Decadi di Decadenza (5 di 5)







Alla mia età i compleanni non si festeggiano, si subiscono, come una diabolica sottrazione di tempo. Ti guardi allo specchio, devi necessariamente accettare il cambiamento, trovando le migliori strategie di costante adattamento. Vivi nel tempo presente, anche perché il futuro è una piccola parte, e appartiene ad altri. Il mio 55° anno di vita non è stato così male e - a tratti e con palpitazione tenue - mi sono divertito un sacco. Contributi, eventi, musica, narrazione, sport, orto e vigneto: sono riuscito a fare quasi tutto. Magari in un continuo e magnifico equilibrio instabile e precario, ma tutto è a posto.
In cantiere c'è un'Opera Buffa, ma non so ancora se vedrà la luce. Ci sono idee e progetti già scritti. Continuo ad amare il mio lavoro sul campo, ossia subisco ancora la fascinazione dell'archeologia. Tuttavia, sono sempre più convinto che il lato peggiore dell'archeologia siano...gli archeologi. Sono certo che sorriderete, passandomi la battuta, anche perché la ripeto da oltre 30 anni.
Amo il posto dove vivo, vorrei che fosse ancora più montano, aspro, solitario, duro e isolato. La Liguria montana non è un paese per comodi pensionati, placidi trasfertisti e ilari turisti domenicali. Il nostro appennino è una terra che necessita di cura e comprensione, ossia di continua perseveranza e puntuale consapevolezza. Oggi ho una famiglia allargata. Oltre ai due bipedi sapiens, ci sono Filippo (il primogenito), Neslie, Axel, Rudy, Linda, Thea (l'ultimogenita), Diablo e Leo. Insomma, per veneranda età e numerosa prole, sono diventato una sorta di patriarca biblico, circondato da amore puro.
Per salutarvi, ho messo le foto della mia famiglia. E' tutto quello che ho, ed è quello che mi rende ciò che sono.

Decadi di decadenza (2 di 5) - Un cavallo bianco (Matia Bazar, 1976)



https://youtu.be/PH2g1QxknIc

Negli anni '70 ho cominciato a ascoltare con attenzione la musica che passava per casa, tramite il vinile di mio cugino Graziano, di alcuni amici di mio padre e tramite le musicassette che cominciavano a circolare sotto ai banchi di scuola. In quegli anni ci furono i primi concerti ascoltati dal vivo (Assemblea Musicale Teatrale, PFM).
In questa compilation novembrina avrei dovuto mettere un pezzo dei Genesis, o dei Jethro Tull. La mia dedizione al prog italiano mi imponeva di scegliere un pezzo iconico, che rappresentasse gli anni '70. Potevo attingere a Banco, Orme, Locanda delle Fate, Osanna, YS, PFM.
Ho scelto "Un cavallo bianco" dei Matia Bazar perché la ritengo un pezzo nel pieno solco del pop/progressive italiano di quegli anni. Poche canzoni riescono ad emozionarmi come questa. Non credo che Antonella Ruggero abbia raggiunto livelli di espressione e potenza vocale analoghi nella sua carriera. Cavallo bianco mi pare anche una canzone esclusiva, perché ritengo difficile che un'altra vocalist la possa interpretare con la stessa intensità, o con originalità. Nel video in bianco e nero, Stellita, Antonella, Cassano, Carlo Marrale e Golzi sono di una bellezza incredibile.
Buon ascolto e visione

PS. una versione ancora più prog ed extended è ascoltabile in Live in Tokio 1986
 https://youtu.be/QBpjJ5fdRD4 

Decadi di decadenza (3 di 4) - Grendel, Marillion



La scena musicale (e culturale) dell'inzio anni '80 non mi entusiasmava. In quel decennio ho ascoltato prevalentemente la musica del decennio precedente, riscoprendo hard rock, rock barocco e progressivo. Scoprivo Finardi, che mi avrebbe accompagnato fino al servizio militare, continuavo ad ascoltare i cantautori italiani (Guccini, Lolli). In quegli anni ho comprato anche dischi per solidarietà e semplice nostalgia. Venerdì (Le Orme), Come ti va in riva alla città (PFM) e Banco (BMS) sono rimasti per anni nell'angolo della collezione di LP, comprati e ascoltati pochissimo. Inaspettatamente un programma radiofonico (si chiamava From the beginning, ma non ricordo l'emittente ) cominciò a proporre il new progressive inglese (Marillion, IQ, Pendragon) e io finalmente trovai l'accompagnamento musicale quotidiano di cui avevo bisogno. In quell'inizio anni '80 i canali di comunicazione e condivisione erano ancora prevalentemente di tipo orale. Ci si passava voce di questo o di quel nuovo gruppo. La musica veniva scambiata su nastri artigianali, spesso mal registrati. Per comprare i dischi occorreva andare a Genova e le riviste musicali un tempo di riferimento (Ciao 2001) avevano preso una pessima strada. Per assurdo, nella mia piccola cerchia di amici e aspiranti musicisti, i Marillion vennero rubricati inizialmente come una banda brasiliana che imitava i Genesis. Incuriosito dall'improbabile esotica provenienza e dai primi ascolti in radio, decisi di comprare il primo LP disponibile a Genova. Li abbandonai, con la fuoriuscita di Fish. Dopo i primi due album da solista, abbandonai anche lui.
Per il decennio anni'80 vi propongo Grendel.

Buon ascolto e visione

PS. per i veri nostalgici, suggerisco di cercare i live della più recente Mick Pointer Band

Decadi di decadenza (4 di 5) - CSI, Del Mondo



I miei anni '90 musicali sono segnati dall'atteso ritorno al progressive delle Orme (Il Fiume), della PFM (Ulisse). Mi entusiasma meno il Banco (Il 13 e Live Nudo), anche se continuo a seguirlo dal vivo. In quegli anni riapre la Locanda delle Fate, ma onestamente bisognerà aspettare ancora a lungo per risentire live Leonardo Sasso, ascoltare la Giostra e i pezzi delle Lucciole. Prosegue il mio ascolto del metal, selezionando i gruppi che rimarranno a lungo nel mio interesse. Gli Iron Maiden mi arrivano direttamente dal decennio precedente e dai concerti visti al Palatrussardi. Ora prediligo Metallica, Anthrax, e con la voce di James LaBrie scopro Images and Words e i Dream Theater. Subterranea degli IQ è il mio album del decennio, ma è un gusto del tutto personale. La nuova scena musicale italiana mi attira relativamente. La vera (ri)scoperta è il Consorzio Suonatori Indipendenti. I cd di Ko de mondo, Linea Gotica e Tabula rasa elettrificata sono compagni inseparabili nelle infinite trasferte lavorative e nella vita tra Genova, Pisa, la Sardegna e gli scavi in Liguria e Toscana. In anni molto recenti ho avuto il piacere di conoscere Massimo Zamboni e di realizzare con lui alcuni eventi e interviste. Il seme era messo a dimora già in quegli anni'90. Oggi mi piacerebbe conoscere meglio Ferretti...e chissà !

"E' stato un tempo il mondo giovane e forte,
odorante di sangue fertile...
Dimora della carne, riserva di calore,
sapore e familiare odore..."
Il titolo... lo lascio a voi
Buon ascolto e visione

Antiche Genti del Tigullio a Chiavari


Questa mattina estraggo dagli archivi della memoria e del pc e condivido il collegamento al video documentario realizzato nel 2010, in occasione del convegno Antiche Genti del Tigullio a Chiavari.  In quell'occasione, ho curato progettazione, ideazione e testi, mentre la regia e la post produzione sono stati curati da Lucio Basadonne. Nel video, oltre alle immagini del museo di Chiavari e del convegno che si tenne nell'auditorium esterno di Villa Rocca, ci sono interviste e approfondimenti di Roberto Maggi, Mark Pearce e Filippo Maria Gambari, che - allora - era Soprintendente archeologo della Liguria. 

Il pensiero e il contributo sono dedicati al suo ricordo. Gambari è mancato prematuramente nel 2020. Per noi archeologi "universitari" liguri, Gambari era una figura di impatto ed esercitava indubbiamente una grande autorevolezza istituzionale. Non mancava di esercitare il diritto di critica nei confronti dell'Università, ma lo faceva con equilibrio e con chiarezza di motivazioni. Riconosco volentieri che ha sempre accolto ogni richiesta di studio e agevolato ogni percorso di pubblicazione e valorizzazione dei dati della ricerca archeologica. 


