modo, si possono annoverare archeologi assunti a ruolo nei musei civici genovesi. Le soluzioni dei contratti di lavoro, in questa situazione regionale, sono abbastanza varie, con prevalenza dell’impiego a tempo determinato o part-time legato alle modalità di gestione ed alla disponibilità economica della struttura in cui ci si trova ad operare.
Diverso il caso dei parchi archeologici. L’esperienza portata avanti 
dall’Università di Siena nei siti di Rocca San Silvestro e Poggibonsi ha contribuito a delineare le linee del dibattito, prospettando le soluzioni di progettazione e a sperimentando direttamente la gestione di questo tipo di strutture6. Inquadrare la prospettiva della valorizzazione tra le finalità della ricerca archeologica costituisce 
– secondo R. Francovich e A. Ziffereno una delle prossime sfide della formazione universitaria, pur restando ben presenti “le perplessità e le resistenze degli addetti ai lavori circa la possibilità di ampliare il mercato del lavoro archeologico, finalizzando gli obiettivi della ricerca” (7).


Società, cooperative archeologiche, libera professione ed archeologia

L’esperienza del lavoro professionale in Italia – com’è noto - ha alle sue origini un forte debito con le esperienze del lavoro professionale in Inghilterra ed ha sviluppato - nell’ultimo decennio - un numero considerevole di società, ditte, cooperative pienamente attive, prevalentemente nei cantieri di archeologia urbana, ma anche nelle grandi appalti delle opere pubbliche nazionali. Sicuramente crescente e notevole è il numero della forza lavoro impegnata, ma non condivido il benevolo giudizio di Gian Pietro Brogiolo sul generale alto livello della formazione professionale e sulle buone condizioni di tutela del lavoratore.
Il lavoro dell’archeologo dipendente è generalmente inquadrato nel contratto nazionale degli Edili (8) e esiste un’attenzione alla definizione di nuove piattaforme professionali per gli archeologi non dipendenti, inquadrati nelle cosiddette “Nuove Identità di Lavoro” (9). Problema aperto è la mancanza di una precisa definizione
professionale dell’archeologo, ossia il noto irrisolto problema dell’albo professionale, la mancanza di una gerarchia che definisca precise qualifiche, compiti e competenze e che consenta una minima differenziazione tra tecnici ed operatori di scavo e – più in generale, tra il personale impiegato su uno scavo. Il risultato è una casualità totale di processi non regolamentati nella scelta degli operatori archeologi, dei responsabili di saggio, di area o di scavo. 
Da una parte si offre possibilità di sperimentazione pratica del mestiere di archeologo ad un notevole numero di studenti, laureandi, e neolaureati, proiettati nel mondo archeologico tra i 20 e i 25 anni, dall’altra parte accade spesso che siano precocemente gravati da responsabilità scientifiche, senza che però sia compiuto per loro il percorso di formazione teorica e di preparazione tecnica sul campo.
Un altro aspetto è quello della tutela sindacale e del livello di retribuzione. La prima praticamente è quasi inesistente, o meglio non si è approdati ad una precisa coscienza dei diritti del lavoratore, quando la stessa possibilità di lavorare in una cantiere di scavo archeologico viene - nella pratica quotidiana - fatta passare per un privilegio.
La stessa esperienza della sistematica applicazione dei contratti Co.Co.Co in ambito archeologico - se vogliamo portare un esempio efficace - è stata discutibile. Si tratta – come è noto - di un rapporto che ha consentito per alcuni anni di sfuggire alle rigidità del lavoro subordinato e di eludere in parte le normative del lavoro, fiscali e soprattutto previdenziali. Gli elementi identificativi di questa tipologia di rapporto, sulla base della normativa, possono essere sinteticamente individuati in:
a) Mancanza del vincolo di subordinazione nei confronti del soggetto
destinatario della prestazione lavorativa. Il prestatore era quindi svincolato dall'inserimento nell'organizzazione gerarchica dell'impresa e godeva di autonomia circa le modalità, il tempo ed il luogo dell'adempimento. 
b) Tipologia di coordinamento. Il prestatore era vincolato ad un rapporto consensuale di costante coordinamento con la struttura organizzativa del destinatario della prestazione.
c) Continuità della prestazione. La prestazione non doveva essere meramente occasionale, bensì continuativa e resa in misura apprezzabile nel tempo.
d) Natura prevalentemente personale dell’opera. Tale requisito consiste nella necessaria prevalenza del carattere personale dell’apporto lavorativo del prestatore. Ne risulta che la collaborazione Co.co.co si inseriva molte volte in maniera scorretta in un quadro – quello dello scavo archeologico stratigrafico - che prevede una gerarchia interna al cantiere, un preciso orario di lavoro (soprattutto quando si tratta di un intervento d’emergenza in un contesto di cantiere urbano), un’esigenza di lavoro d’èquipe e una subordinazione ai diversi responsabili delle varie fasi dell’attività di cantiere. Si aggiunga la totale non regolamentazione dei diritti su lavori fuori sede, con spese di alloggio e viaggio che spesso incidevano direttamente sul lavoratore, andando a ridurre uno stipendio mensile già assai magro.
Con la nuova legislazione, (D.Lgs 276 del 10 settembre 2003), si è inteso portare le collaborazioni coordinate e continuative all’interno dei lavori tipici, restringendo il campo di attività ed istituendo le nuove “Collaborazioni a progetto”. Il rapporto deve essere, ora riconducibile “a uno o più progetti specifici, programmi di lavoro….determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato”, nel rispetto del coordinamento dell’organizzazione committente e indipendentemente dal tempo impiegato.
Rimane, quindi, un rapporto prevalentemente personale e di natura indipendente e senza vincolo di subordinazione. Nell’ottica della regolamentazione di questo rapporto, tutti quei contratti di Co.Co.Co. instaurati senza lo specifico progetto, programma di lavoro o fase devono oggi essere considerati rapporti di lavoro 
subordinato a tempo indeterminato fin dalla data di costituzione del rapporto.
Sono state, inoltre, inserite alcune garanzie per il lavoratore a progetto che non erano presenti nelle Co.co.co. come la sospensione del rapporto in caso di gravidanza, infortunio o malattia. Per quanto attiene ai contributi INPS il collaboratore a progetto è iscritto alla gestione separata con un versamento del 18%, di cui 1/3 a carico del lavoratore e 2/3 a carico del datore di lavoro, le stesse proporzioni sono da considerare per la posizione Inail. Credo, più in generale, che sia doverosa una precisa informazione su questi aspetti, nel momento in cui si firma (il lavoratore), o si propone (il committente)
un contratto di collaborazione a progetto.

