Per il decennio anni'80 vi propongo Grendel.
PS. per i veri nostalgici, suggerisco di cercare i live della più recente Mick Pointer Band


Confesso di “aver molto reato”, soprattutto in pensieri e parole, ma è accaduto nel passato, quando in questo paese c’erano altre leggi, altri delitti, altre pene e tante altre ragioni. Spesso si è trattato di un concorso morale con i colpevoli del possibile reato. Non sono mai stato punito. Confesso anche questo. Qualche volta le autorità di polizia mi hanno chiesto le generalità. Una volta mi hanno rimproverato severamente a causa di un’improvvisata partita a pallone. Una disfida notturna in Piazza Roma, a Chiavari. Succedeva così, tanto tempo fa, quando avevo quindici anni. Ho sicuramente commesso reato quando avevo meno di vent’anni. Ho partecipato ad assemblee liceali autoconvocate, a cortei studenteschi non troppo autorizzati. Non ero un manifestante, non ero uno arrabbiato. Ero un apprendista, ossia cercavo di capire e comprendere, ascoltare le ragioni, mentre mi impegnavo a costruire un pensiero autonomo da post adolescente e da adulto in formazione. Contestare razionalmente ed essere scientemente disubbidiente, ma solo quando c’erano le giuste ragioni per farlo, prendendo sempre il fardello delle scelte compiute. In testa c’era un mantra: la libertà personale finisce nel punto di confine con la libertà di tutti e con rispetto di cosa è giusto fare e cosa non si deve mai fare. Confesso, quindi, di aver scorrettamente festeggiato la vittoria dell’Italia ai mondiali di Spagna. Eravamo in sette, stipati su una Fiat 127 verdolina, inglobati in un corteo festante da Sestri Levante a Chiavari. La manifestazione non era autorizzata, invademmo case, vicoli, piazze e luoghi pubblici. Chi guidava aveva solo il foglio rosa, e qualcuno aveva distribuito birra in lattina.
Ed ero già vecchio quando da Sestri Levante, scendemmo a Mestre e invademmo a piedi Venezia, per avvicinarci al mito Pink Floyd che celebrava l’ultima liturgia laica nel giorno della festa del Redentore. Era arrivata gente da tutta Europa, e noi con loro, salendo su uno dei tanti treni. I mezzi furono fermati da uno sciopero dei trasporti pubblici locali. Raggiungere Venezia fu un’impresa. Il concerto era finanziato dal servizio televisivo pubblico, ma le autorità locali non avevano ancora autorizzato lo svolgimento. Incoscienti di tutto, sapevamo che ci sarebbe stato. Mentre invadevamo Piazza San Marco, calli e campielli ci accorgemmo che i negozianti avevano chiuso le serrande, ma qualche crumiro vendeva le bottiglie d’acqua a diecimila lire. Non c’erano i bagni pubblici, per motivi estetici e di decoro urbano. Ascoltammo il concerto seduti sul tetto di un imbarcadero. Il volume era basso, c’era un incredibile gioco di luci, ma non c’era magia. Ce ne tornammo a Sestri con i pensieri infranti. Invadere Venezia era stato solo tempo perso, e non sentire veramente i Pink Floyd era stato il vero peccato. Ho memoria di altri fatti.
Non ho commesso reato tanti anni dopo, quando una folla di manifestanti invase la mia città. C’erano uomini neri e c’erano uomini in divisa e c’era tanta gente che manifestava pacifica le sue opinioni. Poi avvenne un corto circuito, o qualcuno decise che bisognava far saltare i fusibili. Era uno strano paese, con un vicepremier in doppiopetto d’ordinanza. Quella volta ero lontano, impegnato a fare il mio mestiere, ma tutto mi raggiunse tramite televisione e tante telefonate di amici. Genova fu invasa e in parte distrutta. Se in quell’occasione ho commesso reato, è solo perché ho odiato anarchici devastatori e picchiatori in divisa, ma ho condiviso le ragioni dei manifestanti pacifici. In quei giorni qualcuno violò le norme sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani e degradanti”. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo. Non credo che chi ha commesso quel particolare reato sia stato punito.