Colori d'estunno a tavola

Vivere la campagna è molto diverso dal semplice abitare in campagna. Significa imparare a conoscere la natura più intima dei luoghi, dei ritmi, delle stagioni e saperne catturare le sorprendenti possibilità. Quest'anno, ad esempio, il clima mite di settembre e ottobre ha fatto vivere l'orto oltre il suo tempo consueto. A fine novembre posso ancora raccogliere pomodori e peperoni, posso attingere alle insalate più resistenti e ho già finocchi e cavoli rigogliosi. Ho conservato in cantina cipolle e aglio estivi e ho disponibilità di origano e maggiorana, freschi oppure essiccati. La molitura delle olive è cosa fatta in queste settimane e ho abbondanza di legumi secchi, conservati nei sacchetti di "papè mattu" che, poi, è la carta matta o la carta paglia. 
In un tempo che ci vede tutti cuochi e chef, noi non abbiamo particolari stelle, ma cerchiamo di alimentarci bene e in maniera naturale. Per il semplice piacere di condividere, ecco a voi il nostro pranzo di domenica 20 novembre.




Cominciamo con una "entrée" a colori. Pomodori, peperoni verdi dolci e peperoncini piccanti viola (solo perché non arrivano più a maturazione). Tutto è stato colto questa mattina nell'orto. A coprire, legumi secchi, spezzati e tostati. Origano e aglio sono estivi. Olio nuovo e verde, come se non ci fosse un domani.




La seconda portata è nuovamente frutto dell'orto. Cavolfiori fatti scottare in acqua bollente  e funghi secchi, a rilasciare sapore. Gratinati al forno con pan grattato, misto a parmigiano (poco) e pecorino (tanto) grattugiati. Poi ho aggiunto a crudo, olio nuovo e pistacchi tritati (unico ingrediente del tutto alloctono).

Buon appetito, e perdonate il mancato "impiattamento" e la mancata osservanza alle regole auree.
Siamo liguri montani...poco abituati all'eleganza.

𝐏𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐞 𝐚 𝐜𝐚𝐩𝐨. 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞𝐝 𝐞𝐯𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐞 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐦𝐚𝐟𝐢𝐚 𝐢𝐧 𝐋𝐢𝐠𝐮𝐫𝐢𝐚



Guarda servizio TG3

Ecco un nuovo libro della Genova University Press (GUP) che ritengo socialmente e culturalmente sostenibile. Lo presentiamo oggi, 8 novembre, a Genova, negli spazi del Palazzo d'Ateneo, in via Balbi 5. La Liguria appare spesso marginale negli studi sulla criminalità in Italia, in particolar modo quando vengono presi in esame la corruzione e la criminalità organizzata, anche di stampo mafioso. Il libro e i suoi contenuti contribuiscono al dibattito pubblico e scientifico su questi temi, provando a colmare alcune lacune esistenti, e affrontando la ricerca secondo un approccio sistemico, inserendo le azioni dei singoli attori all’interno delle dinamiche sociali, economiche e politiche che caratterizzano il territorio ligure. Grazie al contributo di magistrati, investigatori, studiosi, attivisti e giornalisti il libro ricostruisce settant’anni di storia ligure – una storia di mafia, ma anche di antimafia – fissando i dati acquisiti per poter leggere meglio quanto accade oggi.

I curatori del libro:

Marco Antonelli è assegnista di ricerca presso la Scuola Normale Superiore. Ha studiato la presenza delle mafie in aree di migrazione, le proiezioni della criminalità organizzata in ambito portuale e la prevenzione della corruzione in ambito pubblico. È volontario di Libera dal 2008.

Stefano Busi, genovese, è impegnato in Libera dal 2011, e dal 2014 ne coordina le attività in Liguria. Nel corso degli anni si è speso in particolare sulle questioni educative, animando centinaia di laboratori di educazione alla legalità democratica nelle scuole della Liguria.

Il libro è disponibile in open access

Buona lettura!

Confesso di “aver molto reato”

 




Confesso di “aver molto reato”, soprattutto in pensieri e parole, ma è accaduto nel passato, quando in questo paese c’erano altre leggi, altri delitti, altre pene e tante altre ragioni. Spesso si è trattato di un concorso morale con i colpevoli del possibile reato. Non sono mai stato punito. Confesso anche questo. Qualche volta le autorità di polizia mi hanno chiesto le generalità. Una volta mi hanno rimproverato severamente a causa di un’improvvisata partita a pallone. Una disfida notturna in Piazza Roma, a Chiavari. Succedeva così, tanto tempo fa, quando avevo quindici anni. Ho sicuramente commesso reato quando avevo meno di vent’anni. Ho partecipato ad assemblee liceali autoconvocate, a cortei studenteschi non troppo autorizzati. Non ero un manifestante, non ero uno arrabbiato. Ero un apprendista, ossia cercavo di capire e comprendere, ascoltare le ragioni, mentre mi impegnavo a costruire un pensiero autonomo da post adolescente e da adulto in formazione. Contestare razionalmente ed essere scientemente disubbidiente, ma solo quando c’erano le giuste ragioni per farlo, prendendo sempre il fardello delle scelte compiute. In testa c’era un mantra: la libertà personale finisce nel punto di confine con la libertà di tutti e con rispetto di cosa è giusto fare e cosa non si deve mai fare. Confesso, quindi, di aver scorrettamente festeggiato la vittoria dell’Italia ai mondiali di Spagna. Eravamo in sette, stipati su una Fiat 127 verdolina, inglobati in un corteo festante da Sestri Levante a Chiavari. La manifestazione non era autorizzata, invademmo case, vicoli, piazze e luoghi pubblici. Chi guidava aveva solo il foglio rosa, e qualcuno aveva distribuito birra in lattina.

Ed ero già vecchio quando da Sestri Levante, scendemmo a Mestre e invademmo a piedi Venezia, per avvicinarci al mito Pink Floyd che celebrava l’ultima liturgia laica nel giorno della festa del Redentore. Era arrivata gente da tutta Europa, e noi con loro, salendo su uno dei tanti treni. I mezzi furono fermati da uno sciopero dei trasporti pubblici locali. Raggiungere Venezia fu un’impresa. Il concerto era finanziato dal servizio televisivo pubblico, ma le autorità locali non avevano ancora autorizzato lo svolgimento. Incoscienti di tutto, sapevamo che ci sarebbe stato. Mentre invadevamo Piazza San Marco, calli e campielli ci accorgemmo che i negozianti avevano chiuso le serrande, ma qualche crumiro vendeva le bottiglie d’acqua a diecimila lire. Non c’erano i bagni pubblici, per motivi estetici e di decoro urbano. Ascoltammo il concerto seduti sul tetto di un imbarcadero. Il volume era basso, c’era un incredibile gioco di luci, ma non c’era magia. Ce ne tornammo a Sestri con i pensieri infranti. Invadere Venezia era stato solo tempo perso, e non sentire veramente i Pink Floyd era stato il vero peccato. Ho memoria di altri fatti.

Non ho commesso reato tanti anni dopo, quando una folla di manifestanti invase la mia città. C’erano uomini neri e c’erano uomini in divisa e c’era tanta gente che manifestava pacifica le sue opinioni. Poi avvenne un corto circuito, o qualcuno decise che bisognava far saltare i fusibili. Era uno strano paese, con un vicepremier in doppiopetto d’ordinanza. Quella volta ero lontano, impegnato a fare il mio mestiere, ma tutto mi raggiunse tramite televisione e tante telefonate di amici. Genova fu invasa e in parte distrutta. Se in quell’occasione ho commesso reato, è solo perché ho odiato anarchici devastatori e picchiatori in divisa, ma ho condiviso le ragioni dei manifestanti pacifici. In quei giorni qualcuno violò le norme sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti”. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo. Non credo che chi ha commesso quel particolare reato sia stato punito.