Alcune conclusioni, poche soluzioni
L’ultimo decennio ha visto la formazione creazione di una corposa massa di lavoratori, con una media ampiamente sotto i trent’anni, spesso con diploma di laurea o titolo di specializzazione, che non sono tutelati sindacalmente, che non usufruiscono di forme contrattuali che garantiscano equi trattamenti, che non hanno maturato – questo è importante – una minima coscienza dei diritti minimi (contributi pensionistici, soglia retributiva, diritti a permessi e ferie, trattamenti di trasferta) e che ritengono generalmente che lavorare in archeologia sia “un privilegio” o che, nella più rosea delle visioni, sono perfettamente coscienti di accettare sacrifici, in virtù di una forma di vocazione laica per la ricerca scientifica. Certamente l’avvio di piattaforme di discussione sui lavoratori archeologi non dipendenti mi sembra un’utile via verso l’affermarsi di un mercato
della libera professione, certamente garantita da solidi requisiti professionali.
Così come è auspicabile un ritorno alle cooperative di archeologi, maggiormente legate all’ambiente universitario con precisi requisiti di formazione ed in qualche modo svincolati dalla pura imprenditoria.
Esperimenti positivi per la futura qualificazione della libera professione in archeologia sono stati tentati in Veneto, dove con l’autorevole ausilio dell’Avvocatura dello Stato, si è tentata la sperimentazione di convenzioni tra Soprintendenza e committenza privata, sancendo il principio della co-direzione scientifica tra Soprintendenza e Direzione di scavo, affidata ad un archeologo professionista (10).
Qui io mi fermo, perché le soluzioni da offrire sono poche e – anche se nonè un mio compito preciso – desidero lasciare campo aperto alla discussione e – se serve – alla presa di coscienza. Per quanto mi riguarda, se devo esprimere un’opinione che valga da sunto a quanto scritto e all’esperienza maturata, mi limito ad osservare che - citando non uno storico, ma un faticatore consegnato alla storia - mi sembra “tutto sbagliato, tutto da rifare”.