Infine, e per concludere, confesso che non parteciperò mai ad un rave party. Non mi incuriosisce e, poi, sarebbe banale e piuttosto ridicolo alla mia età. Tuttavia, commetterò presto reato, e sarà ancora una volta di opinione. Lo farò il prossimo 25 aprile. Celebrerò la Festa della Liberazione, non confondendola e non chiamandola Festa della Libertà. Se ci saranno manifestazioni, parteciperò come ho fatto in passato. Renderò onore alla memoria nel giorno della liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista. Lo farò perché riesco ancora a discernere le ragioni dei pacificatori, rispetto a quelle che animarono gli sconfitti. Questi ultimi - è ovvio - fanno parte del passato e vanno consegnati alla storia. È pur ben vero che in giro c’è qualche nostalgico che celebra ancora la Mascella a Predappio.
Toulì, sono cose che accadono, cose di tutti i giorni, ma è solo folclore.
Non sarà mica reato!?
N.B. La vignetta è di Stefano Rolli. Realizzata per il videoDove si posa il vento
Nell'estate 2022 la redazione genovese de "la Repubblica" mi ha chiesto un intervento sul tema "La fabbrica della memoria". Ho scelto di parlare del porto medievale di Genova, scoperto e nuovamente sepolto 30 anni or sono. Qualche giorno dopo il tema è stato ripreso in un servizio/intervista dalla TGR Liguria. Ripropongo il mio testo originale, con una delle foto che corredavano l'articolo, e condivido il collegamento al servizio televisivo
Vedi TGR Liguria "Il porto medievale di Genova, riscoperto e subito perduto"
Il fantasma della Ripa che non smette di sussurrare alla ricerca del porto medievale
Le immagini dell'archivio Ansaldo evocano "uno dei momenti più bui nella storia della gestione del patrimonio urbano di Genova, coinciso con la distruzione del porto medievale della città". Ho utilizzato una frase di Sauro Gelichi, decano dell'archeologia medievale italiana, instancabile esploratore dei percorsi dell'archeologia urbana e attento osservatore dell'attuale sviluppo della "public archaeology", ossia di quel processo condiviso che sta reindirizzando socialmente la funzione della disciplina. Tiziano Mannoni trent'anni or sono scriveva: "... il grande porto medievale di Genova è realmente scomparso. È come se fosse improvvisamente esploso poco prima che suonassero le trombe del cinquecentesimo anno, e i suoi frammenti sono sparsi a decine di migliaia in un raggio di quindici chilometri...". L'immagine è drammaticamente vivida, anche se il tempo ha rimosso la percezione dei luoghi e per i cittadini e i visitatori odierni è del tutto impossibile coglierne lo spessore storico.
Andiamo ai fatti, che costituiscono il corollario alle foto d'archivio. La ricorrenza del quinto centenario della scoperta dell'America portò a Genova l'onere di organizzare l'Esposizione Internazionale Genova '92 - Cristoforo Colombo, la Nave e il Mare. Come sede non fu scelta una area dismessa e lontana dal centro cittadino, ma si pensò di realizzare finalmente un restylig dell'area del Porto Antico. L'idea originale - secondo Renzo Piano - era abbattere quel diaframma artificiale che separava la Ripa dall'area portuale, in modo da restituire a Genova "il contatto con il mare e ristabilire un rapporto con l'acqua". Ma a quale tipo di riqualificazione e recupero del "Porto antico" si pensava e si intendeva recuperare? Quello medievale e prevalentemente ligneo di Guglielmo Embriaco? Quello in pietra dell'età di Cristoforo Colombo? Il terminale marittimo sabaudo, o il porto industriale e mercantile del XX secolo? Certamente i Magazzini del Cotone, gli edifici del Porto Franco e le antiche gru avrebbero rappresentato la nuova icona identitaria e atemporale del "Porto antico", associati a nuovi spazi, nuove funzioni, nuovi emblemi: il Bigo, la Bolla, la Nave. Alla fine degli Anni'80 il recupero materiale del fronte portuale medievale e della sua crescita fino all'età di Colombo e fino alle vistose modifiche urbanistiche della prima metà del XIX secolo era un'operazione