Infine, e per concludere, confesso che non parteciperò mai ad un rave party. Non mi incuriosisce e, poi, sarebbe banale e piuttosto ridicolo alla mia età. Tuttavia, commetterò presto reato, e sarà ancora una volta di opinione. Lo farò il prossimo 25 aprile. Celebrerò la Festa della Liberazione, non confondendola e non chiamandola Festa della Libertà. Se ci saranno manifestazioni, parteciperò come ho fatto in passato. Renderò onore alla memoria nel giorno della liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista. Lo farò perché riesco ancora a discernere le ragioni dei pacificatori, rispetto a quelle che animarono gli sconfitti. Questi ultimi - è ovvio - fanno parte del passato e vanno consegnati alla storia. È pur ben vero che in giro c’è qualche nostalgico che celebra ancora la Mascella a Predappio.

Toulì, sono cose che accadono, cose di tutti i giorni, ma è solo folclore.
Non sarà mica reato!?




N.B. La vignetta è di Stefano Rolli. Realizzata per il video
Dove si posa il vento

Il sussurro del Fantasma della Ripa: Genova e il suo porto "antico"




Nell'estate 2022 la redazione genovese de "la Repubblica" mi ha chiesto un intervento sul tema "La fabbrica della memoria". Ho scelto di parlare del porto medievale di Genova, scoperto e nuovamente sepolto 30 anni or sono. Qualche giorno dopo il tema è stato ripreso in un servizio/intervista dalla TGR Liguria. Ripropongo il mio testo originale, con una delle foto che corredavano l'articolo, e condivido il collegamento al servizio televisivo

Vedi TGR Liguria "Il porto medievale di Genova, riscoperto e subito perduto"

Il fantasma della Ripa che non smette di sussurrare alla ricerca del porto medievale

Le immagini dell'archivio Ansaldo evocano "uno dei momenti più bui nella storia della gestione del patrimonio urbano di Genova, coinciso con la distruzione del porto medievale della città". Ho utilizzato una frase di Sauro Gelichi, decano dell'archeologia medievale italiana, instancabile esploratore dei percorsi dell'archeologia urbana e attento osservatore dell'attuale sviluppo della "public archaeology", ossia di quel processo condiviso che sta reindirizzando socialmente la funzione della disciplina. Tiziano Mannoni trent'anni or sono scriveva: "... il grande porto medievale di Genova è realmente scomparso. È come se fosse improvvisamente esploso poco prima che suonassero le trombe del cinquecentesimo anno, e i suoi frammenti sono sparsi a decine di migliaia in un raggio di quindici chilometri...". L'immagine è drammaticamente vivida, anche se il tempo ha rimosso la percezione dei luoghi e per i cittadini e i visitatori odierni è del tutto impossibile coglierne lo spessore storico.

Andiamo ai fatti, che costituiscono il corollario alle foto d'archivio. La ricorrenza del quinto centenario della scoperta dell'America portò a Genova l'onere di organizzare l'Esposizione Internazionale Genova '92 - Cristoforo Colombo, la Nave e il Mare. Come sede non fu scelta una area dismessa e lontana dal centro cittadino, ma si pensò di realizzare finalmente un restylig dell'area del Porto Antico. L'idea originale - secondo Renzo Piano - era abbattere quel diaframma artificiale che separava la Ripa dall'area portuale, in modo da restituire a Genova "il contatto con il mare e ristabilire un rapporto con l'acqua". Ma a quale tipo di riqualificazione e recupero del "Porto antico" si pensava e si intendeva recuperare? Quello medievale e prevalentemente ligneo di Guglielmo Embriaco? Quello in pietra dell'età di Cristoforo Colombo? Il terminale marittimo sabaudo, o il porto industriale e mercantile del XX secolo? Certamente i Magazzini del Cotone, gli edifici del Porto Franco e le antiche gru avrebbero rappresentato la nuova icona identitaria e atemporale del "Porto antico", associati a nuovi spazi, nuove funzioni, nuovi emblemi: il Bigo, la Bolla, la Nave. Alla fine degli Anni'80 il recupero materiale del fronte portuale medievale e della sua crescita fino all'età di Colombo e fino alle vistose modifiche urbanistiche della prima metà del XIX secolo era un'operazione culturalmente possibile, avrebbe consentito una nuova lettura del centro medievale, permettendone una valorizzazione organica: i moli sporgenti dalla Ripa, il molo vecchio posto a protezione a Levante, i magazzini, la Zecca, la Dogana del Mare e la percezione di una città medievale dove il mare era a contatto diretto con i portici, le raibe, gli emboli della Ripa e gli stretti vicoli del centro storico. Per altre intese e per altre idee progettuali, era - invece - ritenuto fondamentale ricreare uno spazio aperto intorno a Palazzo San Giorgio, creare continuità di percorso pedonale tra Piazza Banchi, Piazza Caricamento e l'area dell'Expò, eliminare il flusso continuo di autoveicoli di Via Gramsci, con la creazione di un sottopasso e reinventare topograficamente un "Porto Antico", fatto di squarci e di recinti della memoria, in dialogo con spazi nuovi, vocati al turismo, alle attività ludiche, al commercio, senza intralcio alcuno, adatti ad un grande movimento di persone. Gli scavi per l'Expo e per il sottopasso interessarono un'area di 17.000 metri quadri e fin dall'avvio emerse la rete dei moli e delle strutture che erano noti dalle fonti, dalla cartografia storica, da precedenti interventi di archeologia d'emergenza. A Genova si sviluppò un ampio dibattito su quale futuro dare ad una parte significativa del passato della città. Un parco archeologico, anche parziale, era in palese conflitto con le linee di progetto e con le scelte considerate di "pubblico interesse". Nella zona del sottopasso si celebrò, quindi, il vero delitto, nel momento in cui fu deciso che lo scavo e la rimozione dei moli antichi erano l'unica soluzione.
L'interruzione del lavoro degli archeologi fu sancita nel febbraio 1992 da un provvedimento del Ministro dei Beni Culturali, tenuto allora "ad interim" da Giulio Andreotti. I resti tagliati meccanicamente e imballati in casse iniziarono un pellegrinaggio tra Scarpino, San Quirico e il Lagaccio, in attesa di una ricollocazione invocata, promessa sul momento, ma mai realizzata. Quello che rimane sono le fotografie d'archivio, ma ancora di più l'innegabile sforzo degli archeologi di allora - voglio citare soprattutto Piera Melli - a indagare, documentare, studiare tutte le tracce esistenti nell'area dell'Expo, negoziando e determinando modifiche al progetto originale, preservando Ponte Spinola, Ponte Calvi e la banchina a mare ottocentesca. Quello che rimane è prevalentemente invisibile. Quello che rimane sono fotografie, documenti di archeologia, reperti in gran parte inediti e pubblicazioni preliminari che restituiscono una conoscenza dell'evoluzione del porto antico di Genova e ci parlano di una potenzialità irrisolta. Quello che rimane è obbiettivamente tanto, quello che non si può vedere è drammaticamente troppo. Ma questa è solo l'opinione di un archeologo. L'ultima riflessione è dedicata alla memoria: viviamo in una realtà che "deve" essere veloce, smart, dove i continui richiami alla transizione e all'innovazione nascondono ottime strategie per tendere alla semplificazione e alla rimozione dei problemi e della memoria. Tuttavia, una società senza profondità temporale e con un'identità te rinegoziata con una leggerezza culturale insostenibile non credo possegga gli strumenti più adeguati per superare i rischi del quotidiano e per progettare un futuro in cui il passato trovi spazio.
Proprio per questo serve ancora ascoltare il sussurro del "Fantasma della Ripa", titolo di un archeo-dramma scritto da Tiziano Mannoni e che forse varrebbe la pena rappresentare.

Fare la Baciocca: Il racconto di Giovanni Barattini da Sopralacroce




Fare il pane a casa era completamente diverso. Il lievito si “tramandava” da una volta all’altra, ma qualche volta andava a male, perché non c’era sempre la farina di grano a disposizione per fare una seconda volta il pane. In casa, avevamo un piatto fondo e grande, non come quelli che si usano oggi a tavola, era più grande, fatto come una campana schiacciata, come un catino. Era di ceramica ed era di  colore giallo, ma era tutto rovinato e scrostato[1]. La pasta del pane la tenevamo dentro a quel contenitore per una settimana, faceva tutta la muffa, fuori diventava quasi verde, ma non dentro eh !