Fabrizio Benente

* Ringrazio Monica Baldassarri, Paola Guglielmotti e Carlo Varaldo per la lettura critica del testo e per le utili osservazioni. Per comodità del lettore e considerando che questo è destinato ad una newsletter, la maggioranza dei riferimenti critici sono disponibili sul web e vengono citati in nota i rimandi alle pagine on line.

1) G.P. BROGIOLO, Archeologia ed istituzioni: statalismo o policentrismo, in Archeologia Medievale
XXIV, 1997, 7-30. Anche in http://192.167.112.135/NewPages/TESTIAM/AM97/01.97.pdf

2) Si confrontino ad esempio i contributi ospitati dal Portale di Archeologia Medievale dell’Università
degli Studi di Siena: http://192.167.112.135/NewPages/benicult/home.html

3) Per chi voglia approfondire sulla normativa e la legislazione in materia di dottorati di ricerca ed università si rimanda al sito dell’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani – ADI ed in particolare alla pagina: http://www.dottorato.it/leggi/index.html

4) Per gli sviluppi di carriera ed il quadro economico delle retribuzioni universitarie, cfr.: http://www.mat.uniroma2.it/~fbracci/conf/bozza.doc

5) L. MALNATI, Problemi di archeologia urbana e tutela: le sfide dei prossimi anni, in Dalla carta di rischio archeologico di Cesena alla tutela preventiva urbana in Europa", a cura di S.Gelichi,
Cesena, 5-6 marzo 1999, Firenze, p. 23.

6) Cfr. M. Valenti, Il progetto del Parco Poggio Imperiale a Poggibonsi (Siena). L'impiego della ricerca archeologica come strumento di politica culturale, in in R. Francovich – A. Zifferero (a cura di), Musei e Parchi Archeologici, Firenze, Edizioni all’Insegna del Giglio, 1999, anche in 
http://192.167.112.135/NewPages/COLLANE/TESTIQDS/parchi/12.rtf

7) R. Francovich, A. Zifferero, Premessa, in R. Francovich – A. Zifferero (a cura di), Musei e Parchi Archeologici, Firenze, Edizioni all’Insegna del Giglio, 1999, anche in 
http://archeologiamedievale.unisi.it/NewPages/COLLANE/QDS45-461.html

8) Si veda: Rinnovo contratto degli Edili http://www.rassegna.it/2003/contratti/articoli/edili2.htm

9) Sembra utile la lettura del Contributo per la definizione di una piattaforma nazionale relativa alle prestazioni professionali degli archeologi non dipendenti in http://www.nidilnapoli.
it/documenti.asp

La cassa processionale e il culto di Santa Caterina di Alessandria a Sestri Levante



Ripesco dagli hard disk di casa il master originale del documentario che ho curato con Lucio Basadonne nel 2015.

Realizzato per il Musel di Sestri Levante, in occasione del restauro e del ritorno nella chiesa di San Pietro "in vincoli" della cassa processionale di Santa Caterina di Alessandria.