culturalmente possibile, avrebbe consentito una nuova lettura del centro medievale, permettendone una valorizzazione organica: i moli sporgenti dalla Ripa, il molo vecchio posto a protezione a Levante, i magazzini, la Zecca, la Dogana del Mare e la percezione di una città medievale dove il mare era a contatto diretto con i portici, le raibe, gli emboli della Ripa e gli stretti vicoli del centro storico. Per altre intese e per altre idee progettuali, era - invece - ritenuto fondamentale ricreare uno spazio aperto intorno a Palazzo San Giorgio, creare continuità di percorso pedonale tra Piazza Banchi, Piazza Caricamento e l'area dell'Expò, eliminare il flusso continuo di autoveicoli di Via Gramsci, con la creazione di un sottopasso e reinventare topograficamente un "Porto Antico", fatto di squarci e di recinti della memoria, in dialogo con spazi nuovi, vocati al turismo, alle attività ludiche, al commercio, senza intralcio alcuno, adatti ad un grande movimento di persone. Gli scavi per l'Expo e per il sottopasso interessarono un'area di 17.000 metri quadri e fin dall'avvio emerse la rete dei moli e delle strutture che erano noti dalle fonti, dalla cartografia storica, da precedenti interventi di archeologia d'emergenza. A Genova si sviluppò un ampio dibattito su quale futuro dare ad una parte significativa del passato della città. Un parco archeologico, anche parziale, era in palese conflitto con le linee di progetto e con le scelte considerate di "pubblico interesse". Nella zona del sottopasso si celebrò, quindi, il vero delitto, nel momento in cui fu deciso che lo scavo e la rimozione dei moli antichi erano l'unica soluzione.
L'interruzione del lavoro degli archeologi fu sancita nel febbraio 1992 da un provvedimento del Ministro dei Beni Culturali, tenuto allora "ad interim" da Giulio Andreotti. I resti tagliati meccanicamente e imballati in casse iniziarono un pellegrinaggio tra Scarpino, San Quirico e il Lagaccio, in attesa di una ricollocazione invocata, promessa sul momento, ma mai realizzata. Quello che rimane sono le fotografie d'archivio, ma ancora di più l'innegabile sforzo degli archeologi di allora - voglio citare soprattutto Piera Melli - a indagare, documentare, studiare tutte le tracce esistenti nell'area dell'Expo, negoziando e determinando modifiche al progetto originale, preservando Ponte Spinola, Ponte Calvi e la banchina a mare ottocentesca. Quello che rimane è prevalentemente invisibile. Quello che rimane sono fotografie, documenti di archeologia, reperti in gran parte inediti e pubblicazioni preliminari che restituiscono una conoscenza dell'evoluzione del porto antico di Genova e ci parlano di una potenzialità irrisolta. Quello che rimane è obbiettivamente tanto, quello che non si può vedere è drammaticamente troppo. Ma questa è solo l'opinione di un archeologo. L'ultima riflessione è dedicata alla memoria: viviamo in una realtà che "deve" essere veloce, smart, dove i continui richiami alla transizione e all'innovazione nascondono ottime strategie per tendere alla semplificazione e alla rimozione dei problemi e della memoria. Tuttavia, una società senza profondità temporale e con un'identità te rinegoziata con una leggerezza culturale insostenibile non credo possegga gli strumenti più adeguati per superare i rischi del quotidiano e per progettare un futuro in cui il passato trovi spazio.
Proprio per questo serve ancora ascoltare il sussurro del "Fantasma della Ripa", titolo di un archeo-dramma scritto da Tiziano Mannoni e che forse varrebbe la pena rappresentare.
Volete
sapere come si faceva il pane nei boschi ?
Era il ’56
ed ero andato a tagliare la legna, in un bosco vicino al Lago delle Lame (in
Valle Sturla). C’era un toscano che si chiamava Marino. Era uno che faceva il
capomacchia: erano chiamati così i capoccia, quelli che comandavano il taglio
del legname. Bisognava fare il pane, perché era un po’ troppo scomodo portarlo
su nel bosco e poi veniva molto buono, proprio in quel punto lì.