Poi si prendeva dell’acqua calda e si miscelava alla pasta del lievito, si aggiungeva della farina e si faceva lievitare per una mezzora, poi se ne aggiungeva altra, finché diventava più di tre chili di peso. Poi, una volta lievitato, si preparava per la cottura.

Dalle mie parti i testi a campana e i testetti di terracotta di cui mi avete parlato voi non si usavano[2], ma io li conosco bene, perché in Val Graveglia, fino a Cassego e a Comuneglia, li utilizzano tutti. Io ne ho mangiato di quelle focaccette di farina (di grano) e di granoturco, condite con l’olio e il formaggio, oppure asciutte, usate come pane. Dalle nostre parti si usava il testo di ghisa,  sospeso sul  focolare con una catena, almeno a mia memoria.

Ancora adesso, per cuocere il pane io e mia moglie utilizziamo la campana di ghisa. Sotto alla campana c’è una piastra rotonda, sempre di ghisa, oppure ci può essere un fondo di mattoni, che sono molto meglio per la cottura, perché la mollica del pane non rimane umida al centro. Si prende un fascio di legna di castagno o di faggio, ma che siano rametti di legna fine, al massimo tre centimetri di diametro. Si mette un po’ di ginestra nana secca e si da fuoco. In tutto ci vorranno quattro o cinque chili di legna. Poi si prende la campana di ghisa e la si appende sopra al fuoco, con una catena.  Man mano che la legna brucia, si abbassa la campana, fino a quando si arriva all’altezza della piastra di ghisa, quattro centimetri sopra. Si alza, si scopa via tutta la brace dal suolo del focolare e dalla piastra, poi con un colpo, si fa scivolare la pagnotta sulla piastra. Io non ci riesco, non lo faccio, perché va a finire che tiro via il pane. Mia moglie va li e...trac, il pane rimane perfettamente sulla piastra. Si fa scendere la campana e lo si tiene così per cinque minuti, non di più, pè levaghe u subrin. Non so come si dica in Italiano. Noi diciamo “tanto che non brucia”. Poi si alza la campana, si mette un foglio di papè mattu (carta oleosa) sopra al pane e si copre nuovamente con il testo a campana. Le braci che prima erano state spostate di lato, vengono messe sopra la campana e tutto intorno. Tra la campana e la piastra, si mette la cenere, per garantire la chiusura. Il pane cuoce in quaranta minuti, di più non bisogna lasciarlo, altrimenti “rinviene” e diventa un po’ cattivo da mangiare.

L’avete mai assaggiata la baciocca ? Anche quella si può cucinare sotto il testo di ghisa. Ricordo che per prepararla mia madre rivestiva di foglie di castagno il turtā (il tagliere di legno), poi schiacciava bene due o tre patate bollite, faceva friggere due cipolle e, una volta pronte le mescolava e le pressava insieme alle patate schiacciate, con un po’ di sale, aglio, con il formaggio grattugiato, un uovo e un po’ di lardo di maiale. Ora non si usa tanto, ma che buono che era.

A parte, si preparava una sfoglia di farina di grano, la si posava sopra a delle foglie di castagno e poi si disponeva all’interno l’impasto, ma ben pressato.  La baciocca cuoceva sotto au téstu in una ventina di minuti. Era un mangiare talmente buono, che noi ragazzi ce lo rubavamo. 

Infine vi voglio raccontare di come la gente, quelli vecchi,  viveva in certe cucine e negli essiccatoi delle castagne. Io ho circa sessanta anni di ricordi personali. Da me c’erano due famiglie e vivevano proprio dentro gli essiccatoi e come illuminazione c’era solo il fuoco con cui si riscaldavano. Quando era stagione e si doveva essiccare le castagne, belin, c’era un fumo incredibile e, se non eri abituato, per respirare dovevi sdraiarti quasi per terra, perché il fumo tende ad andare in alto. Quei vecchi ci stavano in piedi, non soffrivano niente, perché l’organismo e i polmoni si erano abituati al fumo. Io andavo a trovarli, perché i figli avevano la mia età.

Ci vivevano, ci passavano la sera, facevano la veglia[3], e ci dormivano nell’essiccatoio. Non andavano nemmeno a letto, ché in quel modo potevano dormire al caldo. Prendevano una sedia, giravano la spalliera,  allungavano le braccia, ci appoggiavano la testa e dormivano così. Stavano li fino alle quattro del mattino, poi si alzavano e partivano. Andavano a rastrellare e a raccogliere le foglie fuori, per fare il letame. Voglio dire che le portavano nella stalla per fare la lettiera alle bestie e, in questo modo, si faceva poi il letame. Avevano settantacinque o ottanta anni quei vecchi, ma erano formidabili, dormivano qualche ora su una sedia e poi andavano a raccogliere le foglie e le castagne. Uscivano al lavoro che era ancora notte, quando al mattino, col novembre, c’è la luna chiara. Erano formidabili, mentre – ora - noi siamo come dei nani.



[1]  Si tratta dei catini o conche di “giallo d’Albisola”, che potevano essere decorati a spugnato di manganese, oppure semplicemente ingobbiati e rivestiti di vetrina di colore giallo.

[2]  Si tratta dei piccoli testelli di terracotta e dei testi a campana schiacciata con cui in Val Graveglia si realizza tradizionalmente un tipo di panificazione domestica, basata sull’utilizzo delle farine di grano, di mais e di castagne.  Queste forme di panificazione domestica, così come la produzione artigianale dei testelli e dei testi grandi, sono documentate archeologicamente a partire dall’età protostorica e perdurano localmente fino all’età moderna. I centri di produzione erano diversi e le aree di utilizzo sono la Val Graveglia, l’Alta Val di Vara, la Val Gromolo e la Val Petronio. Attualmente sono ancora attivi produttori di testi e testelli a  Iscioli (Val Graveglia) e a Monte Domenico (Val Gromolo). Chi è interessato ad approfondire il tema archeologico e la relativa bibliografia, può trovare informazioni in F. Benente, R. Codovilla - F. Pastorino, Nuovi dati sulla circolazione delle ceramiche comuni grezze nella Liguria orientale, in Atti XXXVII Convegno Internazionale della Ceramica, Albisola 2004, pp.63-80 .

[3] Per tradizione, il seccatoio era il luogo dove si chiacchierava e ci si affumicava al calore del fuoco. In Val Graveglia si diceva  i fan a végia inta grè. Molte grè avevano, infatti, le panche disposte lungo i muri, intorno al fuoco. 

Il pane del bosco delle Lame

 



Volete sapere come si faceva il pane nei boschi ?

Era il ’56 ed ero andato a tagliare la legna, in un bosco vicino al Lago delle Lame (in Valle Sturla). C’era un toscano che si chiamava Marino. Era uno che faceva il capomacchia: erano chiamati così i capoccia, quelli che comandavano il taglio del legname. Bisognava fare il pane, perché era un po’ troppo scomodo portarlo su nel bosco e poi veniva molto buono, proprio in quel punto lì.

Per fare la cottura di questo pane, ho visto prima fare il forno.

Iniziavano raccogliendo dei rami di legna del diametro di cinque o sei centimetri e costruivano un castelletto centrale di forma quadrata. Fatto il castello centrale, aggiungevano la legna più piccola, incastrando bene le ramaglie, cercando di dare una forma arrotondata, proprio come una cupola di forno. Poi prendevano delle foglie secche, foglie che magari erano lì da due anni, però che fossero ben umide sotto, e le disponevano sopra ai rami, per creare una superficie regolare, in modo che non rimanessero dei vuoti.

Come argilla si usava la creia, ossia una terra che era simile a quella che c’è sotto i ceppi dei castagni. Se provate a scavare sotto una pianta di castagno, troverete un tipo di terra rossa creta, che somiglia a quella con cui si fanno i mattoni per l’edilizia. È quasi uguale, ma non si trova da tutte le parti, perché se ci sono troppe foglie di faggio, la terra marcisce e diventa nera. Loro la cercavano rossa, come l’argilla e se era troppo asciutta prendevano un po’ d’acqua e la impastavano come si fa con la calce, ma doveva rimanere molto più consistente. Una volta impastata, la lasciavano per un po’ di tempo stesa al sole. Poi disponevano la terra creia sulla forma fatta con le ramaglie e rivestita di foglie umide, la battendola bene con le mani e lisciandola, poi all’esterno.