Le riprese di Lucio Basadonne e Andrea Bertero, testi di Fabrizio Benente, montaggio Lucio Basadonne, consulenza musicale Carola Lambruschini, voce narrante Alberto Bergamini. Un ringraziamento al gruppo delle restauratrici e alla Confraternita di Santa Caterina V.M. di Sestri Levante.

Buona visione

Nelle reti della memoria: la pesca alla sciabica da spiaggia


Ripropongo un breve documentario, curato con Carlo Bertolotto, realizzato nel 2013 per il MuSel e registrato a Sestri Levante sulla spiaggia dei Balìn, durante la tradizionale rievocazione (autorizzata) della pesca alla sciabica. Linguaggio, timbro vocale, espressioni facciali e la fisicità stessa dei pescatori intervistati ci accompagnano in un viaggio nella memoria e nella tradizione ligure e sestrese della pesca, tra cui la "sciabica da spiaggia", a cui assistevano e collaboravano anziani, donne e bambini. Con la trazione da riva, si pescava il novellame, soprattutto i "bianchetti". Oggi è vietato, ed è giusto che lo sia. Quando ero ragazzo, mia nonna Maria partiva da casa, scendeva in corriera a Sestri e, quando li trovava, comprava i bianchetti. Le frittelle con i bianchetti, ossia i "frisceu de gianchetti" erano la sorpresa finale di quelle lontanissime giornate.


Buona visione e ascolto

FABRIZIO BENENTE - Racconti in tempo di peste


Era "Tempo di peste", ossia di lockdown e su richiesta di Sergio Maifredi ho partecipato a un progetto del Teatro Pubblico Ligure e della Compagnia Corrado d'Elia, raccontando della mia estate 2001, tra G8 di Genova e Missione in Mongolia. Fu un anno di cambiamenti, in cui decisi di lasciare Genova e di trasferirmi a Nascio, in Val Graveglia, dove c'era la casa di Linda e Gustìn. 
Mi piace ancora la frase "La vera libertà è quella che abbiamo dentro ed è quello che ci circonda, che per noi è bosco, terra e memoria.

Aldo Gastaldi... prima di Bisagno (2022)


Condivido anche nel blog il documentario "Aldo Gastaldi... prima di Bisagno", promosso dall’Università di Genova nel 2022, per celebrare la Festa di Liberazione e ricordare il 25 aprile 1945. Tutto è partito da una proposta di Massimo Minella e da una ricerca d'archivio nel passato dello studente universitario Aldo Gastaldi. Il racconto prosegue fino alla decisione di prendere la via dei monti e abbracciare l'esperienza della guerra di resistenza. L'intervento di Gian Piero Alloisio impreziosisce il documentario. 

L'ideazione e i contenuti sono a cura di Fabrizio Benente e Massimo Minella. Contributi video di: Fabrizio Benente, Massimo Minella, Giorgio "Getto" Viarengo, Gian Piero Alloisio, Matteo Brugnoli, Franco Piccolo. Realizzazione: Servizio e-learning, multimedia e strumenti web, Settore eventi e Settore relazioni esterne dell'Università di Genova. Regia e postproduzione: Lucio Basadonne Riprese: Davide Colombino, Giancarlo Galante, Valeria Piras Si ringrazia: ANPI Lavagna e Valli Aveto, Sturla, Graveglia, Archivio Cinematografico Nazionale della Resistenza di Torino, Archivio Università di Genova, Eliana Ruffoni, Chiara Colella, Elisa Salomoni, Massimo Cerro, Anna Rapallo, Simonetta Cerrini, Chiara Alloisio.


Buona visione

Alla Casina nuova (Nascio 2009)



Questo video è stato realizzato nel 2009, come parte di chiusura del documentario "Oro liquido del Mediterraneo". A cura di Fabrizio Benente, con riprese di Andrea Bertero e post produzione di Lucio Basadonne. I musicisti sono Laura Merione (violino), Stefano Rolli (ghironda e voce), Pierluigi Giachino (Ghironda e voce) e Giancarlo Piccitto (chitarra e voce).