Per fare la
cottura di questo pane, ho visto prima fare il forno.
Iniziavano
raccogliendo dei rami di legna del diametro di cinque o sei centimetri e
costruivano un castelletto centrale di forma quadrata. Fatto il castello
centrale, aggiungevano la legna più piccola, incastrando bene le ramaglie,
cercando di dare una forma arrotondata, proprio come una cupola di forno. Poi
prendevano delle foglie secche, foglie che magari erano lì da due anni, però
che fossero ben umide sotto, e le disponevano sopra ai rami, per creare una
superficie regolare, in modo che non rimanessero dei vuoti.
Come argilla si
usava la creia, ossia una terra che era simile a quella che c’è sotto i
ceppi dei castagni. Se provate a scavare sotto una pianta di castagno,
troverete un tipo di terra rossa creta, che somiglia a quella con cui si fanno
i mattoni per l’edilizia. È quasi uguale, ma non si trova da tutte le parti,
perché se ci sono troppe foglie di faggio, la terra marcisce e diventa nera.
Loro la cercavano rossa, come l’argilla e se era troppo asciutta prendevano un
po’ d’acqua e la impastavano come si fa con la calce, ma doveva rimanere molto
più consistente. Una volta impastata, la lasciavano per un po’ di tempo stesa
al sole. Poi disponevano la terra creia sulla forma fatta con le
ramaglie e rivestita di foglie umide, la battendola bene con le mani e
lisciandola, poi all’esterno.
Sul davanti,
realizzavano un’apertura alta trenta o quaranta centimetri, utilizzando un
pezzo di lamiera, piegato in modo da fare un arco, ma non un cerchio regolare,
piuttosto un’elisse. Si dice così, vero ? Dalla parte opposta predisponevano
una sorta di camino, sempre utilizzando un pezzo di lamiera. In questo modo il
fuoco e il calore, prima salgono verso la volta della cupola e poi fanno il
giro, ed escono dall’apertura del camino, che è posta dietro, ma in basso.
Una volta rivestita
di argilla la forma e dopo averla ben lisciata in superficie, accendevano
all’interno il primo fuoco. Questo incendiava i rametti più sottili e poi il
castello centrale e le foglie, ma pian piano. Quel fuoco bruciava lento, come
quello di una carbonaia. L’argilla diventava lentamente terra cotta e così si
preparava il forno. Una volta finito, era pronto per iniziare a produrre il
pane e veniva usato per tutta la stagione del taglio del bosco.
Per cuocere il pane
prendevano delle foglie secche e della legna fine e cominciavano ad alimentare
il fuoco all’interno del forno di terra cotta. Mentre la legna bruciava e
calava, si continuava ad aggiungerne dell'altra. Mettevano anche legna più grossa.
Durante l’attesa avevano preparato la paletta per infornare il pane, usando il
legno di faggio, lavorandolo con le roncole e con l’accetta. Preparavano delle pagnotte, un po’
affusolate, ci facevano un taglio nel mezzo, ed erano di mezzo chilo ognuna,
perché lo sapevano stimare ad occhio… e perché lo vendevano per mezzo chilo.
Quando il forno era
fuogato, cioè avevano fatto tanto fuoco che le pareti erano diventate
rosse, allora con la paletta di legno di faggio prendevano una decina di queste
pagnotte crude e le infornavano. Le lasciavano cuocere per quaranta
minuti. Facevano il pane per circa
quattro ore al giorno, perché era per i boscaioli che facevano la legna: gente
che tagliava e che faticava, gente che si trovava di passaggio, anche
mulattieri. Il pane lo vendevano nel bosco, così appena fatto… ed era
buonissimo quel pane lì, credetemi.