Sul davanti, realizzavano un’apertura alta trenta o quaranta centimetri, utilizzando un pezzo di lamiera, piegato in modo da fare un arco, ma non un cerchio regolare, piuttosto un’elisse. Si dice così, vero ? Dalla parte opposta predisponevano una sorta di camino, sempre utilizzando un pezzo di lamiera. In questo modo il fuoco e il calore, prima salgono verso la volta della cupola e poi fanno il giro, ed escono dall’apertura del camino, che è posta dietro, ma in basso.

Una volta rivestita di argilla la forma e dopo averla ben lisciata in superficie, accendevano all’interno il primo fuoco. Questo incendiava i rametti più sottili e poi il castello centrale e le foglie, ma pian piano. Quel fuoco bruciava lento, come quello di una carbonaia. L’argilla diventava lentamente terra cotta e così si preparava il forno. Una volta finito, era pronto per iniziare a produrre il pane e veniva usato per tutta la stagione del taglio del bosco.

Per cuocere il pane prendevano delle foglie secche e della legna fine e cominciavano ad alimentare il fuoco all’interno del forno di terra cotta. Mentre la legna bruciava e calava, si continuava ad aggiungerne dell'altra. Mettevano anche legna più grossa. Durante l’attesa avevano preparato la paletta per infornare il pane, usando il legno di faggio, lavorandolo con le roncole e con  l’accetta. Preparavano delle pagnotte, un po’ affusolate, ci facevano un taglio nel mezzo, ed erano di mezzo chilo ognuna, perché lo sapevano stimare ad occhio… e perché lo vendevano per mezzo chilo.

Quando il forno era fuogato, cioè avevano fatto tanto fuoco che le pareti erano diventate rosse, allora con la paletta di legno di faggio prendevano una decina di queste pagnotte crude e le infornavano. Le lasciavano cuocere per quaranta minuti.  Facevano il pane per circa quattro ore al giorno, perché era per i boscaioli che facevano la legna: gente che tagliava e che faticava, gente che si trovava di passaggio, anche mulattieri. Il pane lo vendevano nel bosco, così appena fatto… ed era buonissimo quel pane lì, credetemi.

Il fornetto, se stavi attento, se lo coprivi bene e non lo facevi bagnare, durava tutta la stagione. Si iniziava a lavorare verso il venti di aprile e si andava via dal bosco ai Santi, certo a seconda delle annate e del freddo che faceva, perché a mille o millecinquecento metri si cominciava a stare mica tanto bene, e quando veniva la brutta stagione se ne andavano proprio tutti. Il mese di ottobre i Veneti e i Toscani - erano bravissimi a tagliare il bosco - cominciavano ad andare via, perché la loro stagione ormai era finita. Rimanevano cinque o sei squadre di mulattieri, perché la legna era tagliata, ma era ancora sparsa nel bosco e andava portata tutta giù a valle. C’erano anche le teleferiche, con il cavo d’acciaio teso, che scendeva giù fino a valle. Appendevi la fascina tramite un gancio di ferro e poi la lasciavi andare a valle, prendeva velocità e, passando giù nel bosco, fischiava fortissimo. L’attrito tra il cavo e il gancio, qualche volta, produceva scintille (continua).

La storia comune di Gustìn Rossi da Nascio

 



Questa è la vicenda di uno dei tanti Internati Militari Italiani, ossia dei soldati deportati nei campi di concentramento e di lavoro nazisti, dopo l’8 settembre del 1943. Narrata in Appunti di Viaggio (Oltre Edizioni 2012), l'ho riproposta, insieme alle foto, in altre occasioni. Si tratta della storia del tutto comune di Agostino Rossi, originario di Nascio, in Val Graveglia. Linda e Gustìn si sposano il 9 ottobre del 1937, lei ha 39 anni, nubile d’età avanzata. Ha curato ed accudito sua madre fino alla morte, nel gennaio dello stesso anno.  Lui ha compiuto da poco 24 anni, ma ha già dato anni di vita all’Italia fascista.  Ha fatto il servizio di leva nel 1934, e al momento dell’arruolamento “manca, senza giustificato motivo, del requisito dell’istruzione paramilitare”. Richiamato alle armi, parte per la Libia nel 1936. Rientra dal porto di Derna il 28 agosto 1936 e viene congedato a settembre. Un anno dopo si sposa con una donna decisamente più vecchia, che vive con il padre e con una sorella malata, ma ha casa e tanta terra da gestire e coltivare. Il comune di Ne fa dono agli sposi di un libretto, con le disposizioni del diritto di famiglia e gli spazi per registrare le nascite e le morti. Tutte pagine che rimarranno bianche. 

Nel giugno del ’40 l’Italia fascista entra in guerra, ma i giovani sono già stati richiamati dai campi e anche la nuova vita matrimoniale di Agostino è sospesa. Lo stato si prende apparentemente cura del fante Rossi Agostino fu Cesare e di sua moglie. Il 1 settembre del 1939 assegna alla moglie Rossi Adelaide di Pietro il libretto per la riscossione del soccorso familiare giornaliero. Sono 6 lire al giorno, poi portate a 8 e versate ogni quindici giorni all’ufficio postale di Piandifieno. Agostino viene mandato in Albania nel 1941 e dopo l’8 settembre viene fatto prigioniero e deportato a Schleswig, nella Germania settentrionale, nel Campo di lavoro 1470 dello Stammlager XA. Nel dicembre del 1944, l’Ufficio prigionieri e dispersi del Comando militare di Genova rilascia ad Adelaide, vulgo Linda, la “tessera per la riscossione delle anticipazioni”. Lei rinnova la carta d’identità della Repubblica Sociale Italiana e ritira regolarmente il suo sussidio di 120 lire, fino all’agosto del 45, quando le saldano 760 lire. 

Ogni tanto arrivano le cartoline spedite dal campo di concentramento: la corrispondenza dei prigionieri di guerra. Il 24 aprile del ’44, Agostino scrive di aver ricevuto lettere da Linda a febbraio e, nuovamente a marzo. Agostino chiede di sapere con chi si è fidanzata la sorella Ortolina. Pochi giorni dopo, a maggio, scrive nuovamente. Dice di trovarsi “in buona salute”. Ovviamente è quello che si può scrivere in una cartolina di prigionia, con un bel timbro ad inchiostro nero che reca scritto “Verifica per censura”. Agostino fa ritorno a casa nell’agosto del 1945, arriva a Nascio che è già notte. In paese si fa subito gran festa. Il vecchio Pietro Rossi si è già coricato, ma sente rumore, si sveglia, scende in piazza. Lo riconosce, si toglie gli occhiali e piange, ché quel genero soldato se lo vede finalmente tornare a casa. Agostino - questo è un mio ricordo - parla malvolentieri della guerra, accenna a quelli che non sono tornati e inizia a piangere ogni volta che ricorda il campo di lavoro in Germania. Tornato a casa dalla prigionia, mangia in un solo pranzo più di 100 ravioli, e questo è il ricordo che decide di consegnare a tutti e per sempre. Rientrato a casa ricompone la sua vita. Ha trentatré anni e ne ha trascorsi dodici quasi sempre lontano da Nascio. 

La foto fatta a Chiavari da Mariuccia nel giugno del ’46 ce lo mostra fiero, con i baffi ben scolpiti dal barbiere e i capelli ordinati di brillantina. Quello stesso anno, a ottobre, si iscrive all’Ufficio di collocamento. Risulta reduce di guerra e bracciante agricolo. Lavora all’estrazione del marmo rosso di Nascio, nella cava vicino al paese. La ditta cambia spesso ragione sociale. Dal 58 al 64 si alternano Cave Rosso di Nascio, Emilio Carmassi, Dinmar, Emasol, l’Industria Ligure marmi e nel 1964, la Campidoglio di Queirolo Andrea. Trascorre altri trenta anni, coltivando la terra della Mandrella e delle Vigne, curando gli olivi e tagliando la legna nei boschi delle Campue. Linda, rimasta vedova, oltrepassa i cento anni, avendo consumato tutta la vita nello spazio di un piccolo paese della Liguria montana. 