Quando è stato il momento di dare voce musicale alla storia dell’olio, abbiamo scelto la mia casa di Nascio, per semplice comodità dei luoghi, perché è sempre stata casa di contadini, dove domina il legno e perché storicamente ospitava un frantoio famigliare, una “suppressa”. I musicisti sono arrivati una domenica mattina, un po’ alla chetichella, poco inclini alla confidenza o forse un pochino diffidenti rispetto alle riprese. Nelle settimane prima avevamo concordato le scelte dei brani…o meglio Laura, Stefano, Pierluigi e Giancarlo avevano operato una libera scelta nel loro vasto repertorio. 

Io e Daniela abbiamo cercato di metterli a loro agio, prossimi al calore del fuoco della stufa, loro in cerchio e noi a circondarli per riprenderli ed ascoltarli. Per nulla spaventati, i gatti di casa hanno assistito curiosi, dall’alto di un pensile. La registrazione è stata lunga, meticolosa. Andrea Bertero ha colto sguardi espressioni, sensazioni che accompagnavano i quattro musicisti nella faticosa costruzione del tappeto sonoro, nella miscela delle voci. In qualche modo e in presa diretta, è nata la colonna sonora del documentario.

Pian di Coreglia, Campo 52: Un recupero della memoria locale e un'espressione di antirazzismo

Condivido questo video per sollecitare attenzione ai luoghi della memoria del nostro territorio. Lo condivido - anche - per esprimere una piccola ma sentita solidarietà a Liliana Segre, sperando che gli algoritmi dei social me lo consentano. Mi permetto di invitarvi a fare la stessa cosa, facendo argine alle più ignobili e vili espressioni di razzismo, fascismo e intolleranza, maldestramente sdoganate dai tempi in cui ci troviamo a vivere.


Campo 52: Tracce per il giorno della memoria

Fabrizio Benente e Massimo Minella tornano a Pian di Coreglia per narrare la memoria dei luoghi da cui, il 21 gennaio 1944, 20 cittadini ebrei italiani furono deportati ad Auschwitz. Da un'idea di Fabrizio Benente e Massimo Minella Con Giorgio "Getto" Viarengo Regia: Lucio Basadonne Riprese: Alberto Baschiera, Davide Colombino, Giancarlo Galante Produzione: UniGe Terza missione Servizio e-learning, multimedia e strumenti web Settore Relazioni esterne Settore Eventi

Sebastia e la Palestina (missione 2012/2013)






Nel 2012/2013 ho diretto una breve missione archeologica a Sebastia, in Palestina, collaborando con i colleghi di Al Quds University e con la cooperazione italiana nei Territori.

Sebastia (Palestina) è l’antica Samaria della tradizione biblica, poi città romana (Sebaste), bizantina, islanica, crociata (Casalis Sancti Johannis) e ancora islamica (Sebastiya). Si tratta di un centro pellegrinale di prima importanza per la presenza della tomba di San Giovanni Battista (che per l’Islam è il profeta Yahia). Testimoniata dalle fonti paleocristiane e menzionato negli itinerari dei pellegrini dal XII fino alla fine del XVII secolo. Sebastia è anche un sito archeologico mal conservato e piuttosto abbandonato a se stesso.

L'obbiettivo del progetto era individuare i limiti e le tracce archeologiche, monumentali e materiali dell'occupazione d'età islamica, crociata e cristiana (XI-XIII secolo) a Sebastia e nel suo territorio. Il breve survey archeologico fu anche esteso a diversi siti della valle di Sebastia, posti sulla direttrice viaria tra Gerusalemme/Nablus e Jenin. Il progetto prevedeva anche la realizzazione di un itinerario di visita virtuale alla città, curato da Roberto Frasca, per conto di ETT.