Il fornetto, se
stavi attento, se lo coprivi bene e non lo facevi bagnare, durava tutta la
stagione. Si iniziava a lavorare verso il venti di aprile e si andava via dal
bosco ai Santi, certo a seconda delle annate e del freddo che faceva, perché a
mille o millecinquecento metri si cominciava a stare mica tanto bene, e quando
veniva la brutta stagione se ne andavano proprio tutti. Il mese di ottobre i
Veneti e i Toscani - erano bravissimi a tagliare il bosco - cominciavano ad
andare via, perché la loro stagione ormai era finita. Rimanevano cinque o sei
squadre di mulattieri, perché la legna era tagliata, ma era ancora sparsa nel
bosco e andava portata tutta giù a valle. C’erano anche le teleferiche, con il
cavo d’acciaio teso, che scendeva giù fino a valle. Appendevi la fascina
tramite un gancio di ferro e poi la lasciavi andare a valle, prendeva velocità
e, passando giù nel bosco, fischiava fortissimo. L’attrito tra il cavo e il
gancio, qualche volta, produceva scintille (continua).
Questa è la vicenda di uno dei tanti Internati Militari Italiani, ossia dei soldati deportati nei campi di concentramento e di lavoro nazisti, dopo l’8 settembre del 1943. Narrata in Appunti di Viaggio (Oltre Edizioni 2012), l'ho riproposta, insieme alle foto, in altre occasioni. Si tratta della storia del tutto comune di Agostino Rossi, originario di Nascio, in Val Graveglia. Linda e Gustìn si sposano il 9 ottobre del 1937, lei ha 39 anni, nubile d’età avanzata. Ha curato ed accudito sua madre fino alla morte, nel gennaio dello stesso anno. Lui ha compiuto da poco 24 anni, ma ha già dato anni di vita all’Italia fascista. Ha fatto il servizio di leva nel 1934, e al momento dell’arruolamento “manca, senza giustificato motivo, del requisito dell’istruzione paramilitare”. Richiamato alle armi, parte per la Libia nel 1936. Rientra dal porto di Derna il 28 agosto 1936 e viene congedato a settembre. Un anno dopo si sposa con una donna decisamente più vecchia, che vive con il padre e con una sorella malata, ma ha casa e tanta terra da gestire e coltivare. Il comune di Ne fa dono agli sposi di un libretto, con le disposizioni del diritto di famiglia e gli spazi per registrare le nascite e le morti. Tutte pagine che rimarranno bianche.
Nel giugno del ’40 l’Italia fascista entra in guerra, ma i giovani sono già stati richiamati dai campi e anche la nuova vita matrimoniale di Agostino è sospesa. Lo stato si prende apparentemente cura del fante Rossi Agostino fu Cesare e di sua moglie. Il 1 settembre del 1939 assegna alla moglie Rossi Adelaide di Pietro il libretto per la riscossione del soccorso familiare giornaliero. Sono 6 lire al giorno, poi portate a 8 e versate ogni quindici giorni all’ufficio postale di Piandifieno. Agostino viene mandato in Albania nel 1941 e dopo l’8 settembre viene fatto prigioniero e deportato a Schleswig, nella Germania settentrionale, nel Campo di lavoro 1470 dello Stammlager XA. Nel dicembre del 1944, l’Ufficio prigionieri e dispersi del Comando militare di Genova rilascia ad Adelaide, vulgo Linda, la “tessera per la riscossione delle anticipazioni”. Lei rinnova la carta d’identità della Repubblica Sociale Italiana e ritira regolarmente il suo sussidio di 120 lire, fino all’agosto del 45, quando le saldano 760 lire.
Ogni tanto arrivano le cartoline spedite dal campo di concentramento: la corrispondenza dei prigionieri di guerra. Il 24 aprile del ’44, Agostino scrive di aver ricevuto lettere da Linda a febbraio e, nuovamente a marzo. Agostino chiede di sapere con chi si è fidanzata la sorella Ortolina. Pochi giorni dopo, a maggio, scrive nuovamente. Dice di trovarsi “in buona salute”. Ovviamente è quello che si può scrivere in una cartolina di prigionia, con un bel timbro ad inchiostro nero che reca scritto “Verifica per censura”. Agostino fa ritorno a casa nell’agosto del 1945, arriva a Nascio che è già notte. In paese si fa subito gran festa. Il vecchio Pietro Rossi si è già coricato, ma sente rumore, si sveglia, scende in piazza. Lo riconosce, si toglie gli occhiali e piange, ché quel genero soldato se lo vede finalmente tornare a casa. Agostino - questo è un mio ricordo - parla malvolentieri della guerra, accenna a quelli che non sono tornati e inizia a piangere ogni volta che ricorda il campo di lavoro in Germania. Tornato a casa dalla prigionia, mangia in un solo pranzo più di 100 ravioli, e questo è il ricordo che decide di consegnare a tutti e per sempre. Rientrato a casa ricompone la sua vita. Ha trentatré anni e ne ha trascorsi dodici quasi sempre lontano da Nascio.