Ho ricostruito un po’ della storia di Agostino, per me Gustìn. Le poche foto e il mio ricordo di ragazzo mi riconsegnano gli zii di Nascio, così lontani per età, lei con una vita iniziata a 39 anni e subito interrotta dall’attesa della guerra, lui con la Libia, l’Albania e il Campo di concentramento in Germania. La deportazione e la prigionia in Germania avevano piegato la dignità e l’orgoglio. Era tornato in un Italia liberata da altri, ed era una storia di cui non si sentiva protagonista. A distanza d’anni mi rendo conto che Gustìn, con le lacrime e i suoi famosi 100 ravioli aveva, infine, personalmente negoziato la memoria della deportazione e dell’umiliazione. La sua reazione alla fame e alla sofferenza di guerra era ricordare a tutti soltanto il giorno del ritorno a casa, quando finalmente aveva mangiato a sazietà.




Un incontro con Aldo Tagliapietra: Racconti di invisibili realtà





Racconti di invisibili realtà è un progetto che ho curato nel 2017 con Lucio Basadonne, anche grazie all'amicizia e alla cortesia di Gloria Tagliapietra. Si tratta del documentario video della lavorazione dell'ultimo album di Aldo Tagliapietra. Il video è stato girato nelle giornate che precedevano l’avvio delle registrazioni dell'album e durante il primo giorno a The Fishbowl Studio.

Aldo Tagliapietra, nel suo studio, di casa rivede i testi, ascolta le demo, appunta i possibili cambiamenti. Non è ancora convinto di alcuni arrangiamenti e di alcuni passaggi. Ci spiega la genesi dei singoli pezzi e ne esegue diversi, accompagnandosi con la chitarra. Poi, si confronta con la sua band in sala di registrazione e da questa modalità di condivisione nascono le tracce finali di Invisibili realtà.

A distanza di cinque anni, mi rimane un vivissimo ricordo della bellissima esperienza dell'ascolto degli inediti di Aldo, la sua grande empatia, la capacità di comunicare la sua arte e la sua grande fiducia e generosità nell'accoglierci a casa sua. 

Il mio unico rimpianto? Molto del materiale che abbiamo registrato non è stato incluso nel documentario e, successivamente è stato cancellato da chi lavorava con me. Aneddoti di vita, passaggi sulla storia musicale e sulla costruzione dei pezzi tradizionali. Una lunga riflessione sulle influenze musicali personali, a partire dai Beatles. L'incontro con i Genesis a Londra e i viaggi per comprare abiti. La maggior parte di queste cose sono state raccontate da Aldo in interviste e libri. Coloro che sono interessati, possono sicuramente approfondire sulla sua pagina  Aldo Tagliapietra | Facebook
    
Buon ascolto e buona visione


Radio Orwell: quando la realtà supera la fantasia





Radio Orwell (2016) è stato il primo libro in cui ho provato a sperimentare la semplice narrazione. Non ho scritto di getto, anche se l'idea originale (Radio Rabbia) era già definita nel 2012. Ho lavorato di cesello sul canovaccio iniziale e mi sono divertito nella caratterizzazione dei personaggi (Fiero Biondini, Bud Fulmicotone, Raniero Greve, il perfido Lucio). Fin dall'inizio avevo in mente la letteratura distopica, le mie letture da ragazzo (Orwell, Dick, Bradbury, Huxley), ma cercavo anche una cifra più ironica e disincantata. 

Radio Orwell racconta dell’instaurazione di un regime totalitario, populista e vigliaccamente manipolatorio, dominato da forme di giustizia sommaria e xenofoba. La copertina è stata pensata insieme a Stefano Rolli Rolli | Facebook. Raffigura il protagonista, immaginandolo come una sorta di Renzusconi: un matrimonio alchemico che avevamo intuito, con sorprendente preveggenza.

Radio Orwell non è un giallo, non è un thriller. I colpevoli e le vittime sono immediatamente riconoscibili, fin dalla prima pagina. Ci sono i cattivi, ma di quelli sono pieni i libri. I buoni sono pochi, mentre i brutti sono numerosi e tengono anche bene la scena, come ci si aspetterebbe da un vecchio film di Sergio Leone. Mentre la sospirata stagione delle riforme volge ad un cupo tramonto, costituendo la trama e l’intelaiatura del libro, i protagonisti di Radio Orwell si raccontano liberamente, si abbandonano alla memoria, intrecciando le loro vite, di indifferenti, di prepotenti, di vittime e di resistenti. Radio Orwell racconta venti anni di vicende di un paese mediterraneo, dislocato in un tempo e in un "dove" apparentemente simili al nostro. Vent’anni sono un periodo lungo e spesso le forme di regime che sviluppano il controllo delle opinioni hanno questo tipo di durata temporale. Qualche volta una rivoluzione popolare - il cui nome si può ispirare al “Pane”, alla “Giustizia” o ad altri valori gioiosamente evocativi - le mette a tacere, facendo emergere forme di democrazia più o meno efficaci, o curiose. Il tempo, comunque, si comporta da galantuomo e - col tempo - anche gli uomini di potere, anche i più resistenti, condividono il comune destino della polvere

A sei anni di distanza dalla pubblicazione, Radio Orwel è indubbiamente difficile da reperire in libreria. Come accade spesso, è un libro che non ha trovato l'Editore ideale. Ha ottenuto dei no secchi da parte di editori del tutto anonimi  e dei "mi piace, ma non posso" da illustri editori nazionali. Quando alla fine è stato pubblicato, non ha avuto grande promozione e distribuzione, anche se è stato sostenuto da una decina di presentazioni tra Liguria e Piemonte. 

Chi è semplicemente curioso può visitare la pagina https://www.facebook.com/RadioOrwellOfficial/
guardare i post meno recenti, leggere le recensioni e visionare il trailer realizzato da Lucio Basadonne.

Guarda il Promo di Radio Orwell

Quel che è certo è che, quando l’ho ideato e scritto, pensavo fosse solo fantascienza, ed era certamente un gioco con il lettore. Certi personaggi -il ministro Fiero Biondini, il giornalista Raniero Greve, Ezio il mastino della Milizia - erano assolutamente adatti ad un racconto distopico e surreale.

Ora mi guardo attorno, e non ne sono più convinto. La realtà ha superato la fantasia, ed è al potere.





Lettera ad un amico, sul tempo che sta passando

 


Si dice che gli archeologi abbiano le chiavi della macchina del tempo, ma per accedere al passato sono sufficienti pochi ricordi. In questi giorni, ad esempio, ricorre una data che mi riporta a quarant’anni fa: è un bel passaggio di tempo, di luoghi e di linguaggi. L’appuntamento pomeridiano era alla “Casetta”, il luogo di ritrovo parrocchiale e di quelli che giocavano al “Campetto”. Sono posti perduti nella memoria, ma allora erano centri di gravitazione permanente. Quarant’anni fa non esistevano i “telefoni intelligenti”. Non avremmo potuto nemmeno immaginare un aggeggio così diabolico. Eravamo diversamente connessi. Ci si chiamava alla sera, usando il telefono fisso a rotella, di solito posizionato nell’ingresso di casa. L’unica speranza era che non rispondessero le madri, severe vestali delle telecomunicazioni. Al telefono ci si comportava in maniera buffa. Se riconoscevi la voce, usavi un tono amicale, altrimenti declinavi le generalità, come se ti trovassi davanti alle forze dell’ordine. Chiamare alla sera era l’unico modo per concordare l’appuntamento del giorno successivo. L’alternativa era prendere il motorino e cominciare a fare “vasche”, finché non ti imbattevi nel gruppo degli amici. Era impensabile non passare del tempo “in presenza”. Parlavamo tantissimo: sport, politica, musica…relazioni. Siamo stati una generazione di adolescenti malati di parole e affascinati dalle relazioni interpersonali. Non intendo il “sesso”, ma “relazioni” basate sull’attenzione verso gli altri, sul rispetto e, quando capitava, generate dalla naturale infatuazione. 