Come (talora) accade, il progetto ebbe precoce termine, soprattutto per la difficoltà di condividere effettivi obbiettivi scientifici e per problemi più "politici" con il mondo della cooperazione italo/palestinese. Potevo proseguire, insistere, ma decisi di troncare la collaborazione e chiudere il progetto.

Ho sempre avuto il dubbio di essere stato coinvolto in un gioco tra le parti, senza avere sufficiente esperienza ed elementi per capire le regole, e interpretando (probabilmente) il ruolo dell'utile idiota. Per questo, ricordo molto più volentieri gli studenti, le serate a parlare, le persone incontrate, i luoghi, il cibo e l'ospitalità delle persone comuni.

Non ho mai pubblicato nulla dei dati raccolti, anche perché fu veramente un survey preliminare. Il video montato da Roberto Frasca raccoglie indubbiamente la parte più positiva ed emotiva dell'esperienza.

Mi piacerebbe tornare, non come archeologo, come semplice viaggiatore.

Il cippo confinario del Monte Ramaceto


Questa volta attingo alle memorie da ex direttore del MuSel di Sestri Levante (2012-2018). Nel 2017 abbiamo allestito una piccola sala del museo per ospitare il cippo confinario rinvenuto sul Monte Ramaceto. Condivido il video che ho realizzato con Andrea Bertero, con interviste a Giovanni Mennella e a Vincenzo Tinè.

Il cippo confinario, di età romana (II secolo d.C.), è stato trovato (in realtà... per la seconda volta) poco sotto la cima del Monte Ramaceto nel 2015. Reca due brevi iscrizioni e, probabilmente assieme ad altri analoghi, delimitava da un lato un vasto latifondo imperiale, come dichiara la scritta Caesaris n(ostri) (“Proprietà del nostro imperatore”). Sul lato opposto compaiono le lettere P M G, che sono di significato meno chiaro: forse identificavano le sigle onomastiche di un privato proprietario confinante, e a sua volta latifondista; oppure segnalavano nella forma P(ublicum) M(unicipii) G(enuensium) (“Proprietà pubblica del municipio di Genova”) i beni terrieri qui posseduti da Genua, che in epoca romana estendeva la giurisdizione anche sulla riviera ligure orientale. 

Finora unico nel suo genere in Italia e tra i pochi documentati altrove, il reperto è di grande importanza per la conoscenza del più antico paesaggio rurale ligure: vi emerge la centralità dell’apparato amministrativo imperiale (il fiscus), che col concorso di grandi capitali, una collaudata struttura organizzativa e personale proprio, gestiva in modo sistematico, razionale e redditizio le estese risorse agro-silvo-pastorali che l’imperatore, nel suo ruolo di investitore e imprenditore privilegiato, aveva acquisito nella riviera di Levante.

Dopo quel ritrovamento, il Monte Ramaceto e l'area di Cichero sono entrati di diritto negli interessi di appassionati locali, scopritori di iscrizioni e incisioni rupestri. In generale, si tratta di non professionisti, ma molto determinati a sostenere le loro tesi. Su certi temi (ad es. culti romani e indigeni, pretese esaugurazioni da parte dei monaci di Bobbio) è in atto una vera e propria strategia di disinformazione locale, sostenuta da conferenze, pubblicazioni e piccoli convegni. Negli ultimi anni, mi sono sottratto da ogni confronto pubblico e da ogni dibattito su questi e altri temi. Sarebbe tempo sprecato, perché la fantasia esercita forme di fascinazione popolare che nessuna logica scientifica può controbattere. Per fortuna, il confine di diffusione di queste scoperte è meramente vallivo, ossia  chilometrico. Poco oltre, per fortuna, tutti le ignorano e nessuno se ne cura. Il tempo, come sempre, sarà galantuomo. 

I fear “decision makers,” even when they bring gifts.