La foto fatta a Chiavari da Mariuccia nel giugno del ’46 ce lo mostra fiero, con i baffi ben scolpiti dal barbiere e i capelli ordinati di brillantina. Quello stesso anno, a ottobre, si iscrive all’Ufficio di collocamento. Risulta reduce di guerra e bracciante agricolo. Lavora all’estrazione del marmo rosso di Nascio, nella cava vicino al paese. La ditta cambia spesso ragione sociale. Dal 58 al 64 si alternano Cave Rosso di Nascio, Emilio Carmassi, Dinmar, Emasol, l’Industria Ligure marmi e nel 1964, la Campidoglio di Queirolo Andrea. Trascorre altri trenta anni, coltivando la terra della Mandrella e delle Vigne, curando gli olivi e tagliando la legna nei boschi delle Campue. Linda, rimasta vedova, oltrepassa i cento anni, avendo consumato tutta la vita nello spazio di un piccolo paese della Liguria montana.
Ho ricostruito un po’ della storia di Agostino, per me Gustìn. Le poche foto e il mio ricordo di ragazzo mi riconsegnano gli zii di Nascio, così lontani per età, lei con una vita iniziata a 39 anni e subito interrotta dall’attesa della guerra, lui con la Libia, l’Albania e il Campo di concentramento in Germania. La deportazione e la prigionia in Germania avevano piegato la dignità e l’orgoglio. Era tornato in un Italia liberata da altri, ed era una storia di cui non si sentiva protagonista. A distanza d’anni mi rendo conto che Gustìn, con le lacrime e i suoi famosi 100 ravioli aveva, infine, personalmente negoziato la memoria della deportazione e dell’umiliazione. La sua reazione alla fame e alla sofferenza di guerra era ricordare a tutti soltanto il giorno del ritorno a casa, quando finalmente aveva mangiato a sazietà.
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Si dice che gli archeologi abbiano le chiavi della macchina del tempo, ma per accedere al passato sono sufficienti pochi ricordi. In questi giorni, ad esempio, ricorre una data che mi riporta a quarant’anni fa: è un bel passaggio di tempo, di luoghi e di linguaggi. L’appuntamento pomeridiano era alla “Casetta”, il luogo di ritrovo parrocchiale e di quelli che giocavano al “Campetto”. Sono posti perduti nella memoria, ma allora erano centri di gravitazione permanente. Quarant’anni fa non esistevano i “telefoni intelligenti”. Non avremmo potuto nemmeno immaginare un aggeggio così diabolico. Eravamo diversamente connessi. Ci si chiamava alla sera, usando il telefono fisso a rotella, di solito posizionato nell’ingresso di casa. L’unica speranza era che non rispondessero le madri, severe vestali delle telecomunicazioni. Al telefono ci si comportava in maniera buffa. Se riconoscevi la voce, usavi un tono amicale, altrimenti declinavi le generalità, come se ti trovassi davanti alle forze dell’ordine. Chiamare alla sera era l’unico modo per concordare l’appuntamento del giorno successivo. L’alternativa era prendere il motorino e cominciare a fare “vasche”, finché non ti imbattevi nel gruppo degli amici. Era impensabile non passare del tempo “in presenza”. Parlavamo tantissimo: sport, politica, musica…relazioni. Siamo stati una generazione di adolescenti malati di parole e affascinati dalle relazioni interpersonali. Non intendo il “sesso”, ma “relazioni” basate sull’attenzione verso gli altri, sul rispetto e, quando capitava, generate dalla naturale infatuazione.