La partita a pallone era l’appuntamento obbligatorio. Qualcuno era bravissimo e magari giocava nelle giovanili di una squadra locale. L’aspettativa massima, allora, era una carriera in Promozione o nelle tre categorie. Io non amavo il calcio, ma giocarlo era d’obbligo. Ogni tanto il pallone incontrava le mie gambe, talora i piedi, ma era una libera scelta del pallone. L’altra nostra abitudine era ascoltare insieme dischi in vinile, quando possibile sfruttando l’impianto stereo del padre o dei fratelli più grandi. Ci si trovava nel tardo pomeriggio, e insieme si riscoprivano l’hard rock, il rock sinfonico o il prog italiano. Lo facevamo con la medesima convinzione con cui ci passavamo una copia de Il Muro di Sartre o i libri di Tondelli. Nei bar erano appena comparsi i videogiochi e il juke box proponeva disco music. Noi gettonavamo solo la sfrenata corsa verso le colline degli Iron Maiden e facevamo il tifo per i nativi americani. Avevamo sviluppato l’assurda convinzione che fosse possibile realizzare i sogni. Io vagheggiavo di giornalismo, qualcuno aveva attese da professionista, altri progettavano un lavoro in officina. Poi, due minuti prima dello scoccare dell’età adulta, arrivarono chitarre elettriche, bassi e batterie. Compravamo tutto da “Jimi Hendrix”, un geniale rigeneratore dell’usato. Fu una brevissima parentesi: il servizio militare e la vita da adulti non lasciavano scampo. 

Iniziata l’Università, andai a vivere a Genova: camera in affitto a casa di Marina, un’insegnante in pensione. Alla sera cenavamo assieme: c’erano i commenti alle notizie del telegiornale e il racconto della sua passeggiata pomeridiana. Potrei raccontare ancora di quegli anni, ma devo tornare al presente. Ora, viviamo nel tempo della transizione, della resilienza, degli hub attuatori, degli spoke esecutori e dei milestone verificabili. È un tempo dannatamente anglofilo, pieno di parole nuove, di suoni ripetuti come dei mantra. Sicuramente è necessaria un’etica del cambiamento, una formula per discernere le innovazioni fasulle da quelle strategiche. 

Diffido dei “decisori”, anche quando promettono doni. Se voglio comprendere l’innovazione, ascolto con attenzione i miei colleghi. Guardo al futuro e mi auguro che non sia un vortice di tecnologia e consumo, ma una sistematica azione di riduzione delle diseguaglianze, nell’equilibrio tra transizione ecologica e digitale. Sono curioso delle nuove città intelligenti, e immagino che sapranno rigenerare spazi e consuetudini sociali. Immagino che dovremo fare scelte consapevoli, individuando milestones personali. Se qualcuno mi chiede cosa porterò con me nell’anno che verrà, rispondo che terrò con me l’eredità dei ricordi, l’identità dei luoghi e proteggerò le idee originali. Sono pietre miliari solide, mi aiutano a capire da dove arrivo e la strada che ho percorso. Le trovo adatte per vivere in una società dove tutto è liquido e rischia di scivolare via veloce.

Ho fatto un sogno



Ho fatto un sogno.
Mi trovavo per puro caso in una delle stanze in cui si decidevano le sorti del Paese. Tutti i presenti erano impegnati alacremente in una mangiata pantagruelica, solo che la chiamavano in un modo diverso.  Utilizzo il termine abbuffata, ma potrei dire trufle, senza che nessuno gridi allo scandalo. Trufle è in francese antico, forse deriva da trufa che in provenzale significa tartufo, ossia piccolo tubero. Il termine, col tempo, ha acquistato il medesimo significato di burla, di sciocchezzuola di poco conto. Qualche volta viene utilizzata con un’accezione molto negativa, ed equivale a frode, imbroglio. Per me era una trufle.

Il mio era solo un sogno, sullo sfondo si sentiva una canzone di Sting che parlava di tartarughe blu. Il sogno era popolato da un gruppo di giovani che si esprimevano usando un metalinguaggio ed erano seduti intorno ad un banco di cambio, insieme ad alcuni esponenti delle più antiche famiglie patrizie genovesi. Tra gli altri, c’erano i Piccamiglio, gli Embriaci e gli Squarciafico. Li vedevo impegnati a parlare di milioni di denari d’argento. La trattativa era serrata, proprio come poteva accadere un tempo nella Loggia della Mercanzia o nel Sala delle Grida del Palazzo della Borsa. Nel mio sogno assistevo a vibranti discussioni. Qualcuno si indignava, qualcuno negoziava il progresso. Io ero lì in mezzo, ma non riuscivo ad aprire bocca e ad esprimere parola: ero come muto. Sentivo tante parole, ma pochi contenuti. I presenti declamavano con voce quasi attoriale le formidabili rivoluzioni che sarebbero state introdotte nella città e nel districtus, ma tutto mi sembrava governato solo da una logica spartitoria tra maiores e mercatores.

Nel mezzo del sogno, mi è tornata, ma per un attimo, la facoltà di favella. Sentivo di avere pochissimo tempo e mi sono comportato come un tribuno del popolo. Ho fatto come Cola o Iacopo Bussolari. Ho chiesto a gran voce quali potessero essere le ricadute di un così grande progetto sui cittadini. Quanto coinvolgimento, che investimento, quanta consapevolezza ci sarebbe stata e, infine, chi l’avrebbe misurata e valutata. C’erano persone che mi ascoltavano e che sentivo miei sodali. C’erano uomini di scienza e sapere, ma non erano tanti. Ho fatto un sogno in cui facevo stupide domande e presto mi sono reso conto che nessuno mi dava retta, e che sarebbe stato meglio un buon tacere. Sarà capitato anche al lettore.

Nei sogni accade spesso di cercare di parlare e di non riuscire a catturare l’attenzione dei presenti. Proprio per questo, sentivo l’affanno nel petto e capivo che parlare era inutile, perché era come mescolare lacrime con la pioggia o con il mare. Alla fine, mi sono svegliato dal sogno. Il cuore mi batteva all’impazzata e sentivo ancora una forte angoscia. Mi sono guardato attorno. Ero in camera mia e tutto era perfettamente in ordine. Sono andato in cucina, ho bevuto un sorso d’acqua. Poi, ho acceso la televisione e sono stato travolto da un fiume di parole rassicuranti: innovazione, transizione, resilienza. Talvolta il suono delle parole supera il loro significato e la loro ripetizione sistematica ha l’effetto calmante di un mantra. Quindi, ho ascoltato e mi sono tranquillizzato. Sono tornato in camera, ho preso un libro e mi sono messo a leggere. Era “La fattoria degli animali”, quel bel racconto dove la vera innovazione sociale produce una nuova forma di governo, retto da tartarughe blu, o da altri animali longevi e simili.

Per fortuna, è stato solo un brutto sogno.

La lezione di Filippo

 