I fear “decision makers,” even when they bring gifts. Sometimes, I look to the future and I hope it will not be a vortex of technology and consumption, but a systematic action to reduce inequality, in the balance between ecological, cultural and digital transition. I'm curious about the new smart cities, and I imagine they will be able to regenerate social spaces and habits. I imagine that we will have to make informed choices, identifying personal milestones. If someone asks me what I will take with me in the coming year, I answer that I will keep with me the legacy of memories, the identity of the places and I will protect the original ideas. They are solid milestones, they help me understand where I'm coming from and the road I've traveled. I find them suitable for living in a society where everything is liquid and risks slipping away quickly.


Riabitare la montagna ligure

 



La nostra regione ha un’alta incidenza di territorio “montano”. Possiede una stretta fascia costiera, ad alta densità abitativa, che lascia subito spazio ad un entroterra molto meno abitato, caratterizzato da versanti ripidi, addomesticati storicamente da sistemi di terrazzamento e da antiche pratiche di gestione delle risorse boschive.

Questi ultimi anni di “paura” virale hanno cambiato, in qualche modo, la percezione della “montagna”. Le case “di campagna” e l’eredità semi abbandonata “dei vecchi” sono improvvisamente diventati il luogo del rifugio, a volte scomodo per la mancanza di servizi, ma certamente “sicuro”, anche adatto al lavoro remoto e a replicare le modalità sociali che la città non poteva più garantire, a causa delle regole del distanziamento.

Tuttavia, l’entroterra vallivo e montano non può essere uno spazio da frequentare temporaneamente, sempre che si dimostri ben attrezzato di tutte le comodità della vita cittadina. Non è il luogo dove turisti e cittadini possano trasferire “nel verde” le loro consuetudini, compresa la festosa movida estiva.

L’incipit può sembrare offensivo. A mia discolpa, confesso di aver scelto di tornare a vivere, da quasi vent’anni, tra i Liguri dei Monti, assumendone qualche asprezza, ma perfettamente consapevole dell’esigenza di proteggere qualità del vivere, tipicità e biodiversità.

Ho un altro grave difetto: diffido della insostenibile leggerezza di chi, amministrando dai bei palazzi di città, pensa allo spazio rurale esclusivamente in termini di sviluppo di forme di turismo, tra costa ed entroterra, possibilmente favorite dall’accesso a contributi europei e supportate da attività di “ripristino naturalistico e miglioramento ambientale”, genericamente rubricate come progetti di “rinaturalizzazione”. La Liguria montana è un territorio che non si presta a generalizzazioni, perché è “diverso”, da Levante a Ponente, governato da tante identità. Non è uno spazio che necessariamente deve essere adattato al turismo, o che deve tornare incontaminato e spopolato per sollecitare il godimento di una minoranza contemplativa che non saprebbe mai costruire un rapporto materiale e prolungato con la terra. La montagna ligure è uno spazio che deve essere gestito soprattutto da chi sceglie di viverci in maniera permanente, garantendone la sopravvivenza identitaria.  Appartenere alla montagna non è un’eredità basata sul diritto di nascita e sulla sopravvivenza assistita. Scegliere di vivere la montagna vuol dire prendere completamente in carico la quotidianità, l’addomesticamento delle asprezze, sapendo diventare attori consapevoli e rispettosi di un paesaggio che per secoli è stato rimodellato dall’uomo, con pratiche collettive che si possono ancora riprodurre, aggiornandole.  In tutto questo non c’è nulla di “eroico”. Si tratta di un aggettivo sdrucciolevole e abusato, fino a diventare uno specchietto commerciale per allodole (agricoltura eroica, vini eroici, ecc.).

L’entroterra e la montagna potrebbero essere il luogo ideale per la sperimentazione di una nuova mobilità verticale, non turistica, ma legata ad una rinnovata attitudine nomade a lavorare in città e presidiare attivamente l’entroterra, recuperando con vigore lo spazio abitato, lo spazio coltivato e il bosco.

Cosa servirebbe?