La partita a pallone era l’appuntamento obbligatorio. Qualcuno era bravissimo e magari giocava nelle giovanili di una squadra locale. L’aspettativa massima, allora, era una carriera in Promozione o nelle tre categorie. Io non amavo il calcio, ma giocarlo era d’obbligo. Ogni tanto il pallone incontrava le mie gambe, talora i piedi, ma era una libera scelta del pallone. L’altra nostra abitudine era ascoltare insieme dischi in vinile, quando possibile sfruttando l’impianto stereo del padre o dei fratelli più grandi. Ci si trovava nel tardo pomeriggio, e insieme si riscoprivano l’hard rock, il rock sinfonico o il prog italiano. Lo facevamo con la medesima convinzione con cui ci passavamo una copia de Il Muro di Sartre o i libri di Tondelli. Nei bar erano appena comparsi i videogiochi e il juke box proponeva disco music. Noi gettonavamo solo la sfrenata corsa verso le colline degli Iron Maiden e facevamo il tifo per i nativi americani. Avevamo sviluppato l’assurda convinzione che fosse possibile realizzare i sogni. Io vagheggiavo di giornalismo, qualcuno aveva attese da professionista, altri progettavano un lavoro in officina. Poi, due minuti prima dello scoccare dell’età adulta, arrivarono chitarre elettriche, bassi e batterie. Compravamo tutto da “Jimi Hendrix”, un geniale rigeneratore dell’usato. Fu una brevissima parentesi: il servizio militare e la vita da adulti non lasciavano scampo.
Iniziata l’Università, andai a vivere a Genova: camera in affitto a casa di Marina, un’insegnante in pensione. Alla sera cenavamo assieme: c’erano i commenti alle notizie del telegiornale e il racconto della sua passeggiata pomeridiana. Potrei raccontare ancora di quegli anni, ma devo tornare al presente. Ora, viviamo nel tempo della transizione, della resilienza, degli hub attuatori, degli spoke esecutori e dei milestone verificabili. È un tempo dannatamente anglofilo, pieno di parole nuove, di suoni ripetuti come dei mantra. Sicuramente è necessaria un’etica del cambiamento, una formula per discernere le innovazioni fasulle da quelle strategiche.
Diffido dei “decisori”, anche quando promettono doni. Se
voglio comprendere l’innovazione, ascolto con attenzione i miei colleghi. Guardo
al futuro e mi auguro che non sia un vortice di tecnologia e consumo, ma una sistematica
azione di riduzione delle diseguaglianze, nell’equilibrio tra transizione
ecologica e digitale. Sono curioso delle nuove città intelligenti, e immagino
che sapranno rigenerare spazi e consuetudini sociali. Immagino che dovremo fare
scelte consapevoli, individuando milestones personali. Se qualcuno mi chiede
cosa porterò con me nell’anno che verrà, rispondo che terrò con me l’eredità dei
ricordi, l’identità dei luoghi e proteggerò le idee originali. Sono pietre miliari
solide, mi aiutano a capire da dove arrivo e la strada che ho percorso. Le
trovo adatte per vivere in una società dove tutto è liquido e rischia di scivolare
via veloce.