Il rapporto con un cane è esclusivo, breve e definitivo. Questo è il punto di partenza per il ragionamento, e mi scuso con coloro che non hanno mai sperimentato questa unicità, o con coloro che si infastidiscono perché i cani manifestano territorialità, abbaiano agli estranei, alle macchine, agli altri cani e ululano alla luna, disturbando il placido riposo dei turisti estivi. Vivere con un cane non è un dovere, non è un obbligo, è un’opportunità che l’uomo ha potuto decidere di cogliere, almeno da 15.000 anni a questa parte. La mia famiglia è attualmente composta da Daniela, Filippo e Neslie. In sostanza, siamo due coppie conviventi. La prima afferisce distrattamente e poco sapientemente all’unica specie vivente del genere homo (ma noi tutti abbiamo curiose affinità genetiche con bonobo e scipanzè comuni). La seconda è una coppia creativamente afferente al canis lupus familiaris. Filippo e Neslie non hanno un pedigree nobile e non provengono da allevamenti prestigiosi, sono stati rigorosamente adottati da canile, dopo storie di maltrattamento e abbandono. Entrambi sanno manifestare una nobiltà d’affetti che è impagabile e non è misurabile. Dopo aver presentato famiglia e principali protagonisti, è il momento di introdurre il ragionamento. Impegni istituzionali e lavoro crescente, legati all’insostenibile accelerazione prodotta nelle nostre vite da suoni ripetitivi e suadenti come Next new normal, Pnrr, New European Bauhaus limitano drammaticamente il mio tempo personale. Intendo quel tempo che ognuno vorrebbe dedicare alla sua sfera vitale extralavorativa e privata. Immagino accada anche al lettore. Spesso mi ritrovo immerso in una sorta di frullatore sociale, globale e postpandemico. È un fatto che la politica europea e italiana stiano usando le parole solo per il loro suono, per il loro valore evocativo e propagandistico, ma non certo per il senso. È stridente sentire il mantra quotidiano di green deal, innovazione, transizione, resilienza e, contemporaneamente, avere a che fare con la peggiore crisi economica e politica pensabile. Appare evidente che ci sia una realtà con riflessi drammatici sulle nostre vite, a cui si contrappongono slogan che mirano scientemente a mitigarne e annullarne la percezione comune. Recentemente ho dibattuto con una stimatissima collega sulla differenza tra il piacere di seguire il mainstream e il dovere di portare originalità nel mainstream. Sono convinto che chi opera nel mondo dei saperi debba impegnarsi a “indirizzare” il mainstream, e sono altrettanto convinto che la politica (nella sua accezione più pragmatica e meno nobile) stia chiamando il mondo dei saperi ad una sorta di “servizio di leva”, basato sull’obbligatorietà, sull’allineamento e sulla subordinazione. Sono argomenti che meriterebbero ampia discussione e maggiore spazio. Tuttavia, esiste un preciso momento in cui ognuno di noi è riportato alla realtà ed è chiamato all’esercizio della coscienza critica. Volendo rimanere molto basso, a me accade quando il mio cane, per cui sono involontariamente un riferimento esclusivo, mi fa capire con un gesto innocente che sto sprecando il "suo" tempo breve. In quel preciso momento comprendo che vivo quotidianamente come una formica frenetica e impazzita, sono condizionato da slogan e propaganda e sto buttando via un tempo unico e prezioso, che non tornerà mai più. Allora capisco che la vera saggezza è rallentare, cogliere il "suo" tempo, condividere il tempo breve di Filippo: un tempo veramente unico. La vera saggezza è decidere di non essere (sempre) smart, senza alcun rimpianto per ciò che si sceglie di tralasciare o di ignorare. Abbiamo vite troppo brevi per ubriacarci di una promessa impalpabile di velocità, efficienza e propaganda e allinearci a un mainstream sostanzialmente ripetitivo e ingannatore. Qualche esempio: geniale l’idea di rigenerazione della montagna, purché chi la progetta ne abbia conoscenza esperienziale e sappia percepire e conservare l’intima identità. Bellissima la visione della città smart, tecnologica ed efficiente, ma io vorrei poterla vivere anche con un tempo diverso, scelto esclusivamente da me. Le parole non possono essere solo suoni rassicuranti e propaganda. Evocare continuamente resilienza, rigenerazione, transizione ecologica non materializza e non rende reale il cambiamento e, purtroppo, non può mitigare il senso di vorticosa vertigine prodotto dalla realtà quotidiana incombente. Per quanto ci si possa sentire rassicurati, moralmente assolti o del tutto indifferenti, siamo tutti attori protagonisti e tutti condividiamo il medesimo palcoscenico

Io ho riflettuto e ho fatto le mie scelte, scelgo il tempo di Filippo e della mia famiglia. Voi che tipo di tempo vorreste scegliere?

C’è qualcuno che sceglie per voi?


La parola "Patria": alla maniera di Sandro Pertini

 





L'utilizzo della parola "Patria" sta diventando sempre più rischioso e scivoloso. È l'equivalente di correre forte in discesa su un sentiero ghiaioso e sdrucciolevole. Chiunque pratichi il trail running può spiegare che basta perdere un appoggio, spostare erroneamente il baricentro, calzare la scarpa sbagliata e si rischia di ruzzolare rovinosamente a terra. Lo stesso vale oggi per l'utilizzo della parola "patria", soprattutto da quando è stata nuovamente e ampiamente integrata nella retorica e nella strategia di comunicazione di una ben precisa parte politica. Ci sono altri sostantivi e aggettivi il cui uso sta diventando sempre più sdrucciolevole, in quanto può essere percepito come indicativo di appartenenza. È il caso, ad esempio, del sostantivo femminile "identità" o dell'aggettivo "cristiano". Questo avviene quando sono utilizzati dialetticamente per sottolineare una contrapposizione alla cultura e alla religione degli "altri", degli "estranei", dei "foresti", di coloro che dovremmo percepire emotivamente e in maniera convincente come "diversi" e "devianti", rispetto a noi "patrioti".
L'uso politico del linguaggio non deve scandalizzare e non è certamente una novità, ma - come sempre - quando si avverte nell'aria l'avvento dell'uomo o della donna apparentemente forte, ossia di coloro che aspirano e chiedono ampi poteri, allora occorre stare molto attenti alle parole, precisarne il senso, rivendicarne l'utilizzo, e evitarne l'espropriazione o la patrimonializzazione.
La parola "patria" ha ovviamente un significato diverso da "Stato" o da "Nazione". Non indica una mera delimitazione geografica e non è solo una confinazione politico/amministrativa. Si tratta, piuttosto, di un ambito di riferimento sociale e culturale collettivo, in cui si condividono valori, tradizioni, morale, e istanze di sincero affetto. La Patria è il luogo dove scegliamo di condividere regole e libertà.
Questo vuol dire che l'utilizzo politico del termine Patria non deve essere mai lasciato nell'esclusiva disponibilità di una sola delle parti in gioco.
In ogni caso, e nel confuso caos di questa inopportuna kermesse elettorale di fine estate, sarebbe utile chiarire che la Patria è il luogo identitario in cui ci riconosciamo totalmente (a prescindere da dove siamo nati, dalla nostra identità di genere, dalla religione che professiamo, ecc.); La Patria è il luogo dove vengono riconosciuti i diritti di tutti, e dove tutti hanno la garanzia delle libertà di opinione e di scelta. La Patria è il contesto comune dove tutti sono chiamati ad esercitare il diritto di voto, e a fare scelte precise. La Patria dovrebbe essere lo spazio politico dove i cittadini, e non i segretari dei partiti politici, scelgono chi li rappresenterà in parlamento e nelle assemblee amministrative. Ovviamente, sentire appartenenza alla Patria comporta capacità di discernimento e, per fare scelte precise, ci vuole attenzione, lucidità e consapevolezza... questo, forse, è il vero problema attuale.
Ho affiancato al mio contributo la foto di un ligure celeberrimo. Non è stata una scelta casuale. La persona al centro della fotografia potrà apparire sconosciuta a molti, soprattutto ai più giovani. Se guardiamo con attenzione la foto, lo vediamo impegnato a incitare la folla, alza il pugno al cielo, ed è circondato da uomini in divisa.
Non è un reazionario o un facinoroso rivoluzionario. Era certamente uno statista, un antifascista e un patriota. Il tempo riesce sempre a far sbiadire la memoria. La persona nella fotografia è Sandro Pertini, che è stato nostro presidente ed è stato garante dei migliori valori di questa Patria, quando è emersa dall'errore della guerra e dall'orrore delle leggi razziali.
Quando vedo rivendicare certi simboli ardenti e certi valori mai domiti, il mio pensiero corre a Sandro Pertini, a Camilla Ravera, a Carla Capponi, a Tina Anselmi, a Franca Viola, a quella generazione di donne e uomini che avevano ben chiaro il significato della parola Patria, del sostantivo femminile "identità", del supremo valore della laicità dello Stato, della lotta alle disuguaglianze, dell'antirazzismo e dell'antifascismo. Tutte donne e uomini che sapevano intuire e prevenire l'uso politico e propagandistico delle parole, e che si sarebbero indignati di fronte alla veemenza di un qualsiasi comiziante plurilingue impegnato a utilizzare in pubblico astuti richiami a "Dio, patria, famiglia e identità". Si sarebbero indignati, o - forse - avrebbero sorriso, disincantati e disillusi, ma erano donne e uomini di una forza morale cristallina e vivevano in un tempo che è passato.

  La “quarta missione” dell’Università: il feticcio della rendicontazione  (pubblicato su Repubblica, Genova, 8 aprile 2024) Chi insegna nel...