Per prima cosa una profonda conoscenza diretta della realtà rurale da parte di chi oggi si candida ad amministrare la nostra Regione. I tour elettorali in campagna sono brevi parentesi di promesse verbali, talora scritte sulla carta velina dei programmi elettorali. Occorrono semplificazione amministrativa, accesso al digitale, infrastrutture e servizi essenziali (scuole locali, garanzia di trasporto pubblico, presenza di presidi ambulatoriali). Occorrono interventi per favorire l’economia della tipicità, e il consolidamento di buone pratiche che garantiscano un utilizzo durevole delle risorse. Si tratta di aver il coraggio di affidare nuovamente agli attori locali e alle loro micro-istituzioni la gestione diretta dei paesaggi e del patrimonio rurale. Occorre passare dall’economia assistenziale del “contributo” a quella premiale dello sgravio fiscale, ma concesso a soggetti e a progetti ben identificati. Altrimenti, entro pochi anni, ci resteranno pochi e ameni luoghi di villeggiatura montana, vissuti come spazi di compensazione della vita urbana, dove turisti e bambini guarderanno con stupore gli “animali vivi”, muoversi liberi in mezzo a tante vecchie case e alle “cose verdi con le foglie”.

Parlando di occhi chiusi e proiettili vaganti (Deep Purple - Child in Time)




"... Ian Gillan canta "See the blind man shooting at the world. Bullets flying, ooh taking toll". Con una traduzione un pò libera, ma oggi molto attuale potremmo renderla: "Guarda l'uomo cieco mentre è impegnato a sparare al mondo. I proiettili vaganti esigono (sempre) un tributo (di vite umane)". Nei versi successivi della canzone (And you've not been hit by flying lead You'd better close your eyes you'd better bow your head Wait for the ricochet) qualche critico musicale ha letto un riferimento diretto alla teoria della Mutual Assured Destruction (MAD). Tra il primo attacco nucleare e la sua immediata risposta "di riflesso" passerebbero pochi minuti. Nessuno dei contendenti ne uscirebbe vincitore, ma tutti sarebbero distrutti, o colpiti dagli effetti collaterali del fall out. Per questo, Gillan canta "se non sei stato colpito dal piombo vagante, chiudi gli occhi, abbassa la testa e aspetta il colpo di rimbalzo del proiettile". Comunque sia, il colpo è destinato a arrivare".
#paroleinterraincognita
#fabriziobenente

L'ITALIAchiAMÒ – Contributi da Genova per la Festa dei Lavoratori





Ho conosciuto Massimo Zamboni nel periodo in cui ero direttore del Museo di Sestri Levante e, in quella veste, lo invitai a presentare il film Breviario Partigiano (Post CSI). Un paio di anni dopo, Massimo tornò ad essere ospite delle nostre serate estive, sotto la Torre dei Doganieri, e presentò "Anime galleggianti". In anni più recenti, diventato prorettore dell'Ateneo, genovese, ho chiesto a Zamboni di partecipare al documentario "Dove si posa il vento", realizzato in occasione della Festa della Liberazione 2021. Dati i precedenti, non è stato difficile convincerlo a registrare una riflessione sul significato che dobbiamo dare oggi alla parola Patria, al dovere, alla dignità e alla consolazione che derivano dall’esercizio del semplice atto del lavoro. La riflessione, insieme ad alcuni pezzi del suo ultimo album, è diventata un prezioso contributo di UniGE, in occasione della Festa dei Lavoratori 2022.

Il video è stato registrato a La Claque, il 15 aprile 2022, in occasione della tappa genovese del tour di Massimo Zamboni. La produzione UniGe per la Festa dei Lavoratori è stata ideata e curata da chi scrive, e da Davide Colombino ed è stata realizzata grazie alle professionalità del Servizio e-learning, multimedia e strumenti web, con la collaborazione del Settore relazioni esterne dell'Università di Genova.

Buon ascolto e buona visione

  La “quarta missione” dell’Università: il feticcio della rendicontazione  (pubblicato su Repubblica, Genova, 8 aprile 2024) Chi insegna nel...