Il rapporto con un cane è esclusivo, breve e definitivo. Questo è il punto di partenza per il ragionamento, e mi scuso con coloro che non hanno mai sperimentato questa unicità, o con coloro che si infastidiscono perché i cani manifestano territorialità, abbaiano agli estranei, alle macchine, agli altri cani e ululano alla luna, disturbando il placido riposo dei turisti estivi. Vivere con un cane non è un dovere, non è un obbligo, è un’opportunità che l’uomo ha potuto decidere di cogliere, almeno da 15.000 anni a questa parte. La mia famiglia è attualmente composta da Daniela, Filippo e Neslie. In sostanza, siamo due coppie conviventi. La prima afferisce distrattamente e poco sapientemente all’unica specie vivente del genere homo (ma noi tutti abbiamo curiose affinità genetiche con bonobo e scipanzè comuni). La seconda è una coppia creativamente afferente al canis lupus familiaris. Filippo e Neslie non hanno un pedigree nobile e non provengono da allevamenti prestigiosi, sono stati rigorosamente adottati da canile, dopo storie di maltrattamento e abbandono. Entrambi sanno manifestare una nobiltà d’affetti che è impagabile e non è misurabile. Dopo aver presentato famiglia e principali protagonisti, è il momento di introdurre il ragionamento. Impegni istituzionali e lavoro crescente, legati all’insostenibile accelerazione prodotta nelle nostre vite da suoni ripetitivi e suadenti come Next new normal, Pnrr, New European Bauhaus limitano drammaticamente il mio tempo personale. Intendo quel tempo che ognuno vorrebbe dedicare alla sua sfera vitale extralavorativa e privata. Immagino accada anche al lettore. Spesso mi ritrovo immerso in una sorta di frullatore sociale, globale e postpandemico. È un fatto che la politica europea e italiana stiano usando le parole solo per il loro suono, per il loro valore evocativo e propagandistico, ma non certo per il senso. È stridente sentire il mantra quotidiano di green deal, innovazione, transizione, resilienza e, contemporaneamente, avere a che fare con la peggiore crisi economica e politica pensabile. Appare evidente che ci sia una realtà con riflessi drammatici sulle nostre vite, a cui si contrappongono slogan che mirano scientemente a mitigarne e annullarne la percezione comune. Recentemente ho dibattuto con una stimatissima collega sulla differenza tra il piacere di seguire il mainstream e il dovere di portare originalità nel mainstream. Sono convinto che chi opera nel mondo dei saperi debba impegnarsi a “indirizzare” il mainstream, e sono altrettanto convinto che la politica (nella sua accezione più pragmatica e meno nobile) stia chiamando il mondo dei saperi ad una sorta di “servizio di leva”, basato sull’obbligatorietà, sull’allineamento e sulla subordinazione. Sono argomenti che meriterebbero ampia discussione e maggiore spazio. Tuttavia, esiste un preciso momento in cui ognuno di noi è riportato alla realtà ed è chiamato all’esercizio della coscienza critica. Volendo rimanere molto basso, a me accade quando il mio cane, per cui sono involontariamente un riferimento esclusivo, mi fa capire con un gesto innocente che sto sprecando il "suo" tempo breve. In quel preciso momento comprendo che vivo quotidianamente come una formica frenetica e impazzita, sono condizionato da slogan e propaganda e sto buttando via un tempo unico e prezioso, che non tornerà mai più. Allora capisco che la vera saggezza è rallentare, cogliere il "suo" tempo, condividere il tempo breve di Filippo: un tempo veramente unico. La vera saggezza è decidere di non essere (sempre) smart, senza alcun rimpianto per ciò che si sceglie di tralasciare o di ignorare. Abbiamo vite troppo brevi per ubriacarci di una promessa impalpabile di velocità, efficienza e propaganda e allinearci a un mainstream sostanzialmente ripetitivo e ingannatore. Qualche esempio: geniale l’idea di rigenerazione della montagna, purché chi la progetta ne abbia conoscenza esperienziale e sappia percepire e conservare l’intima identità. Bellissima la visione della città smart, tecnologica ed efficiente, ma io vorrei poterla vivere anche con un tempo diverso, scelto esclusivamente da me. Le parole non possono essere solo suoni rassicuranti e propaganda. Evocare continuamente resilienza, rigenerazione, transizione ecologica non materializza e non rende reale il cambiamento e, purtroppo, non può mitigare il senso di vorticosa vertigine prodotto dalla realtà quotidiana incombente. Per quanto ci si possa sentire rassicurati, moralmente assolti o del tutto indifferenti, siamo tutti attori protagonisti e tutti condividiamo il medesimo palcoscenico
Io ho riflettuto e ho fatto le mie scelte, scelgo il tempo di Filippo e della mia famiglia. Voi che tipo di tempo vorreste scegliere?
C’è qualcuno che sceglie per voi?
L'università che non vorremmo: 1) Quella che prevede la presenza nei Consigli di Amministrazione degli Atenei di un componente nomina...